Friuli Venezia Giulia

LA CITTÀ DEI VIVI – Un romanzo di (dis)formazione nero nero, speciale Mostra del Cinema

Cronache dalla Poltrona

Mi ha colpito molto soprattutto il silenzio del pubblico di addetti ai lavori che esce dalla Sala Casinò al Lido di Venezia dopo la proiezione stampa de “La città dei vivi” di Gabriellini. Niente capannelli da festival, niente “bello, brutto, troppo lungo” sibilato sulle scale con tono da giudice cassazionista. Tutti muti.
Boh, a Venezia mi pare quasi un evento.

Edoardo Gabbriellini, che molti di noi capre continuano a ricordarlo come il ragazzo di Ovosodo, è ormai saldamente dall’altra parte della macchina da presa e qui, al suo quinto film, ci dà dentro con una regia asciutta, controllata, quasi chirurgica, senza però diventare mai fredda, al contrario della livida fotografia di Amine Messadi d.o.p tunisino che si è formato in Italia qui al secondo film con Gabriellini, e effettivamente le periferie romane così fotografate assumono un effettivo ruolo funzionale all’ineluttabilità della insensata vicendaccia di cronaca nera.

Il punto di partenza è il terribile omicidio di Luca Varani, il ventitreenne giovanotto romano torturato e ucciso nel marzo del 2016 da Marco Prato e Manuel Foffo durante giorni di droga, sesso e una violenza tanto feroce quanto, ancora oggi, difficilissima da ricondurre a una qualsiasi logica di umanità. Il Gabbriellini qui ci spiazza un po’ e fa una scelta precisa e, secondo me, vincente: non gira un film sugli assassini. Gli specialisti direbbero che non gira un truculento “true crime” come tanto va di moda oggi, con tutti quei cazzo di podcast che appestano le nostre giornate, e qui forse sta la scelta vincente per raccontare la trista vicenda.

Per dirla con le parole di una apparentemente fredda e quindi molto più dolorosa Marta Gaja, la fidanzata di Luca, nel film al telefono con un ex compagno di scuola: “il mio fidanzato è stato ucciso da du frosci, ma prima l’hanno preso a cortellate e martellate”. Ecco: anche questo è il “true crime”…

Liberamente tratto dal magnifico libro-inchiesta di Nicola Lagioia, il film restringe infatti il campo rispetto al grande affrescone del romanzo ( son 472 pagine) e prova a restituire a Luca quello che dieci anni di cronaca nera e podcast del piffero gli hanno inevitabilmente sottratto: una vita vera, una esistenza umana, imperfetta, dolcissima, che Luca aveva prima di diventare il “caso Varani”

Ne viene fuori una specie straniante e distopica di un “coming of age “nerissimo, che ti inchioda alla poltrona anche se già sai, apposta perché già sai, è una speciaccia di romanzo di formazione al contrario, perché appunto giassai.

Luca ha ventitré anni (interpretato da un super-real Emanuele Maria Di Stefano) ha una famiglia di estrazione proletaria che lo ama, ha una fidanzata, ha mollato le superiori, vive di lavoretti precari, ha gli amici del quartiere popolare, ha voglia di sperimentare i suoi desideri confusi, inesperti, quasi ingenui, dice qualche bugia, soldi bruciati al videopoker, ovvio c’è qualche zona d’ombra e quella sensazione molto comune a quell’età di essere già adulti senza avere la più pallida idea di come cazzo si faccia.
Ne esce un intenso ritratto vivo e realistico, questo forse è uno dei tratti a rendere questo film così avvincente e doloroso e ammutolente.

Accanto a lui c’è la fidanzatina Marta Gaia, l’attrice esordiente Gaia Merlonghi, anche lei sorprendentemente autentica (forse proprio grazie alla sua recitazione effettivamente poco addomesticata: niente accademia, è stata selezionata direttamente senza passare per alcuna scuola o centro sperimentale…)

Il papà amorevole di Luca V. è l’immancabile, sbattutissimo e effettivamente immarcescibile romano de Roma Valerio Mastandrea nel riuscito ruolo del padre amoroso prima e pater doloroso poi. In questo modo iI film procede puntualissimo come un treno svizzero interessatamente verso il baratro con una vincente logica di accumulo di dettagli reali, “true” di cui sopra, il “crime” tanto c’è già: rarefatto e aleggiante come un macigno sul nostro sensibile cuoricino di spettatori.

La parlata romana, le periferie, le case, i giri in bus e in motorino. Una Roma vera e proletaria che a tratti sembra quasi uscita da un aggiornamento di Ragazzi_di_vita.02, ma senza che Gabbriellini senta mai il bisogno di mettersi la maschera allegorica del PPPasolini di turno.

E la violenza? Le martellate? Il sanguee? Vogliamo il sangueee! Cosa ti posso dire, la violenza c’è e ti arriverà tutta in faccia. E più Luca ride, litiga, ama, mente, sbaglia, raccatta cerca qualche soldo facile, più prova semplicemente a vivere, più tutto diventa insopportabile. Al cinema dal 1° ottobre distribuito da Eagle Pictures.

Un film che anche se sai come va a finire ti tiene spalmato sulla poltrona perché già sai come va a finire.
Chapeau e lacrime.

Pasqualino Suppa




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