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Guerra Ucraina, droni colpiscono raffineria in Siberia a 2000 km dal confine

Un nuovo attacco ucraino alle raffinerie russe, ma questa volta la notizia è che i due droni che hanno colpito l’impianto dove viene lavorato il greggio del Cremlino è quello di Tjumén, regione che si trova nel cuore della Siberia, a ben 2mila chilometri di distanza dal confine con il Paese di Volodymyr Zelensky. Prova di forza da parte dei reparti dell’esercito ucraino che combattono utilizzando i velivoli senza pilota e ulteriore conferma delle accresciute capacità tecnologiche di Kiev in questo campo.

L’attacco nel cuore della Siberia

L’attacco ucraino segna uno nuovo passo in avanti nella guerra che l’esercito di Zelensky ha deciso di portare anche in terra russa. Dopo i raid sulle regioni confinanti, come Belgorod, l’offensiva su obiettivi dall’alto valore simbolico, come Mosca e San Pietroburgo, adesso Kiev mostra le proprie capacità offensive spingendosi nel cuore della Siberia e della Federazione, a 2mila chilometri dai propri confini. Obiettivo: la raffineria di petrolio di Antipinsky, nella regione di Tjumén: “Il 20 giugno, nella regione di Tjumén della Federazione Russa, unità delle Forze di Difesa ucraine hanno colpito la raffineria di petrolio di Tjumén (Antipinsky). I risultati dell’attacco sono in fase di valutazione. La distanza dal confine di stato dell’Ucraina all’impianto è di oltre 2mila km”, si legge nella dichiarazione dell’esercito ucraino. Si tratta di una delle più grandi raffinerie di petrolio della Siberia occidentale, con una capacità di circa 7,5-9 milioni di tonnellate metriche di greggio all’anno. L’impianto produce gasolio, benzina e altri prodotti petroliferi, anche per le esigenze dell’esercito russo.

Una prova di forza come altre ne sono state fatte nel corso di questi quattro anni e mezzo di guerra, con l’esercito ucraino che non ha mancato di sottolineare di essere capace di colpire a distanze sempre più elevate. Questo grazie allo sviluppo di tecnologie innovative nel campo della guerra dei droni testate in questi anni di conflitto. Un miglioramento talmente importante da permettere alle forze armate di Kiev di offrire assistenza tecnica e militare ai paesi del Golfo nel corso dell’ultimo conflitto tra Iran, Usa e Israele e, addirittura, di sconfiggere virtualmente le truppe Nato svedesi nel corso di un’esercitazione sull’isola di Gotland, nel Baltico.

Guerra all’energia di Putin

Questo attacco, come altri sferrati in questi anni, dimostra anche un’altra cosa, ossia che l’intento dell’Ucraina è quello di colpire e indebolire la produzione energetica russa, principale fonte di introiti legati all’export di petrolio e gas, nonostante le sanzioni imposte dall’Unione europea, che permettono al Cremlino di continuare a finanziare l’invasione.

Il 22 giugno, ad esempio, droni ucraini hanno colpito anche la centrale termoelettrica di Tavriyska, in Crimea. Nelle ore dell’attacco alla raffineria siberiana, altre ondate di droni avevano preso di mira quattro impianti di compressione del gas sempre nella penisola contesa. Nei giorni precedenti, invece, avevano fatto il giro del mondo le immagini delle fiamme e del fumo nero che avvolgevano Mosca, dopo che a essere centrata dai velivoli a guida autonoma ucraini, in uno degli attacchi più violenti dall’inizio della guerra, era stata la più grande raffineria di petrolio della capitale, nel quartiere di Kapotnya. Un colpo a effetto da parte dell’esercito ucraino che, oltre al grande valore strategico, ne ha assunto anche uno simbolico, andando a mostrare la propria forza fino alle porte della capitale. Un raid talmente importante da oscurare quello che nelle stesse ore aveva colpito un deposito di petrolio nella regione di Krasnodar, confermando che nel mirino di Kiev, oggi, ci sono soprattutto il greggio, il gas e tutte le infrastrutture energetiche della Federazione.

X: @GianniRosini


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