Ambiente

la lezione di Enrico V


Ebbene: è ovvio che Enrico non vuole affatto che l’esercito se ne vada a casa, eppure è quello che dice. Come mai?

Fatevi queste domande:

• In una situazione in cui il rapporto di forza è di 5 contro 1, come devono essere la motivazione e la determinazione di quell’uno per avere qualche probabilità di farcela? Ovviamente altissime. E allora un uomo demotivato e scoraggiato non solo è inutile ma anche – come la famosa mela marcia – controproducente per il morale degli altri… è proprio meglio che se ne vada.

• E inoltre: se sono depresso perché sono sicuro di morire fra poco, con che attenzione ascolterò la prolusione del re? Se anche dicesse cose molto persuasive, Enrico sa bene che non essere ascoltati (perché si ascoltano piuttosto le proprie paure e la propria disperazione) è l’anticamera del fallimento di quell’unica occasione che ha per convincerli a restare… Ebbene: vi tranquillizzo, potete andarvene con il lasciapassare e i soldi nella borsa… però adesso, allora, per pochi minuti mi ascolterete davvero.

A questo punto disegna con le parole un primo scenario possibile: rimanere vivi.

• “Oggi è la festa dei Santi Crispino e Crispiniano: chi sopravviverà e tornerà a casa, si leverà in punta di piedi e si farà più grande al nome di San Crispiniano. Chi non morirà oggi e vivrà sino alla vecchiaia, ogni anno, la vigilia, festeggerà con i vicini e dirà: “Domani è San Crispiniano”: poi tirerà su la manica e mostrerà le cicatrici e dirà: “Queste ferite le ebbi il giorno di San Crispino”.

Alcune regole da portarsi a casa:

• quando ci si riferisce al futuro (un futuro roseo di cui si vuole convincere gli interlocutori) esattamente come fa Enrico V è meglio, per così dire, “fissare degli appuntamenti” piuttosto che dire genericamente “vedrete che nel futuro sarete felici di aver vissuto questo giorno”: il battere e ribattere sul nome dei santi Crispino e Crispiniano ottiene lo scopo di estrarre il futuro dalla nebbia in cui è avvolto agli occhi di chi ascolta: ogni anno alla vigilia… vi sto assicurando che ogni anno, in un giorno preciso, sarete orgogliosi e soddisfatti. L’immagine è più vivida, più forte, più veritiera.

• Non usa il plurale (coloro) ma il singolare (chi sopravviverà): è la regola quando si voglia parlare a ciascuno e non, genericamente, a tutti… Favorisce il fatto che i singoli si identifichino con quell’uno, quell’unico che ciascuno di noi è… e che sopravviverà alla battaglia.

• Raccontare è meglio che fare predicozzi: Enrico non dice “vedrai che bello sarà poter dire io c’ero” ma descrive un anziano che festeggerà con i vicini, dirà una frase precisa “domani è san Crispiniano” e poi tirerà su le maniche e mostrerà le cicatrici: la visualizzazione è più potente che il puro ascolto di parole, anche se il concetto è il medesimo.

Dopo aver menzionato l’ipotesi a (vivere) vediamo l’ipotesi b (morire).

“I vecchi dimenticano: egli dimenticherà tutto come gli altri, ma ricorderà le sue gesta di quel giorno… e fors’anche un pochino di più. E allora i nostri nomi, che saranno termini familiari in bocca sua, re Enrico, Bedford e Exeter, Warwick e Talbot, Salisbury e Gloucester, saranno ricordati di nuovo in mezzo ai bicchieri traboccanti: questa storia il buon uomo insegnerà a suo figlio. E il giorno di San Crispino e San Crispiniano non passerà sino alla fine del mondo senza che vengano menzionati i nostri nomi”:

Ok, penserà il soldato, prima mi hai detto che da vecchio avrò quell’appuntamento ogni anno alla vigilia con l’orgoglio di essere stato qui, ma se per caso muoio? Sai, ho moglie e figli, il mutuo da pagare…

Ebbene, il tuo nome verrà pronunciato fino alla fine del mondo, insieme a quelli di re Enrico, Bedford, Exeter…

Certo, è un po’ il premio di consolazione… meglio che niente… ma vorrei pensarci ancora un poco… sai, la moglie, il mutuo…

La conclusione del discorso toglie, come vedremo, ogni dubbio:

“Noi pochi, noi felici pochi, noi manipolo di fratelli; poiché chi oggi spargerà il suo sangue con me sarà mio fratello, e per quanto umile sia la sua condizione questo giorno la nobiliterà: molti gentiluomini che dormono ora nei loro letti in Inghilterra malediranno se stessi per non essere stati qui oggi, e non parrà loro neanche di essere uomini quando parleranno con chi avrà combattuto con noi il giorno di San Crispino.”

Di nuovo un beneficio individuale (chi verserà il suo sangue sarà mio fratello) ma soprattutto una terza immagine fortissima e fondamentale: puoi restare e vivere (e allora ogni anno alla vigilia ti sentirai felice), oppure puoi restare e morire (e allora il tuo nome verrà menzionato per sempre), oppure puoi andartene ma – come i molti gentiluomini che dormono nei loro letti – maledirai te stesso per non essere rimasto qui con noi.

Provate ad immaginare la scena: nello stesso pub dove un altro dice: io c’ero e poi brinderà mostrando le ferite, voi vi sentirete dei vermi… e questo, di nuovo, non in un generico futuro (sapete, come dicono certe mamme brontolone: vedrai che quando sarai grande te ne pentirai) ma concretamente, ogni anno, alla vigilia del giorno dei santi Crispino e Crispiniano… Se è così, meglio morire…

La storia dirà che Enrico V vinse la battaglia.

Certo, non la vinse solo per questo discorso (che tra l’altro non è suo ma di Shakespeare), ma anche e certamente per la sua grande perizia di stratega militare.

Però.

Ha forse parlato della strategia?

No.

Ha forse parlato delle soluzioni che aveva escogitato per la battaglia?

No.

E qui forse c’è la lezione: non bisogna innamorarsi della soluzione che si propone, e parlare di quella, ma occorre innamorarsi e far innamorare dell’obiettivo che ci e si propone.

Perché la soluzione che si propone – specie oggi – non è sempre “perfetta” (è tutto così complesso e aleatorio).

Ma soprattutto perché se si riesce a far innamorare dell’obiettivo le persone non si domanderanno se l’obiettivo sia raggiungibile o no, ma solo come fare per raggiungerlo.

In un rapporto 1 a 5 – come nell’Enrico V – è meglio sia questa la domanda che guida ciascuno.

*Partner Newton


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