Basilicata

La biologia guarda allo spazio: intervista esclusiva a Vincenzo D’Anna a BIOLOGI-CA 2026

L’intervista esclusiva a Vincenzo D’Anna, presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi (FNOB), a margine di BIOLOGI-CA 2026. Un confronto che attraversa le nuove frontiere della ricerca e ci conduce fino a una delle sfide più affascinanti della scienza contemporanea: la biologia spaziale.


COSENZA – Dalla diagnosi affidata agli algoritmi alla medicina costruita sul profilo genetico del singolo paziente. Dalla possibilità di intervenire sul DNA per contrastare malattie rare alla lettura delle conseguenze che l’inquinamento può lasciare sull’espressione dei nostri geni. Fino ad arrivare là dove la biologia sembra spingersi oltre i confini della Terra: nei laboratori in orbita, dove la vita viene osservata in condizioni di microgravità per capire ciò che sulla Terra non è possibile comprendere. È questa la sfida emersa da BIOLOGI-CA 2026.

Un appuntamento che, nella sua Edizione Zero, ha scelto di guardare oltre i confini consolidati della professione, mettendo attorno allo stesso tavolo scienza, università, istituzioni e mondo produttivo. Il 2 e 3 ottobre, nelle sale del Museo Multimediale Città di Cosenza, la scienza è uscita dai perimetri delle singole discipline per raccontare una professione in piena evoluzione. Intelligenza artificiale applicata alle scienze della vita, genomica, biologia molecolare, medicina di precisione, genetica, biologia della riproduzione, biologia marina, ecologia, sostenibilità ambientale e paradigma One Health sono stati alcuni dei grandi temi al centro di un confronto che ha avuto un denominatore comune: prepararsi oggi alle sfide scientifiche e professionali di domani.

BIOLOGI-CA 2026, nata da un’idea dei biologi calabresi Ennio Avolio e Claudio Pecorella, che ne hanno curato anche il coordinamento scientifico, non è stata dunque soltanto una vetrina per le nuove frontiere della ricerca. È stata, soprattutto, una riflessione sul futuro di una professione chiamata a misurarsi con una rivoluzione tecnologica e scientifica senza precedenti. A raccontare questa trasformazione, in un’intervista esclusiva, è Vincenzo D’Anna, presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi, che indica nella formazione, nella contaminazione tra competenze e nell’apertura verso i settori più innovativi la strada per costruire il futuro della professione. Un futuro nel quale il biologo sarà sempre più chiamato a muoversi tra laboratorio e intelligenza artificiale, tra ambiente e medicina, tra genoma e spazio.

Presidente D’Anna, quanto è importante collegare università, ricerca e imprese per trasformare i risultati scientifici in occupazione qualificata?

«È essenziale. La Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi rappresenta una categoria nella quale è concentrata una quota molto significativa dei ricercatori italiani. Ma oggi non basta più una preparazione esclusivamente teorica. Organizziamo convegni, formazione a distanza, master e percorsi di specializzazione, ma quando a un giovane viene chiesto che cosa sappia concretamente fare, spesso la risposta è: “Non ho ancora esperienza”. Per questo, insieme alla Fondazione Italiana Biologi, abbiamo pensato a scuole di formazione permanente sul campo, percorsi di 4-6 mesi capaci di fornire i primi strumenti operativi delle diverse professioni.

Come state accompagnando i giovani biologi verso i settori più innovativi della professione e verso nuove opportunità di lavoro?

«A Reggio Calabria, partirà un percorso dedicato alla biologia marina, a Roma alla procreazione medicalmente assistita, a Bari alla citogenetica e alla genomica, a Firenze alla bioinformatica e a Napoli alla biorestaurazione. Sono tutti segmenti innovativi della professione. L’obiettivo è evitare che i giovani si concentrino esclusivamente nei settori tradizionali, come il laboratorio o la nutrizione, che sono già molto affollati. La risposta, quindi, è sì: ricerca, formazione e mondo produttivo devono dialogare per creare nuove opportunità».

Focus di BIOLOGI-CA 2026 sono stati medicina di precisione e intelligenza artificiale. L’IA può contribuire anche a ridurre le liste d’attesa e rendere più efficiente la sanità?

«Può certamente migliorare la diagnosi e l’organizzazione sanitaria. Sulle liste d’attesa, però, sarei più prudente. Il problema principale non è l’assenza di intelligenza artificiale, ma la carenza di specialisti. Ci sono settori della sanità nei quali una quota molto elevata dei posti disponibili non viene coperta per mancanza di candidati. Penso alla patologia clinica, alla microbiologia e virologia, alla genetica, alla scienza dell’alimentazione e alla statistica sanitaria. Stiamo lavorando con i ministeri competenti affinché i posti rimasti vacanti per mancanza di domande da parte dei laureati in medicina possano essere occupati anche da laureati nelle professioni sanitarie non mediche. È una strada che potrebbe contribuire concretamente a colmare alcune carenze del sistema».

Un altro tema centrale è il paradigma One Health, che mette in relazione salute umana, salute animale e ambiente. Per una regione come la Calabria, con un patrimonio ambientale così importante, quanto può essere strategico?

«One Health parte da un concetto fondamentale: i problemi che dobbiamo affrontare oggi sono talmente complessi che nessuna singola professionalità può risolverli da sola. Il tuttologo non esiste più. Esiste un’équipe nella quale ciascuno porta il proprio contributo specialistico. Ma c’è un altro aspetto decisivo: non può esserci salute umana in un ambiente degradato. La biologia, e in particolare l’epigenetica, ci sta mostrando quanto l’ambiente possa influenzare l’espressione dei nostri geni. Penso agli inquinanti chimici, ai prodotti della combustione dei rifiuti, alle diossine, ai furani, ai PCB e alle altre sostanze che possono entrare nella filiera agroalimentare.

Il punto è che alcuni effetti non sono immediati. Quando una modificazione dell’espressione genica favorisce, per esempio, la soppressione di geni riparatori o l’attivazione di geni oncogeni, il processo patologico può svilupparsi nell’arco di cinque, dieci o quindici anni. È molto più difficile, in quel caso, individuare una relazione causa-effetto immediata. Abbiamo persino strumenti per riconoscere nel genoma di un neonato alcuni segni di esposizione dei genitori al fumo di sigaretta. È un esempio di come determinate esposizioni possano lasciare un’impronta biologica. Questo ci fa capire che One Health non è uno slogan: significa riconoscere che la salute dell’uomo è inseparabile dalla salute dell’ambiente nel quale vive».

Quale messaggio vuole lasciare ai biologi che hanno partecipato a BIOLOGI-CA 2026 e, soprattutto, alle nuove generazioni che si affacciano alla professione?

«Che BIOLOGI-CA non deve essere considerato il classico evento nel quale si partecipano alle sessioni semplicemente per accumulare crediti formativi. Ha un taglio profondamente innovativo. Parliamo di intelligenza artificiale applicata alla genetica e alla genomica, di medicina di precisione, di biologia molecolare. E negli anni a venire affronteremo temi ancora più avanzati, come la possibilità di intervenire sul DNA per correggere alterazioni genetiche responsabili di malattie rare. La biologia è una scienza giovane e, proprio per questo, è continuamente sul punto di frontiera. Tra qualche anno potremmo parlare di argomenti che oggi facciamo fatica persino a immaginare».

La biologia è una scienza in continua evoluzione. Quali saranno, secondo lei, le prossime frontiere sulle quali i biologi saranno chiamati a misurarsi? C’è una frontiera che sembra arrivare direttamente dal futuro: la biologia spaziale…

«Le do una notizia fresca: la Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi ha finanziato borse di ricerca per biologi impegnati nello studio di esperimenti condotti in orbita. Piccoli laboratori, delle dimensioni di una scatola di sigari, possono essere portati nello spazio a bordo di satelliti o capsule e utilizzati per studiare come reagiscono i microrganismi in assenza di gravità oppure come rispondono determinati farmaci testati su organoidi. È un campo straordinario perché la gravità è una delle forze che hanno condizionato lo sviluppo della vita fin dalle sue origini. Studiare i processi biologici in assenza di questa forza significa osservare la vita in condizioni completamente diverse da quelle terrestri».

Dalla Terra allo spazio: la FNOB ha finanziato borse di ricerca per biologi impegnati nello studio di esperimenti in orbita. Perché la microgravità rappresenta una frontiera così importante per la ricerca biologica? Cosa è emerso da questi studi?

«Abbiamo già osservato fenomeni sorprendenti: alcune muffe, in condizioni di microgravità, possono produrre proteine con attività antibiotica differenti rispetto a quelle osservate sulla Terra. È un aspetto particolarmente interessante se pensiamo all’antibiotico-resistenza, che rappresenta una delle grandi emergenze sanitarie del nostro tempo. Negli ospedali, infezioni sostenute da microrganismi particolarmente resistenti possono avere conseguenze gravissime, soprattutto nei pazienti più fragili. Stiamo quindi aspettando gli esiti di questi esperimenti. Incrociando le dita, potremmo scoprire nello spazio qualcosa che un giorno ci aiuterà a curare sulla Terra malattie che oggi consideriamo difficili o incurabili».


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »