Il giallo delle “morti dell’anguria” intera famiglia sterminata dal veleno per topi, indagini in corso
Un’intera famiglia sterminata nel cuore della notte da un’anguria intrisa di un letale veleno per topi. Sembra la trama dell’ultimo thriller hollywoodiano e invece è quanto successo tre settimane fa in India, un caso che ancora tiene banco sui media internazionali. Come confermato in queste ore dagli investigatori in un’intervista alla BBC, le autorità brancolano ancora nel buio: non è chiaro come il fosfuro di zinco sia finito nel frutto, né se si tratti di un omicidio premeditato, di un fatale incidente domestico o di un patto suicida.
I fatti
Tutto è iniziato lo scorso 25 aprile a Mumbai, nel quartiere di Pydhonie. Abdullah Dokadia, la moglie Nasreen e le due figlie Ayesha e Zainab vivevano al primo piano di un vecchio edificio. Secondo la ricostruzione fornita dalla polizia, quella sera la famiglia aveva ospitato alcuni parenti per una cena a base di biryani. Dopo che gli ospiti se ne sono andati, intorno alle 22:30, i Dokadia hanno consumato dell’anguria. Poco dopo, i quattro hanno accusato sintomi fulminei e violenti: vomito e diarrea. I vicini, allertati dalla situazione, sono accorsi in aiuto. Tra loro il dottor Zaid Qureshi, residente al quarto piano, che alla testata in lingua marathi della BBC ha raccontato di aver tentato disperatamente la rianimazione cardiopolmonare sulla figlia più piccola, in grave debito d’ossigeno. Trasferiti inizialmente in un ospedale locale e poi al JJ Hospital, tutti e quattro i membri della famiglia sono deceduti. La stampa locale ha immediatamente ribattezzato la vicenda “le morti dell’anguria”. Un’etichetta che ha generato una psicosi nazionale: il sospetto che il frutto – popolarissimo durante l’estate indiana – potesse essere avvelenato ha fatto crollare la domanda, causando un crollo dei prezzi nei mercati ortofrutticoli di Mumbai.
Le prove forensi: il fosfuro di zinco
La svolta tecnica è arrivata la scorsa settimana. I referti del Forensic Science Laboratory (FSL) di Mumbai hanno spostato l’attenzione dal frutto in sé alla contaminazione chimica. Il direttore del laboratorio, il dottor Vijay Thakare, ha confermato alla BBC la presenza di fosfuro di zinco – un potente topicida – nei campioni di viscere delle vittime (fegato, reni, milza, contenuto dello stomaco, bile e grasso addominale) e sui resti dell’anguria sequestrata nell’appartamento. Il vicecommissario di polizia Pravin Mundhe ha sottolineato che il veleno non è stato rilevato in nessun altro campione di cibo analizzato. Secondo un’inchiesta dell’Indian Express, l’edificio in cui vivevano i Dokadia aveva un noto problema di infestazione da roditori, spingendo molte famiglie a usare esche avvelenate. Il medico Bhushan Rokade ha illustrato la letalità della sostanza: a contatto con l’umidità, il fosfuro di zinco genera gas fosfina, che inibisce l’utilizzo dell’ossigeno da parte delle cellule. Provoca vomito, senso di oppressione al petto, respiro corto e shock, risultando fatale anche in quantità infinitesimali.
Nessuna ipotesi esclusa
Aver individuato l’arma, tuttavia, non ha chiarito la mano o il movente. Mercoledì, fonti di alto livello della polizia di Mumbai hanno ribadito alla BBC la totale incertezza sulla dinamica della contaminazione. “Stiamo ancora raccogliendo prove e valutando tutte le angolazioni“, ha dichiarato un alto ufficiale. “Non abbiamo escluso l’omicidio, la morte accidentale o il suicidio”. Per dipanare la matassa, le numerose squadre investigative istituite per il caso stanno scavando a fondo nella vita dei Dokadia. Finora sono state interrogate tra le 40 e le 50 persone, passando al setaccio le testimonianze di parenti (inclusi i commensali di quella sera), amici, vicini di casa e colleghi di lavoro. Mentre si attendono ancora i risultati definitivi delle autopsie, le forze dell’ordine mantengono il massimo riserbo, garantendo un impegno ininterrotto fino alla risoluzione del caso.
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