«La Regione non si è piegata, nessun indagato tra giunta, consiglieri e dirigenti». Mancinelli: «Surreale»
MUCCIA – Il consiglio regionale delle Marche è riunito a Muccia, uno dei centri più colpiti dal terremoto del 2016, per una seduta aperta dedicata al decennale del sisma. All’ingresso questa mattina è comparso uno striscione di Rifondazione comunista che chiede le dimissioni del presidente della Regione Francesco Acquaroli e del commissario alla ricostruzione Guido Castelli. Intanto, sullo sfondo pesa l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia sulla ricostruzione post-sisma, culminata in otto arresti e 51 indagati complessivi.

La seduta, convocata per le 12, si svolge in un clima politico segnato dalle polemiche sull’indagine e dal coinvolgimento di Fabio Pistarelli, ex capo di gabinetto di Acquaroli, arrestato nell’ambito dell’inchiesta. Le opposizioni avevano chiesto di modificare l’ordine del giorno per aprire i lavori con le comunicazioni del presidente della Regione sull’indagine e un successivo dibattito. La proposta è stata respinta a maggioranza dalla Conferenza dei capigruppo.
Castelli, la polemica con Cesetti: «Non sono Belzebù»
La bagarre politica irrompe nella seduta del Consiglio regionale dedicata ai dieci anni dal terremoto del 2016. Nel corso dell’intervento del commissario straordinario alla ricostruzione Guido Castelli, le polemiche esplodono quando viene citato il sindaco di Montecassiano, Leonardo Catena, esponente del Pd, in relazione alla vicenda della casa di riposo. Il consigliere dem Fabrizio Cesetti protesta e chiama in causa il presidente della Regione Francesco Acquaroli e il presidente del Consiglio regionale Gianluca Pasqui: «Non potete permettere a Castelli di citare il sindaco senza dargli la possibilità di replicare».

La risposta del commissario è immediata: «Venga qui il sindaco e mi dica che non è vero». Castelli respinge poi quella che definisce l’immagine di un «Castelli belzebù» e attacca le opposizioni: «I voti non li prendete così, strumentalizzando la vicenda giudiziaria». Lo scontro si inserisce in una seduta già segnata dalle tensioni politiche legate all’inchiesta sulla ricostruzione post-sisma.
La questione appalti e l’inchiesta sulla ricostruzione
Castelli richiama i numeri relativi all’impresa Crucianelli: 415 cantieri in corso e 396 conclusi, compresi una decina di interventi pubblici. Da qui la domanda su chi abbia affidato quei lavori. «I committenti, con il legittimo affidamento, essendo ricostruzione privata. Non li dà il pubblico», spiega il commissario.
Il punto è proprio questo: «Nella ricostruzione privata sono i proprietari degli immobili a scegliere le imprese a cui affidare gli interventi. In Europa c’è la libera concorrenza, non si può limitare il libero mercato».

Il commissario affronta quindi il tema delle ragioni che avrebbero portato tanti committenti a rivolgersi alla stessa impresa. «Una delle letture emerse, spiega, riguarda la capacità della ditta di garantire la neutralizzazione dell’accollo grazie al Superbonus 110%, cioè di evitare ai proprietari di dover sostenere direttamente una parte dei costi non coperti dai contributi. È un passaggio delicato perché il meccanismo del 110% – secondo Castelli – ha inciso anche sull’aumento dei costi della ricostruzione».
Castelli ha annunciato che domani incontrerà il prefetto Stefano Gambacurta, capo della Struttura per la prevenzione antimafia.
L’OPPOSIZIONE ESCE DALL’AULA
La protesta è scoppiata quando il commissario Guido Castelli ha respinto le accuse di una gestione politica della ricostruzione da parte della struttura commisariale, sottolineando che «non ci sono stati sindaci genuflessi» nel cratere. Castelli ha riferito che tanti sindaci dem lo hanno chiamato per confortarlo e per chiedergli un aiuto che, ha ribadito, è sempre stato dato.
A quel punto ha chiamato in causa, tra questi sindaci, Leonardo Catena, ex sindaco di Montecassiano e oggi consigliere regionale del Pd, e ha invitato diversi sindaci dem a intervenire qualora avessero subito pressioni da parte sua o della struttura commissariale. Ha respinto l’ipotesi che tali pressioni siano state esercitate.
Alcuni consiglieri di opposizione, tra cui la capogruppo del Pd Mancinelli e il consigliere dem Cesetti, si sono alzati in piedi e hanno palesemente contestato a Castelli il riferimento a Catena, sostenendo che non avrebbe avuto diritto di replica in quella sede. A quel punto i consiglieri di opposizione sono usciti tranne la Mancinelli, rimasta per replicare.
All’esterno Fabrizio Cesetti (Pd) ha insistito: «Il commissario Castelli ha ribadito diverse volte che non ha chiesto a nessun sindaco di genuflettersi: ma se per la ricostruzione del mio paese fossi costretto a genuflettermi sapere come si chiama questo? Concussione. Perché Castelli ha dovuto dirlo? Perchè il presidente del Consiglio e il governatore Acquaroli hanno consentito di dirlo?»
Il capogruppo del Pd Valeria Mancinelli: «Surreale questo consiglio regionale»
«Surreale l’andamento di questo consiglio regionale, convocato prima che se si avesse notizia dell’tsunami giudiziario: poi nelle ultime 48 ore non è che è successo qualcosa che noi dell’opposizione ci inventiamo come una cosa grave. Quello che è emerso dall’inchiesta è che i cantieri della ricostruzione siano stati aperti all’infiltrazione aperte alla criminalità, in maniera sistematica e strutturata con un comitato d’affari illecito nel cuore del potere istituzionale e politico che pilotava affari in cambio di mazzette».
«Ci saremmo aspettati fin da oggi una riflessione – chiarisce la capogruppo Pd Valeria Mancinelli – su come far fronte a questa situazione, perchè i danni sono anche la tenuta di una comunità che si vede cadere addosso anche questo e la fiducia nelle istituzioni. Si doveva parlare su come e perchè sia stato possibile che sia accaduto e cosa è necessario mettere in campo per evitare che si ripetano. Una discussione che avesse iniziato a dire come si curano quei danni che tutto ciò ha provocato. Dobbiamo invece registrare che il presidente Acquaroli non ha aperto la seduta e avrebbe dato la sua versione dei fatti».
Acquaroli: «La Regione non si è piegata, nessun indagato»
Le conclusioni del governatore Acquaroli: «La ricostruzione è una macchina enorme che coinvolge migliaia di persone. Serve una riflessione – ha detto in un intervento lungo 32 minuti -, cosa possiamo fare di più? Non sono indagato io, nessuno della mia giunta è indagato, nessun consigliere è indagato, nessun dirigente è indagato. Cosa vuole dire? Che nessun reato ipotizzato è andato in porto in Regione. La Regione non si è piegata. Io sono una vittima insieme ai marchigiani. Il mio matra incontrovertibile è sempre stato questo: chi non rispetta le regole non parla a nome mio. Certo, io ho sbagliato a individuare quella persona. E lo dico a prescindere dalla vicenda giudiziaria. Ma un conto è fare una scelta sbagliatra, un altro è diventare complice». E poi, a margine, ha chiarito: «Andrò e dirò tutto quello che so»




