i nostri attivisti segnalati come “persone pericolose” anche se non hanno precedenti
TORINO – Lo scorso venerdì mattina, al suo rientro in Italia dopo un viaggio a Montreal segnato da preoccupazioni familiari, una professoressa torinese si è ritrovata al centro di una vicenda che solleva interrogativi sul rapporto tra sicurezza, libertà individuali e diritto alla trasparenza delle istituzioni.
Secondo quanto denunciato da Annalisa, attivista di Extinction Rebellion e priva di precedenti penali, la donna sarebbe stata fermata e perquisita dalla Polizia di Frontiera all’aeroporto di Milano Malpensa durante il controllo passaporti, dopo che il sistema avrebbe segnalato il suo nominativo come quello di una presunta “persona pericolosa”.
Il rientro da Montreal e il fermo a Malpensa
Annalisa era appena tornata dal Canada, dove si era recata per assistere il marito rimasto vittima di un incidente. Una volta atterrata a Malpensa, il normale controllo dei documenti si sarebbe trasformato in un lungo fermo.
«È la terza volta in sei mesi che vengo bloccata al controllo passaporti, uscendo o rientrando in Italia dall’area Schengen», racconta la donna. «Chiaramente non si tratta di controlli doganali a campione, perché la lettura del mio passaporto attiva un’allerta della Polizia di Stato che fa scattare il fermo e la perquisizione».
L’attivista sottolinea di non avere alcuna condanna né di essere mai stata rinviata a giudizio. Nonostante le sue richieste di chiarimento, sostiene di non aver mai ricevuto spiegazioni precise sulle ragioni dei controlli né sull’eventuale esistenza di elenchi o registri consultati dagli agenti.
“Non è un caso isolato”
Secondo Extinction Rebellion, quello di Annalisa sarebbe solo uno dei numerosi episodi registrati negli ultimi due anni. Il movimento ambientalista riferisce infatti di aver raccolto decine di segnalazioni da parte di persone che hanno partecipato, anche solo occasionalmente, alle iniziative di protesta del gruppo.
Lo schema descritto sarebbe sempre lo stesso: blocco al controllo passaporti in entrata o in uscita dall’area Schengen, trasferimento in una stanza separata, attese che possono durare anche diverse ore e successivo controllo approfondito dei bagagli.
In alcune circostanze, sostiene il movimento, si sarebbe arrivati a perquisizioni corporali, minacce di denuncia per resistenza e persino alla perdita del volo o alla discesa forzata da un treno.
«Gli agenti che eseguono il fermo, anche di fronte a domande precise e circostanziate, non spiegano le ragioni del controllo», afferma Annalisa. «Giustificano l’operazione come una perquisizione casuale. Di fronte alla richiesta di un verbale, la risposta è sempre stata un rifiuto, motivato con un generico “non è previsto”».
Il documento ottenuto dopo le insistenze
Diversamente da quanto accaduto in passato, questa volta la donna sarebbe riuscita a ottenere un documento della Polizia di Frontiera indirizzato alla Dogana di Malpensa.
Nel testo, viene richiesto, «ai sensi degli articoli 12 e/o 13 del D. Lgs. 141/24 TUD», di sottoporre la passeggera a visita e controllo del bagaglio e degli oggetti in suo possesso, invitandola inoltre a esibire eventuali valori portati sulla persona.
Per Extinction Rebellion, però, il riferimento a una “perquisizione doganale casuale” non chiarirebbe il quadro. Il movimento, insieme ai propri legali, intende approfondire la questione, evidenziando sia la frequenza dei controlli a carico di attivisti sia il ripetersi delle verifiche nei confronti della stessa persona nel giro di pochi mesi.
L’ipotesi di un registro riservato
Secondo il movimento ambientalista, non si può escludere che persone che hanno partecipato alle manifestazioni di Extinction Rebellion, pur non essendo sottoposte a procedimenti penali, possano essere inserite in registri riservati utilizzati dalle forze dell’ordine per attivare controlli mirati.
Si tratta, al momento, di un’ipotesi avanzata dagli attivisti e non supportata da conferme ufficiali da parte delle autorità competenti.
«È per me incomprensibile come la Polizia di uno Stato democratico possa interferire in maniera così invasiva sulla libertà di una persona incensurata e dei suoi familiari senza spiegarne il motivo e senza rispettare l’obbligo di rilasciare un verbale circostanziato o di comunicare l’accaduto a un magistrato», conclude Annalisa.
La professoressa torinese sta ora valutando, insieme ai propri avvocati, la possibilità di presentare un esposto per fare luce sull’accaduto. L’invito rivolto ad altre persone che ritengano di aver vissuto esperienze analoghe è quello di denunciare pubblicamente tali episodi.
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