migliaia di proprietari potranno riscattare gli alloggi a costi ridotti
Per capire la portata di questa storia bisogna fare un salto indietro di vent’anni, tra le assemblee di condominio infuocate, le lettere d’avviso della burocrazia e l’angoscia strisciante di chi pensava di aver comprato una casa e invece si è ritrovato prigioniero dei vincoli d’esproprio.
A oltre quarant’anni dai primi insediamenti del Piano di Zona nato con la legge 167, per circa tremila famiglie del Laurentino 38 il riscatto delle mura domestiche non sarà più un salasso.
Basterà un versamento compreso tra i 300 e i 1.800 euro per trasformare il semplice diritto di superficie in una proprietà piena, senza più lacci né paure.
Un prezzo quasi simbolico rispetto ai contatori che fino a ieri registravano cifre da capogiro, fino a 30 mila euro a famiglia.
Un traguardo che sblocca d’un colpo solo vendite, eredità e le pratiche per l’affrancazione dai prezzi massimi di cessione, restituendo agli appartamenti il loro reale valore di mercato.
Il “giallo” risolto negli archivi: «Quei terreni erano stati già pagati»
A fare da apripista in questa vicenda non è stato un blitz della politica, ma una certosina indagine condotta sul campo direttamente dal Consiglio di Quartiere.
Per otto mesi, mappa alla mano, i comitati locali hanno scartabellato delibere, determine e mandati di pagamento conservati negli archivi storici di Roma Capitale, incrociandoli poi con i registri della Tesoreria di via del Tempio di Giove.
«È stato un lavoro di pazienza e archeologia amministrativa», racconta Alberto Voci, portavoce del comitato del quartiere. «Insieme a Rossella Muscente abbiamo spulciato decennio per decennio la storia finanziaria del comprensorio. Alla fine abbiamo trovato le prove che cercavamo: l’Ater aveva già versato al Campidoglio la bellezza di 21 milioni di euro per l’esproprio di quelle aree, piazzando l’ultimo maxi-assegno da circa 17 milioni nel 2002. Dimostrare che i conti tra enti erano già stati saldati ha consentito di abbattere quasi a zero il contributo richiesto ai proprietari».
La spaccatura: il dramma delle cooperative e i nodi mai sciolti
Se l’Ater esulta, nel quartiere resta però un’ampia fetta di residenti per i quali l’incubo continua. Il 45% del patrimonio abitativo del Laurentino è stato infatti realizzato attraverso cooperative edilizie e imprese private. Per loro il riscatto resta un salto nel buio con cifre che superano ancora i 20 mila euro.
All’origine della disparità c’è una vecchia ferita urbanistica della Capitale: i ricorsi milionari presentati dai vecchi latifondisti dell’agro romano – tra cui i principi Torlonia – contro i decreti di esproprio del Comune.
La vertenza giudiziaria, conclusa nei primi anni Duemila, ha visto l’amministrazione soccombere e condannata a indennizzi da capogiro. Una voragine economica che, nel caso delle cooperative, è finita poi per scaricarsi sulle tasche delle famiglie.
La politica alla prova: emendamento in Parlamento per fissare un tetto
Un tema dibattuto anche durante un’affollata assemblea pubblica alla presenza dell’assessore all’Urbanistica del Municipio IX, Manuel Gagliardi, che ha espresso apprezzamento per il lavoro di ricostruzione svolto dal quartiere. Ma per eliminare la discriminazione tra i cittadini serve una legge dello Stato.
In Parlamento è infatti al vaglio una proposta di riforma – sostenuta dal senatore Andrea De Priamo e dal deputato Luciano Ciocchetti – per superare la norma del 2020 e calmierare i costi del riscatto per tutti: un tetto massimo di 5 mila euro per le case fino a 150 metri quadri e di 10 mila euro per i metrature superiori.
Un intervento indispensabile per spegnere definitivamente una delle ultime vertenze storiche dell’edilizia pubblica capitolina.
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