Salute

Ilva, sospesi i 2.500 licenziamenti nell’indotto: si aspetterà la sentenza sull’area a caldo

Uno stop temporaneo, di qualche giorno. I 2.500 licenziamenti da parte di 28 aziende dell’indotto dell’Ilva di Taranto sono stati sospesi fino a quando la Corte d’Appello di Milano non deciderà sull’istanza di sospensiva del decreto che ha imposto la chiusura dell’area a caldo entro la fine di ottobre. La decisione – su invito del governo – è stata comunicata dall’Aigi, l’associazione che raggruppa le imprese che lavorano nell’acciaieria, ai sindacati negli stessi momenti in cui è iniziato il tavolo a Palazzo Chigi tra l’esecutivo e i rappresentanti dei lavori. Un tentativo di mossa distensiva, che non è sufficiente secondo i raprpesentanti dei lavoratori: così durante il faccia a faccia non sono mancati momenti di tensione.

L’udienza in merito alla richiesta di Ilva e Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, rispettivamente proprietaria e gestore dello stabilimento, è in programma mercoledì alle 14.30 di fronte ai giudici della Corte d’Appello milanese, sezione materia d’impresa, e verte attorno alle conseguenze dello sospensione dell’area a caldo, imposta dalla stessa corte – in altra composizione – a luglio. Secondo le due società, spegnere gli altoforni vorrebbe dire non poter più riaccenderli se non attraverso investimenti costosissimi che metterebbero di fatto l’acciaieria di fronte a un “punto di non ritorno”, decretandone la chiusura.

La Corte d’Appello aveva decretato la sospensione dell’area a caldo accogliendo la richiesta del comitato Genitori Tarantini spiegando che all’interno degli Afo ci sono circa 2mila tonnellate di amianto e che alcune norme dell’Autorizzazione integrata ambientale hanno termini di applicazione troppo generici. Nel ricorso, i legali dei commissari di Ilva e Acciaierie hanno avvisato che una decisione definitiva dovrà arrivare entro il 16 settembre, giorno in cui inizierà lo spegnimento del primo altoforno. Fino a quel momento, i licenziamenti delle aziende dell’indotto restano in stand-by ma è chiaro che, se la magistratura dovesse confermare la decisione, la procedura verrà subito riattivata.

Nelle scorse ore, fuori dallo stabilimento tarantino, i sindacati avevano inscenato un presidio davanti alla direzione in via Appia con fumogeni e striscioni chiedendo all’esecutivo risposte sul futuro dell’acciaieria. Al di là delle sorti dell’area a caldo, infatti, l’iter per la vendita si trascina da oltre due anni e al momento sono rimaste in corsa tre realtà: gli indiani di Jindal, interessati a rilevare anche gli altoforni, il family office americano Flacks che non ha mai fornito garanzie finanziarie adeguate e la cordata di imprenditori italiani riuniti da Federacciai che hanno nel mirino la sola area a freddo, cioè quella dedicata alla laminazione delle bramme per creare una “mini-Ilva”.

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano è tornato ad assicurare davanti ai sindacati che, qualora arrivasse la conferma della sospensione dell’area a caldo, in ogni caso il “futuro dell’acciaio è green, cioè realizzeremo i forni elettrici e l’impianto per la produzione di preridotto”, necessario per alimentarli: “Le risorse ci sono e vogliamo utilizzarle”, ha sottolineato. Quindi ha precisato che Jindal e la cordata italiana, al momento, hanno solo presentato una manifestazione d’interesse e che l’ingresso degli acciaieri italiani nella competizione “dilata i tempi di gara”. Motivo per cui sarà necessario un approfondimento che durerà “un paio di mesi”. E ha aggiunto che, una volta presentate le offerte, “non si esclude una partecipazione pubblica, ma deve esserci un piano industriale credibile”.

Parole che non hanno confortato Fim, Fiom, Uilm e Usb che hanno spiegato di non continuare a vendere una concreta prospettiva industriale né una soluzione o progetto di tutela dei lavoratori, ma solo una presa d’atto di quanto deciderà la magistratura. Pensiero in sostanza confermato dal governo che, dopo tre ore di incontro e una lunga sospensione, ha avvisato i lavoratori che bisognerà rivedersi dopo la pronuncia dei giudici.

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