Emilia Romagna

Il Trono di Verucchio 2026 al biblista padre Massimo Pazzini


Il comune di Verucchio ha consegnato sabato, 3 ottobre, il premio “Il Trono” per il 2026 a padre Massimo Pazzini, frate minore francescano e biblista nato a Villa Verucchio il 29 ottobre 1955. La cerimonia si è svolta nella sala consiliare con la consegna del riconoscimento da parte della sindaca Lara Gobbi e della giunta comunale, alla presenza dei familiari di padre Pazzini e dei confratelli del convento francescano di S. Croce di Villa Verucchio.

L’evento ha aperto ufficialmente la Festa della Storia 2026, che si estende per due fine settimana tra la Rocca, il Museo e la Pinacoteca con un programma di mostre, spettacoli, laboratori e momenti di approfondimento.

Il premio e il suo significato

Il premio “Il Trono”, istituito nel 2019, è il riconoscimento con cui l’amministrazione comunale sceglie di rendere omaggio a chi si sia distinto per impegno, per un gesto significativo o per un’azione concreta a favore della comunità. Il nome richiama il prezioso trono ligneo villanoviano, uno dei reperti più iconici custoditi nel Museo civico archeologico di Verucchio, risalente alla prima età del Ferro, circa tremila anni fa.

Per il 2026, la scelta è caduta su padre Pazzini per il suo impegno per la pace, il dialogo e la fraternità, considerato di particolare valore nell’attuale momento storico. L’assegnazione ricade anche nell’anno in cui ricorrono gli 800 anni dalla morte di san Francesco.

Quarantadue anni a Gerusalemme

Studioso specializzato nelle lingue bibliche – ebraico, aramaico e siriaco – padre Pazzini ha studiato teologia a Bologna e Gerusalemme, lingue e civiltà orientali a Napoli, e ha conseguito titoli all’Università ebraica di Gerusalemme. Dal 1991 ha insegnato allo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, del quale è stato decano dal 2011 al 2017 e successivamente vice-decano. Oggi è professore emerito.

Ha trascorso oltre quarant’anni nella città santa, immerso in una realtà in cui cristiani, ebrei e musulmani condividono lo stesso territorio. Una convivenza che ha descritto lui stesso con queste parole: le religioni convivono “per amore o per forza — da millenni”.

Tra i suoi studi figura una riflessione sul concetto biblico di pace, legata in particolare alla parola ebraica shalom. In uno dei suoi articoli scrive: «Sarebbe restrittivo il voler tradurre šālôm con “pace”: il significato fondamentale della parola è quello di “benessere”, con una chiara preponderanza dell’aspetto materiale».

Le parole del premiato

Nel suo intervento, padre Pazzini ha esordito citando il detto evangelico “nemo propheta in patria”, per poi aggiungere: “Grazie a Dio, non sono un profeta, quindi queste parole del vangelo mi riguardano solo in parte”. Ha quindi ringraziato il comune e ha rivendicato con orgoglio il legame con la sua terra d’origine.

“Ho trascorso la maggior parte della mia vita – 42 anni abbondanti – fuori dall’Italia a Gerusalemme dove ho studiato e ho insegnato la lingua ebraica e aramaica. A modo mio mi sono impegnato per costruire la pace, il dialogo e la fraternità”, ha detto, citando la Regola di san Francesco del 1221 come ispirazione per il suo approccio al dialogo interreligioso.

Ha concluso con le parole del Salmo 132,14, adattandole a Verucchio: “Questo sarà il luogo del mio riposo per sempre: qui risiederò, perché l’ho voluto”.


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