Società

Hikikomori, l’allarme del CNDDU: “Non è solo disagio psicologico, serve un cambio di passo nell’educazione”

A diciassette anni Aurora ha scritto un libro. Non una storia qualsiasi, ma la sua. Il titolo è “Scrivo per te” e racconta cosa significa essere un’adolescente che sceglie di chiudersi in casa, lontano da tutto e da tutti. Una testimonianza che ha scosso l’opinione pubblica e che ora arriva al cuore del dibattito educativo nazionale.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ha deciso di intervenire. Perché la vicenda di Aurora, raccontata da Francesco Bunetto su Orizzonte Scuola, non è solo una storia commovente. È un campanello d’allarme che interroga la scuola, le famiglie, l’intera società.

Il fenomeno Hikikomori: molto più di un problema psicologico

In Giappone lo chiamano così da decenni. In Italia, il fenomeno è cresciuto in silenzio, senza che se ne parlasse abbastanza. Ragazzi e ragazze che abbandonano progressivamente ogni contatto sociale, fino a chiudersi nella propria stanza per mesi, talvolta anni.

Il Coordinamento, presieduto da Romano Pesavento, lancia un messaggio chiaro: non si tratta soltanto di fragilità individuali. Il ritiro sociale è il sintomo di qualcosa di più ampio. Una società che spinge alla prestazione, all’esposizione continua, che non lascia spazio all’errore. Modelli culturali che trasformano l’ansia di non essere all’altezza in una gabbia.

E la scuola, in tutto questo, che ruolo gioca?

I segnali che nessuno vede

Il problema, secondo i docenti, è che il ritiro sociale non arriva all’improvviso. Ci sono segnali, a volte sottili: un alunno che perde progressivamente interesse, che smette di partecipare, che si isola nel cortile o in fondo all’aula. Troppo spesso questi campanelli d’allarme vengono scambiati per svogliatezza o problemi disciplinari. Si interviene tardi, quando il legame con la comunità scolastica è già spezzato.

La scuola, osserva il Coordinamento, non può permettersi di guardare altrove. Deve imparare a leggere questi segnali, a cogliere quella “lenta erosione del senso di appartenenza” che precede il crollo. E deve farlo prima che sia troppo tardi.

Lezioni a casa, ma non solo

La storia di Aurora dimostra che l’istruzione domiciliare funziona. Non come ripiego, ma come scelta pedagogica. Quando uno studente non può venire a scuola, è la scuola che deve andare da lui. Non per sostituirsi allo spazio fisico, ma per tenere vivo quel rapporto di fiducia che è l’essenza dell’educazione.

Il CNDDU sottolinea un punto fondamentale: l’apprendimento non coincide con la presenza in aula. Esistono studenti che frequentano regolarmente ma si sentono estranei, e ragazzi come Aurora che, pur restando a casa, conservano il desiderio di imparare e di mantenere un legame con i propri insegnanti.

La dispersione invisibile

Per anni ci si è concentrati sull’abbandono scolastico ufficiale, quello che si misura con i numeri. Ma oggi emerge una dispersione diversa, più subdola. Quella relazionale, emotiva. Ragazzi che ci sono fisicamente ma non partecipano, che restano in classe senza sentirsi parte di nulla.

È una sfida complessa, che richiede strumenti nuovi. E che mette in luce una criticità del sistema: i docenti si trovano ad affrontare situazioni sempre più articolate, che mescolano psicologia, relazioni, fragilità sociali. Ma la loro formazione, iniziale e in servizio, non è ancora strutturata per rispondere a queste esigenze.

L’appello al ministro Valditara

Il Coordinamento si rivolge direttamente al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, con tre richieste precise: potenziare la formazione dei docenti sul disagio giovanile, rafforzare le équipe multidisciplinari nelle scuole, rendere omogenea su tutto il territorio nazionale l’istruzione domiciliare.

E poi c’è un’idea che fa riflettere: istituire un osservatorio nazionale sul ritiro sociale e sulle nuove forme di dispersione invisibile. Per avere dati certi, per capire dove e come intervenire prima che sia troppo tardi.


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