Il basmati italiano sfida la crisi del riso
Confagricoltura ha presentato sabato 12 settembre a Risò, il Salone internazionale del riso di Vercelli, un progetto per sviluppare un riso aromatico italiano capace di offrire ai consumatori un’alternativa nazionale al Basmati importato da India e Pakistan, in una fase complicata per la risicoltura segnata da siccità, costi e concorrenza estera. L’idea, illustrata davanti a produttori, tecnici e operatori della filiera, nasce da una constatazione semplice: il mercato chiede sempre più risi profumati, lunghi, adatti a cotture leggere, e l’Italia può provare a presidiare quello spazio senza limitarsi a subire le importazioni.
A Vercelli il progetto per il riso aromatico italiano
Nel padiglione di Risò, tra stand aziendali, incontri tecnici e assaggi, il dossier di Confagricoltura ha riportato al centro una domanda che da tempo circola nelle risaie del Nord: come dare nuovo valore al riso italiano senza inseguire soltanto la competizione sui prezzi. “Serve una filiera riconoscibile, dal campo allo scaffale”, hanno spiegato i promotori dell’iniziativa, indicando nel riso aromatico una possibile risposta commerciale e agronomica.
Il riferimento immediato è il Basmati, prodotto che arriva quasi interamente dall’Asia meridionale, soprattutto da India e Pakistan, e che negli ultimi anni ha conquistato spazio nella grande distribuzione e nella ristorazione. Il progetto italiano non punta a copiare un nome, che resta legato a precise aree produttive, ma a proporre una varietà nazionale con caratteristiche simili: chicco lungo, profumo naturale, buona tenuta in cottura. Una strada già aperta, ma ancora da consolidare.
Apollo, la varietà che guarda al Basmati
Al centro della proposta c’è Apollo, una delle varietà più diffuse tra i risi aromatici italiani. È un chicco allungato, cristallino, selezionato incrociando materiale genetico di origine asiatica con una varietà italiana, e viene usato in cucina in modo vicino al Basmati: cotture pilaf, preparazioni al vapore, insalate fredde, contorni per piatti di carne e pesce. Non un riso da risotto, insomma. Un prodotto diverso, pensato per abitudini di consumo che sono cambiate.
Secondo i produttori presenti a Vercelli, il vantaggio può essere duplice: intercettare una domanda già formata e, allo stesso tempo, raccontare una provenienza più vicina, tracciabile, legata alle aree risicole italiane. “Il consumatore cerca praticità, ma chiede anche origine e garanzie”, ha osservato un tecnico della filiera durante la presentazione. Ed è qui che il made in Italy può giocarsi una partita non solo d’immagine, ma di qualità controllata.
Siccità e concorrenza pesano sulle risaie italiane
La spinta verso il riso aromatico italiano arriva in un momento difficile per il comparto. La risicoltura, coltura che nasce e cresce nell’acqua, è esposta in modo diretto agli effetti della siccità e alla gestione sempre più complessa delle risorse idriche, soprattutto tra Piemonte e Lombardia. Negli ultimi anni, tra invasi sotto pressione, turnazioni e stagioni irregolari, molte aziende hanno dovuto rivedere semine, tecniche di irrigazione e costi di produzione.
A questo si aggiunge la pressione dei mercati internazionali. Il riso italiano deve confrontarsi con importazioni da Paesi asiatici dove i costi sono più bassi e dove, denunciano da tempo le organizzazioni agricole europee, non sempre valgono gli stessi standard su lavoro, controlli e sostenibilità. Il tema riguarda anche i flussi da Cambogia e Myanmar, entrati in passato nel mercato europeo con regimi tariffari agevolati. Per i produttori italiani, il punto è chiaro: competere solo sul prezzo diventa complicato, quasi una rincorsa persa in partenza.
Una filiera nazionale per cambiare passo
La proposta di Confagricoltura prova allora a spostare il baricentro: non solo difesa delle produzioni tradizionali, ma costruzione di una filiera nazionale del riso aromatico. Significa selezione varietale, contratti tra agricoltori e trasformatori, promozione commerciale e un’etichetta capace di spiegare al consumatore cosa sta acquistando. “Non basta seminare una varietà diversa”, ha confidato un produttore vercellese a margine dell’incontro. “Bisogna creare continuità, altrimenti resta una prova isolata”.
Il percorso, per ora, è nella fase di sviluppo e dovrà misurarsi con rese, disponibilità di superfici, risposta dell’industria e prezzo finale. Però l’interesse c’è, anche perché il segmento del riso aromatico è già presente sugli scaffali e nelle cucine domestiche. Portarne una quota dentro il perimetro italiano vorrebbe dire trattenere valore, dare nuove opzioni agli agricoltori e ridurre la dipendenza dalle importazioni.
Non sarà una soluzione unica alla crisi del comparto. Nessuno, tra gli operatori, lo presenta così. Ma a Vercelli, nel cuore di una delle capitali europee del riso, il messaggio è passato con una certa nettezza: innovare non significa abbandonare la tradizione, bensì provare a darle un mercato nuovo. Anche partendo da un chicco profumato, lungo, italiano.
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