Hormuz, trema il porto di Ancona. «Perso il 25% di export e i costi sono impazziti»

ANCONA – Svanito il sogno di una tregua duratura in Iran, il mondo torna a fare i conti con la chiusura dello Stretto di Hormuz, il principale corridoio navale per il commercio tra l’Europa e l’Oriente. Ed anche Ancona, tra i principali scali marittimi dell’Adriatico, accusa il colpo. «La guerra nel Golfo Perisco sta avendo un impatto immediato e significativo sul porto di Ancona» conferma Andrea Morandi, dell’agenzia navale Morandi. Spiega come quell’area rappresenti «il 20-25% del nostro export annuo, una quota che di fatto abbiamo perso dall’inizio del conflitto».
Gli effetti
Tante le conseguenze di questa situazione di stallo, e su più fronti. «Ci sono ritardi e accavallamenti nella consegna delle merci» rileva, ad esempio, Guido Giambuzzi dell’agenzia Amatori. Con i passaggi delle portacontainer attraverso lo Stretto che si contano sulle dita della mano e la lunghezza dei percorsi alternativi, infatti, le merci arrivano a destinazione ben oltre i tempi previsti. «Ritardi anche di 25 giorni – quantifica Amatori – che rendono davvero difficile programmare, creando un clima di incertezza».
Ammesso che i prodotti riescano a partire. «Finora mi è stato annullato un solo carico» tira un mezzo sospiro di sollievo Alessandro Archibugi dell’agenzia navale Archibugi. Ma era un carico importante: «Si trattava di imbarcazioni di circa 30 metri, degli yacht, che da Ancona sarebbero partiti per i paesi che gravitano nella zona dello Stretto». «Dovevano imbarcarsi – racconta – ma la spedizione purtroppo è saltata e qui non sono nemmeno mai arrivate». Colpa di una instabilità che frena anche i produttori. Infatti Morandi avverte: «Il timore concreto è una contrazione dell’attività industriale che si rifletterebbe inevitabilmente sul porto, con un segno negativo marcato nei volumi».
È un circolo vizioso: le navi non partono, non si può spedire, la produzione cala perché certi mercati vengono tagliati fuori e allora si spedisce di meno. La costante, però, è l’impoverimento generale della nostra economia. «La priorità è che il conflitto si fermi – dice Morandi – ma nel frattempo è fondamentale che le imprese del territorio reagiscano, cercando nuovi mercati per attenuare l’impatto e mantenere attive le filiere produttive». C’è già chi lo sta facendo. I container accatastati in porto sono tanti, è ero, ma c’è anche chi sta cercando di vendere la merce che non potrebbe raggiungere il Golfo Persico altrove.
I prezzi
Altri operatori, invece, stanno provando a bypassare lo Stretto via terra, con tragitti su rotaia nel tratto della chiusura. Ma sono palliativi, peraltro molto costosi. «L’aumento del rischio geopolitico e del costo del carburante – continua Morandi – ha portato in poche settimane a un triplicarsi dei noli marittimi, con il rischio che anche le altre spedizioni diventino economicamente non sostenibili per le aziende».
«Gli aggiustamenti del prezzo del carburante colpiscono tutti» fa Giambuzzi. «Ci saranno sicuramente conseguenze, ma purtroppo il mercato marittimo rileva gli effetti delle crisi in ritardo» è il monito di Archibugi. Come a dire: se la situazione non dovesse risolversi nel breve periodo, questo sarà soltanto l’inizio. Auguri.




