«Il food truck serviva per vendere droga? Non ci crediamo»

Più che rabbia, ai tavolini del Centralino, il bar in via Padova proprio sotto a dove abitava Marco Cossi, si respira un senso di smarrimento. Da quando ieri, giovedì 23 aprile, è emerso il contenuto del racconto reso agli inquirenti da Samuele Donadello, che si trova in carcere con l’accusa di aver ucciso l’amico e socio Marco Cossi, nel quartiere dove viveva la vittima nessuno riesce a darsi una spiegazione. L’ipotesi che il progetto del food truck potesse servire da copertura per vendere sigarette elettroniche con Thc e altre sostanze viene respinta da chi conosceva Marco da anni. Non perché vogliano difenderlo a prescindere, dicono, ma perché quell’immagine non coincide in alcun modo con la persona che avevano davanti ogni giorno.
Per gli amici del quartiere, infatti, Cossi era l’opposto di un uomo incline a esporsi in situazioni opache. «Qui tutti lo conoscevano come una persona prudente, quasi fin troppo remissiva – raccontano alcuni amici -. Era uno che stava attento, che non cercava guai e che non aveva il profilo di chi si infila in giri illegali. Per questo facciamo fatica a credere alla ricostruzione di “masterchef” (il soprannome di Samuele Donadello, ndr.). Ci sono troppe cose che non convincono. A partire dal luogo dell’incontro. Non capiamo perché si sarebbero dovuti spostare fin lì per parlare o per fumare. Non era una situazione normale, e questo lascia molti interrogativi aperti».
C’è poi un altro punto che, nel quartiere, viene ripetuto con insistenza: la brutalità dell’omicidio. Anche chi prova a ragionare con freddezza si ferma davanti alla stessa domanda. «Al di là di tutto, resta la violenza con cui è stato ucciso – aggiungono -. Una reazione così feroce non si riesce a spiegare».
Gli amici insistono anche sul fatto che Marco avesse abitudini molto lineari, quasi ripetitive. «Era uno che conduceva una vita regolare – spiegano -. Non beveva, non faceva vita strana. Quando veniva qui al bar prendeva un caffè o una bottiglia d’acqua frizzante. Poteva capitare che fumasse uno spinello in compagnia, ma da qui a trasformarlo in uno che organizzava attività illecite ce ne passa. A noi sembra un’immagine completamente falsa».
Nel ricordo di chi lo ha visto per l’ultima volta domenica, Marco era concentrato soprattutto su ciò che sarebbe dovuto iniziare il giorno dopo. «Continuava a ripetere che avrebbe dovuto alzarsi prestissimo per partire con il truck. Era stanco ma contento, e parlava di quella novità come di qualcosa a cui teneva davvero. Anche Samuele ci è sempre sembrato una persona tranquilla, a modo. Nel quartiere, però, si sapeva che stava affrontando situazioni delicate. Si parlava di problemi personali e familiari. Sapevamo che era anche seguito anche dal SerD dove faceva dei controlli per cercare di non perdere la custodia dei figli avuti con l’ex moglie».
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