Mondo

la formula è ormai la stessa dappertutto

Cosa porta migliaia di cittadini albanesi a protestare, con modalità, affluenza e mobilitazione di giovani che non si vedevano da anni nelle piazze di Tirana? Un progetto immobiliare da 1,4 miliardi di euro destinato alla costruzione di un resort di lusso sull’isola di Sazan ha reso evidenti un insieme di cause intercorrelate tra loro; problemi nazionali, ma facilmente declinabili nelle derive visibili se si amplia lo sguardo a livello globale.

A partire dal 1° giugno le strade della capitale, come quelle di altre importanti città albanesi, sono state riempite per protestare, in modo evidente e concreto, la contrarietà alla repressione della libertà di manifestare, alla sudditanza del proprio Paese a un governo esterno criminale e colonialista e a decisioni imposte dall’alto, prese a scopo di lucro, che vanno a impattare in modo negativo sull’ambiente. Ancora una volta, dunque, risulta lampante l’immediata, ma spesso erroneamente trascurata, connessione tra sfruttamento ambientale, diritti democratici e subdoli giochi dei potenti.

Le proteste, partite come ambientaliste, sono iniziate il 23 maggio nei luoghi in cui erano cominciati i lavori per la costruzione del resort. Già nel 2024 il parlamento albanese aveva approvato una serie di emendamenti alla normativa sulle aree protette del Paese, diminuendo drasticamente la tutela. Si trattava di modifiche ad hoc per permettere poi alla società di Jared Kushner, genero di Donald Trump, di costruire questo resort dall’impatto ecologico devastante, che distruggerebbe la biodiversità di una delle aree di maggior valore naturalistico dell’Albania. L’isola, infatti, farebbe parte di una zona protetta popolata da tartarughe marine, foche monache, pellicani dalmata e fenicotteri rosa, diventati poi simbolo delle proteste, definite quindi “rivolta dei fenicotteri”.

Rivolta che è scoppiata grazie all’indignazione a seguito della circolazione di un video online che mostra un manifestante ambientalista pacifico mentre viene trascinato via di forza dalle guardie di sicurezza private della società di Kushner, il tutto mentre le forze dell’ordine assistevano senza intervenire. Nonostante ciò, il premier albanese Edi Rama ha sostenuto che non ci fossero accordi con Kushner, mentre di fatto i lavori erano stati avviati senza che nemmeno fosse stato presentato un progetto ufficiale, delineando una grave mancanza di trasparenza nei confronti dei cittadini.

Inoltre, Rama ha liquidato le preoccupazioni ecologiche considerandole come ostacoli per lo sviluppo del Paese. Ma chi trarrebbe davvero vantaggio da questo “sviluppo”? Dati i numeri delle persone scese in piazza, non certo i cittadini albanesi, che al posto di questo tipo di investimenti ne auspicano per posti di lavoro nel loro Paese, che ha dovuto vedere 1,2 milioni di cittadini migrare negli ultimi 30 anni. In aggiunta, la mancata tutela di aree che dovrebbero essere protette in quanto preziosi ecosistemi rallenta l’entrata del Paese in Unione Europea, anch’essa voluta dai cittadini.

“L’Albania non è in vendita” è uno degli slogan più usati in questi giorni, un’accusa chiara contro il primo ministro che ha concesso un territorio albanese in cambio di guadagno e migliori rapporti col presidente statunitense, colpevole di aver iniziato una guerra, supportare un genocidio e limitare la democrazia e il rispetto dei diritti umani anche nel proprio Paese. Inoltre, alcuni pensano che la scelta di questo territorio non sia un caso: l’isola di Sazan è da sempre considerata un punto geopolitico strategico poiché da lì si può monitorare il traffico navale nell’Adriatico.

Anche da italiani, non possiamo fare altro che comprendere le proteste in Albania ed empatizzare con i manifestanti, riconoscendo che le dinamiche contro cui si stanno mobilitando non sono troppo distanti da quelle presenti anche nel nostro Paese. Infatti, il governo Meloni è complice, tra le altre cose, di non investire in welfare, ma in aziende belliche e fossili, che aggravano guerre e crisi climatica, di limitare drasticamente il diritto di protestare e opporsi, attraverso il nuovo decreto sicurezza, e di avere un rapporto di lampante sudditanza a Trump.

La formula sembra essere sempre la solita dappertutto: andare contro il volere delle persone in nome della repressione e dello sfruttamento indiscriminato dell’ambiente per tornaconto personale e per il lusso ridondante di pochi. In questa realtà caratterizzata da una distopia che hanno costruito, vogliamo e dobbiamo distruggerla, ribellandoci con in mente quella che ormai sembra essere l’utopia di una democrazia, di una giustizia sociale e climatica.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »