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La guerra contro Israele scoppiò il 28 giugno 2027

Notizie dal futuro. La guerra contro Israele, nota anche come Prima guerra di Liberazione del Medio Oriente, scoppiò il 28 giugno 2027 con un’operazione militare congiunta di Stati Uniti e Iran contro obiettivi militari, civili e industriali israeliani. L’operazione iraniana fu chiamata “Fusa del Gattino”, quella statunitense “Operazione Rutto”. Entrambe le potenze spiegarono che si trattava di una risposta ai crimini di guerra e contro l’umanità commessi da Israele in Iran, Palestina e Libano. Israele la definì un’aggressione illegale e non provocata (da che pulpito), accusò gli Usa di correità nei propri crimini (il classico tu quoque) e reagì con l’operazione “Chiagne e Fotte” (in yiddish, “Vaynt un Ganvet”), bombardando Iran, installazioni statunitensi e obiettivi industriali in tutti i Paesi del Golfo Persico: Arabia Saudita, Kuwait, Emirati, Qatar, Oman e Bahrein.

L’attacco iraniano-statunitense avvenne due giorni dopo la conclusione del settimo, infruttuoso round di colloqui sul cessate il fuoco in Medio Oriente, svoltosi a Ginevra con la mediazione dell’Italia. I bombardamenti eliminarono i vertici militari e politici israeliani: Bibi Netanyahu, Itamar Ben Gvir, Bezalel Smotrich, Avigdor Lieberman, Aryeh Deri, David Barnea (Mossad), Ronen Bar (Shin Bet) e Herzi Halevi (Idf).

L’operazione si inseriva in un quadro di progressivo deterioramento dei rapporti tra Israele e Paesi petroliferi, maturato durante il genocidio israeliano a Gaza e i bombardamenti israeliani in Libano, che resero lampante il progetto neo-sionista di una Grande Israele “dal Nilo all’Eufrate”, comprendente Israele, Cisgiordania, Striscia di Gaza, Libano, Giordania, gran parte della Siria, parte occidentale dell’Iraq e parte orientale dell’Egitto (Sinai). Una volta decifrata la natura subdola degli Accordi di Abramo e la minaccia che Israele rappresenta per chiunque ostacoli i suoi piani egemonici, i Paesi del Golfo trovarono naturale schierarsi con l’Iran e convincere Trump a fare altrettanto (“Chiudiamo tutti i pozzi fottuti, pazzo bastardo. God bless America”).

Importante anche la moral suasion delle Big Tech, che senza petrolio rischiavano di veder svanire i loro investimenti colossali nei data center dell’IA, vere idrovore energetiche. La goccia che fece traboccare il vaso, tuttavia, fu la minaccia di Netanyahu alla Spagna: descrisse l’Idf (crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio) come “l’esercito più morale del mondo”: Russia, Cina, Europa, Nato e Onu si scambiarono un’occhiata, e il resto è storia. Alla fine del 2026, Trump tolse le sanzioni contro l’Iran e le impose a Israele: le condizioni economiche israeliane peggiorarono all’istante e questo innescò proteste popolari, coreografate da Cia e MI6: Israele le represse nel sangue tramite cellule salafite infiltrate dal Mossad, uno stratagemma vecchio come il cucco per attribuire la responsabilità della nefandezza al terrorismo islamico.

A Ginevra il settimo round di colloqui Usa-Israele era fallito a causa di divergenze su un salvacondotto per Netanyahu che includeva la combustione di certe foto in suo possesso (un partouze a casa Epstein con Trump, Stephen Hawking e due gemelline dodicenni nate con la testa attaccata) (sì, certo, il problema è la satira).

Prima dell’attacco, la Cia monitorò per mesi le abitudini dei leader israeliani: Netanyahu, per esempio, risultò un feticista dell’igiene orale, tanto che tutte le sue amanti erano dentiste; per giunta, coi pompini pretendeva un piccolo sconto sulle devitalizzazioni. Raccolte queste informazioni cruciali, l’Iran annunciò l’inizio dell’attacco coordinato con gli Stati Uniti, bombardando per primo lo studio dentistico dove Netanyahu era occupato con un’otturazione, capisc’ ammé. Trump definì l’intervento come indispensabile per neutralizzare la vera minaccia alla sicurezza americana: Israele, lo Stato terrorista. L’inversione a U delle alleanze da parte degli Usa non stupì nessuno, a cominciare da afghani e curdi.

Poche ore dopo l’attacco, Steven Spielberg annunciava coi lucciconi il suo nuovo film, Rostam, la storia di un direttore di casting iraniano che salva prigionieri ebrei da un secondo Olocausto scritturandoli come comparse in quel film. Zelensky, anche lui coi lucciconi (ma esagerando con le smorfie: diciamocelo, non è Paul Newman), si lamentò poiché Trump stava dimenticando Kiev: il giorno stesso, per dimostrargli il contrario, Trump si fiondò in Ucraina e in diretta social su Truth lo prese a calci in culo fino ad Aleppo (sempre che non fosse IA).


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