il quadro sulle tossicodipendenze nel Ravennate

Dipendenze patologiche che si fanno largo ormai sempre prima, già a 8 e 11 anni attraverso il gaming. E poi cocaina e psicostimolanti, con un’assunzione, nel solo territorio ravennate, aumentata in dieci anni di 16 punti percentuali. Sono queste alcune delle situazioni più urgenti su cui sarà chiamata a intervenire la neo direttrice dell’unità operativa di Dipendenze patologiche, Manuela Ricci.
“Noi veniamo spesso chiamati dalle scuole, ma di norma dovremmo intervenire dai 14 anni in su. Oggi ci capita di essere chiamati anche dalle scuole medie, classi di ragazzi di 11 anni, perché ormai le situazioni di disagio iniziano presto e lo fanno anche attraverso il gaming. A queste condizioni, si tratterà di studiare insieme delle strategie, a livello regionale, per capire come intervenire e cercare da un lato, di non essere intrusivi, ma dall’altro di guidare giusti percorsi di cura”.
L’obiettivo rimane quello dell’intercettazione del disagio dei ragazzi passando anche dalle loro famiglie. “Non tutte hanno gli strumenti per chiedere aiuto – spiega Ricci –. Il nostro compito è arrivare anche a chi merita un intervento ma non si fa avanti. Oggi il gaming coinvolge anche bambini di 8 anni, questo ci impone di organizzare percorsi che coinvolgano le famiglie ma anche la scuola, perché certamente per questa fascia d’età non si può pensare di richiedere un ingresso al reparto di Dipendenze patologiche”.
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Ma a Ravenna in questi anni a cambiare è stato tutto l’universo delle dipendenze che non ha più nulla a che fare con l’immaginario collettivo del tossicodipendente degli anni ‘80, dell’eroinomane con una vita personale e lavorativa distrutta. “In dieci anni, l’uso delle sostanze come la cocaina e gli psicostimolanti è passato, nel Ravennate, dal 24% al 40%. Il soggetto non è più certo la persona disperata, malata, compromessa che ci si immaginava un tempo, ma individui che usano la cocaina anche solo per migliorare la propria performance lavorativa. Allo stesso tempo, sono persone che non accettano la cura al Sert, che viene stigmatizzata, ma ci chiedono interventi rapidi e preferibilmente medicalizzati”, spiega la direttrice. “Servono risposte nuove che richiedono un atteggiamento multidisciplinare. Dobbiamo offrire percorsi che esulino dal Sert per come lo conosciamo. Le persone si devono sentire più tranquille e motivate ad andare”.
Nel frattempo si studiano anche nuove terapie: “Ci sono tecniche come la stimolazione transcranica che, benché al momento ancora non in essere, vanno approfondite. Gli studi ci dicono che permettono di raggiungere buoni risultati sul percorso di cura quando associate a trattamenti psicologici. Allo stesso modo dobbiamo rafforzare il supporto offerto dai gruppi di auto mutuo aiuto presenti sul territorio. Quando finisce il percorso di cura le persone hanno bisogno di continuare a condividere le loro esperienze e ad avere un confronto diretto con persone nelle stesse condizioni”.
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