i Danni invisibili ai pesci
L’acidificazione degli oceani rappresenta una minaccia sempre più concreta per le comunità marine, andando ben oltre il semplice abbassamento della mortalità dei pesci.
Un recente studio condotto dall’Università di Adelaide, pubblicato sul “Journal of Animal Ecology”, evidenzia come questo fenomeno possa disgregare le strutture sociali dei pesci, isolandoli e compromettendo la loro capacità di sopravvivenza. Questo tema torna attuale in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani, celebrata l’8 giugno, che invita a riflettere su cosa possiamo ancora fare per mitigare gli effetti di questo cambiamento.
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Negli ultimi anni, il dibattito sui diritti della natura ha guadagnato terreno, con alcuni paesi come Ecuador e Bolivia che hanno addirittura costituzionalizzato tali diritti. Anche in Europa si stanno facendo passi avanti, seppur lentamente. In questo contesto, la governance aziendale ha il potenziale per accelerare il progresso, proponendo soluzioni innovative per affrontare i problemi ambientali.
In particolare, lo studio dell’Università di Adelaide rivela che l’acidificazione non causa direttamente la morte dei pesci, ma li isola. La complessità delle barriere coralline viene distrutta, riducendo la densità delle popolazioni e “spezzando” i banchi di pesci. Questi individui possono apparire inizialmente adattati, mentre in realtà la loro rete sociale si disgrega silenziosamente, rendendo il danno ancor più insidioso e difficile da contrastare.
Dal periodo della rivoluzione industriale, il pH degli oceani ha registrato una diminuzione di circa 0,1 unità, traducendosi in un aumento dell’acidità del 26%. Questo cambiamento è causato dalla crescente quantità di CO₂ nell’atmosfera, che si dissolve negli oceani creando acido carbonico. Il fenomeno è in continua evoluzione, con effetti potenzialmente devastanti non solo per la fauna marina, ma anche per gli ecosistemi globali.
Di fronte a questa situazione preoccupante, emergono diverse strategie per affrontare l’acidificazione. La protezione attiva delle aree marine intatte rappresenta la risposta più immediata. Interventi per ridurre l’impatto umano diretto, come la pesca eccessiva e l’inquinamento, possono contribuire a mantenere la resilienza degli ecosistemi, consentendo alle soluzioni future di avere un contesto favorevole in cui operare.
Un’altra risposta utile è il ripristino di habitat marini, come le praterie di Posidonia nel Mediterraneo e le mangrovie nei tropici. Questi ecosistemi non solo assorbono carbonio, ma tamponano anche l’acidità dell’acqua. Tuttavia, la scalabilità di tali interventi rimane limitata, rendendo difficile una loro applicazione su larga scala.
L’alcalinizzazione oceanica, che prevede l’aggiunta di sostanze alcaline all’acqua marina, è una delle soluzioni più promettenti. Questa pratica aumenta la capacità degli oceani di assorbire CO₂ senza abbassare il pH, replicando processi naturali. Collaborazioni tra istituti di ricerca, come l’Università di Milano-Bicocca e il Politecnico di Milano, stanno gettando le basi per sviluppare e testare questa tecnologia, che ha già dimostrato di non avere effetti negativi sugli organismi marini.
Tuttavia, tutte queste soluzioni rimangono parziali senza un impegno serio a ridurre le emissioni di CO₂ alla fonte. È fondamentale riconoscere che senza un intervento strutturale in questo ambito, ogni altra azione si limita a gestire il danno piuttosto che risolvere il problema alla radice. La normativa europea sta iniziando a stringere le maglie, imponendo scadenze che richiederanno risposte concrete e tempestive.
Nell’ultimo periodo, si osserva un crescente impegno da parte di aziende e startup nel settore della sostenibilità. Questi attori non si limitano più a monitorare il problema, ma stanno sviluppando soluzioni industriali concrete. Nel 2024, giganti come Microsoft e Google hanno rappresentato l’80% degli acquisti globali di carbon removal, indicativo di un crescente interesse verso soluzioni innovative.
Startup come Ebb Carbon e Project Vesta stanno sperimentando approcci diversi per affrontare l’acidificazione, con progetti mirati a rimuovere l’acidità dall’acqua marina e aumentare l’alcalinità. In Italia, Limenet sta sviluppando tecnologie basate sui bicarbonati di calcio, collaborando con Fassa Bortolo per rendere la produzione di calce più sostenibile.
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