il Valium e il machete, la barca che cambia nome, il killer sparito nel nulla. «Non finirà mai»

Ci sono delitti senza colpevoli, e altri in cui l’assassino o gli assassini vengono scoperti, dopo mesi o dopo anni, e assicurati alla giustizia. Ma ci sono anche vicende oscure in cui, per contingenze particolari, per inezia o per le motivazioni più inspiegabili, i responsabili finiscono per non pagare mai. È il caso del celebre delitto del catamarano, un mistero da cui sono passati ben 38 anni, ma che per decenni ha riempito le pagine dei giornali italiani.
Il delitto del catamarano
La vittima si chiamava Annarita Curina e aveva 31 anni: laureata in lingue, aveva comprato pochi mesi prima un catamarano a Corfù e lo aveva portato da sola fino in Adriatico, con la forza di volontà di chi ha deciso che il mare sarà la propria vita. La barca si chiamava Arx, dieci metri, due scafi, acquistata in comproprietà con un’amica. Quella passione, per il mare e la navigazione, alla fine le risulterà fatale.
La traversata alle Baleari
Siamo a giugno del 1988. Skipper di professione, Annarita ha organizzato una traversata verso le Baleari con due clienti: Filippo Antonio De Cristofaro, trentaquattro anni, milanese, ex ballerino, separato e padre di una bambina — e Diana Beyer, olandese, diciassette anni, sua amante da tempo nonostante il divario d’età e nonostante la famiglia di lei si sia opposta fin dall’inizio a quella relazione. I due si conoscono da quando Diana aveva quattordici anni e frequentava la scuola di danza che De Cristofaro aveva aperto a Rotterdam.
Da allora fughe, ricongiungimenti, un sogno ricorrente che l’uomo coltiva da sempre — possedere una barca, veleggiare fino in Polinesia, sparire dal mondo insieme alla ragazza. Annarita non sa nulla di tutto questo: per lei è un lavoro come un altro, deve solo portare due turisti fino alle Baleari, poi tornare. La mattina del 10 giugno il catamarano lascia il porto di Pesaro e a bordo ci sono Annarita, De Cristofaro e Diana, per un viaggio che dovrebbe durare diversi giorni, ma in realtà dura solo due ore.
L’orrore in alto mare
Quello che accade poi è ricostruito nei verbali dei processi: un piano semplice quanto brutale. De Cristofaro, con l’obietivo di impossessarsi della barca, stordisce Annarita con del Valium sciolto nel caffè. Poi, mentre riposa sottocoperta, la skipper viene colpita a un fianco: secondo la ricostruzione dei giudici il primo fendente è di Diana Beyer, spinta dall’amante e da una gelosia insieme reale e strumentale. È De Cristofaro a finire il lavoro con un machete che si trova a bordo, colpendola più volte al volto e alla testa.
Il corpo viene avvolto in una coperta, legato a un’ancora da 17 chili e gettato in mare. È il primo giorno di navigazione, a poche miglia dalla costa. Nessun testimone, nessun soccorso possibile: Annarita Curina è morta prima ancora che qualcuno si accorga della sua assenza. De Cristofaro e Beyer restano soli sulla barca.
Da una cabina telefonica ad Ancona, dove il catamarano attracca la sera stessa, l’uomo chiama un amico olandese, Pieter Groenendijk, e gli chiede di raggiungerlo per portare la barca alle Baleari — senza spiegargli cosa sia realmente accaduto. Pieter sale a bordo due giorni dopo, a Porto San Giorgio, con il suo cane. Non sa nulla di ciò che è successo, e non ha idea che quella barca sia sporca di sangue.
La barca cambia nome
Il catamarano cambia nome: sullo scafo compaiono lettere adesive, non più Arx, ma Fly2. Un tentativo ingenuo e goffo di sparire, agli occhi di chi la cercava: perché intanto gli amici di Annarita, ad Ancona e poi in tutto il Paese, si sono accorti che la skipper non dava più notizie di sé e questa cosa non era mai successa. In tanti si mobilitano: affittano un aereo dall’Aeroclub di Boccadifalco, a Palermo, e sorvolano l’Adriatico e il Mediterraneo alla ricerca della barca.
La svolta
Il catamarano viene avvistato più volte lungo le coste italiane: nel Salento, poi a San Vito Lo Capo, poi a Marettimo, nelle Egadi. Un turista lo fotografa. Un amico della vittima tenta persino di avvicinarsi in mare, ma le persone a bordo gli fanno cenno di allontanarsi. La svolta arriva il 28 giugno, mentre il catamarano è ancora in fuga verso la Tunisia: un peschereccio – l’Azzurra ’83 – issa a bordo, al largo di Marzocca di Senigallia, un corpo impigliato nelle reti. È avvolto in una coperta, zavorrato da un’ancora, sfigurato dai giorni trascorsi in acqua e dai colpi di machete. Quel corpo è di Annarita Curina
Ghar El Melh
Il catamarano viene individuato il 19 luglio, dopo quaranta giorni di fuga, nel porticciolo tunisino di Ghar El Melh.
A bordo, De Cristofaro, Diana Beyer e Pieter Groenendijk vengono arrestati: quest’ultimo risulterà poi estraneo all’omicidio ed esce dalle indagini. Durante gli interrogatori in un primo momento Diana tenta di addossarsi l’intera responsabilità, forse su indicazione dello stesso De Cristofaro: poi la versione cambia.
I genitori della ragazza raggiungono l’Italia, ottengono un colloquio con la figlia, e da quel colloquio esce una ricostruzione diversa non legata alla gelosia, ma una vera e propria premeditazione. Il Valium era stato comprato da entrambi gli amanti e il loro obiettivo era rubare la barca per raggiungere la Polinesia. De Cristofaro confesserà infine di essere stato lui a colpire mortalmente la skipper, pur tentando di ridimensionare il proprio ruolo nella fase iniziale dell’aggressione.
I processi
Diana Beyer, minorenne al momento dei fatti, viene processata dal Tribunale dei minori di Ancona. Il 17 dicembre 1988 viene condannata a sei anni e sei mesi di reclusione per concorso in omicidio. Ne sconterà molti meno: la libertà condizionale arriva dopo circa quindici mesi, seguita dall’assegnazione a una comunità in Toscana.
Per De Cristofaro il percorso giudiziario è più lungo. Trent’anni in primo grado, pena trasformata in ergastolo in appello per omicidio e occultamento di cadavere. Il 5 giugno 1991 la Cassazione conferma la condanna definitiva. Sui media De Cristofaro diventa “Pippo”, o “il Rambo dei mari”: condannato al carcere a vita, dovrebbe scontare la pena in un penitenziario italiano, ma le cose andranno diversamente.
La condanna e le fughe
Detenuto nel carcere di Opera, a Milano, nel luglio 2007 De Cristofaro evade sfruttando un permesso premio: viene catturato un mese dopo a Utrecht, in Olanda, dove si era recato per incontrare la figlia e l’ex moglie. Nel 2014 evade di nuovo, questa volta dal carcere di Porto Azzurro, sull’isola d’Elba. La latitanza dura due anni: viene arrestato nel maggio 2016 a Sintra, vicino Lisbona, mentre sta per salire su un treno con un passaporto falso intestato a un fantomatico Andrea Bertone e circa 6mila euro in contanti.
L’Italia chiede l’estradizione. Il Portogallo, dove l’ergastolo non è previsto dall’ordinamento, chiede chiarimenti a Roma. La procura italiana risponde che, di fatto, nel nostro Paese non si superano comunque i trent’anni di reclusione effettiva. La risposta resta senza seguito. Il 15 ottobre 2016 le autorità portoghesi scarcerano De Cristofaro per decorrenza dei termini di custodia cautelare, senza avvertire tempestivamente l’Italia, e da quel giorno di lui non si hanno più notizie.
«Torno in galera, mi hanno preso»
Come raccontava ll Messaggero dopo l’ultima cattura, l’ultima telefonata di De Cristofaro fu al genero, perché la figlia Caroline di lui non voleva più sapere: «Se vuoi dirlo a mia figlia, mi hanno preso. Stavolta torno in galera per sempre». Da ergastolano latitante aveva cercato di diventare “invisibile”, fra Italia, Albania, Francia e Portogallo: in tasca aveva 5.900 euro.
Virgilio Russo, della Mobile, disse che «sulle sue entrate De Cristofaro ci ha senz’altro raccontato una serie di falsità, a cominciare dalla frase “a me basta poco per vivere”». Altro particolare inquietante sono i tempi: la comunicazione dal Portogallo all’Italia in cui si faceva sapere alle autorità che De Cristofaro era stato scarcerato, arriva addirittura a febbraio 2017, circa nove mesi dopo la cattura a Lisbona. Avrebbe dovuto rispondere a tante domande, se fosse tornato in Italia.
Dov’è finito De Cristofaro?
La vicenda diventa incredibile da credere soprattutto per la famiglia della vittima, che non riesce a spiegarsi come sia possibile che De Cristofaro, che doveva passare la vita in carcere, in realtà sia libero e irreperibile. «È una storia che non finirà mai», commenterà Michele Curina, fratello di Annarita. A distanza di 38 anni, il colpevole del delitto del catamarano è libero, nessuno sa dove sia, e non ha pagato il suo debito con la giustizia: ora, se fosse ancora vivo, avrebbe 72 anni. E con ogni probabilità, a distanza di dieci anni dall’ultima volta in cui l’ha fatta franca, quel debito non lo pagherà mai.




