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La mossa di Putin dopo i raid sul petrolio: apre alla pace, ma vuole piegare Kiev

Il presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, si dice pronto per intavolare colloqui di pace con l’Ucraina dopo che gli attacchi alle sue infrastrutture hanno portato alla carenza di carburante. Il leader russo ha però precisato che la Russia negozierà solo sulla base dei Protocolli di Istanbul del 2022, del suo discorso al Ministero degli Affari Esteri russo del giugno 2024 e dei presunti accordi di Anchorage con gli Stati Uniti dell’agosto 2025, tutti elementi che equivalgono a richieste di capitolazione ucraina.

Gli attacchi ucraini alle raffinerie e alle infrastrutture sono aumentati

Gli attacchi dell’Ucraina alle raffinerie di petrolio sono raddoppiati dall’inizio del 2026 e la scorsa settimana hanno colpito un impianto di petrolio di Mosca in uno dei più grandi bombardamenti di questo tipo dall’inizio della guerra. La strategia ucraina di colpire le infrastrutture energetiche e la rete viaria russa nelle Federazione e nei territori occupati sta portando alcuni importanti frutti, tra cui, appunto la carenza di carburante. In Crimea, la campagna di bombardamento sta disarticolando la rete delle difesa aerea russa, e i colpi ucraini hanno portato per la prima volta a interruzioni nella distribuzione di acqua ed elettricità, mentre il carburante viene razionato o utilizzato esclusivamente per scopi militari.

Il Cremlino resta saldo sulla capitolazione ucraina

Le parole di Putin sulla volontà di sedersi al tavolo negoziale, però, non sembrano sincere dati i precedenti e data la precisazione fatta dallo stesso leader russo.

Secondo i Protocolli di Istanbul del 2022, l’Ucraina non potrebbe aderire alla NATO, ma soprattutto si vedrebbe imporre severe limitazioni all’esercito e il divieto di ricevere assistenza militare occidentale, senza tuttavia imporre alcuna restrizione sulle dimensioni o sulle capacità delle forze russe. Nel discorso del giugno 2024, Putin si impegnava a perseguire obiettivi simili: il ritiro completo dell’Ucraina dagli interi oblast di Luhansk, Donetsk, Zaporizhia e Kherson e l’abbandono delle aspirazioni di adesione dell’Ucraina alla NATO ancora prima che la Russia accettasse un cessate il fuoco e avviasse i negoziati di pace. Ad Anchorage, a seguito degli incontri USA-Russia, molto probabilmente non c’è stato nessun tipo di negoziazione ma solo dei colloqui in cui la Russia ha reiterato le sue istanze.

Anche il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov si è posto nello stesso solco di questa visione, quando il 23 giugno ha dichiarato che la Russia raggiungerà tutti i suoi obiettivi di guerra, tra cui la neutralità e lo status non nucleare dell’Ucraina, l’eliminazione delle presunte leggi “discriminatorie” contro la lingua russa e la Chiesa ortodossa russa, e il rispetto da parte dell’Ucraina dei referendum illegali tenutisi in Crimea e nelle regioni occupate di Kherson, Zaporizhia, Luhansk e Donetsk. L’elenco degli obiettivi di guerra russi stilato da Lavrov rispecchia la narrativa del Cremlino sull’impegno della Russia a eliminare quelle che Mosca considera le “cause profonde” della guerra.

Putin, nella sua dichiarazione di ieri, ha affermato che i futuri negoziati di pace devono tenere in considerazione le attuali “realtà del campo di battaglia”: un’espressione usata da tempo dal Cremlino per riferirsi ai progressi russi sul campo che, secondo tutte le prove disponibili, sono per la maggior parte molto lenti. Le massime cariche russe e i funzionari del Cremlino usano questa espressione nel tentativo di dipingere il fronte ucraino come in procinto di collassare, in modo che Kiev e i suoi alleati debbano capitolare alle richieste della Russia nel più breve tempo possibile.

Ancora stallo sul campo, ma la campagna di bombardamento di Kiev funziona

La realtà dei fatti però è diversa, e proprio la campagna aerea ucraina dimostra che in questo momento l’ago della bilancia è tornato in equilibrio, con alcuni settori, come quello meridionale, dove le forze russe sono duramente contrastate al punto da dover arretrare le proprie linee logistiche e disperdere le forze sul campo per evitare i continui attacchi dei droni ucraini. Altrove, come nel Donbass, l’esercito russo fa segnare deboli avanzamenti che però sono ben lontani dai ritmi degli anni passati. In linea generale, il campo di battaglia conferma quello stallo a cui ci ha abituati da anni, ma è invece la campagna di bombardamento – anche in profondità – a rimettere l’ago della bilancia in pari: i colpi ucraini alle infrastrutture energetiche hanno davvero messo in crisi la distribuzione di carburanti in Russia, al punto che Mosca ha vietato le esportazioni di benzina ai non produttori alla fine di luglio 2025 e ha vietato completamente le esportazioni di benzina a partire da agosto 2025.Inoltre, il governo russo ha anche aumentato significativamente le importazioni di benzina dalla Bielorussia a settembre 2025 e ha introdotto restrizioni alle vendite in diverse regioni.

Le raffinerie di Tuapse, Volgograd, Saratov, Yaroslavl, Afipsky, Ilsky e ora anche quella di Mosca sono state colpite pesantemente, la maggior parte più volte nel corso dell’ultimo anno: queste, tutte insieme, rappresentano poco più del 30% di tutta la produzione di carburanti russa. Secondo dati OPEC, la produzione delle raffinerie di petrolio russe è crollata nell’aprile 2026 al livello medio giornaliero più basso dal dicembre 2009 e quasi tutte le principali raffinerie della Russia centrale avrebbero interrotto o ridotto la loro produzione.

Nonostante questo, Putin non vuole davvero sedersi al tavolo della pace, perché sa che i suoi obiettivi non sono raggiunti e che l’Ucraina non accetterà

mai i suoi diktat, pertanto le sue recenti dichiarazioni sono solo ad uso e consumo dell’opinione pubblica europea per fare leva sui sentimenti pacifisti – e filorussi – mostrando Mosca come falsamente disposta a trattare.


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