Gli Usa e Israele bombardano l’Iran e noi paghiamo il conto

Vita dura per gli automobilisti italiani e per i consumatori in generale.
Non bastava l’aumento delle accise sul gasolio. A peggiorare la situazione nel settore automobilistico e dei trasporti, ci hanno pensato due superpotenze – Stati Uniti d’America e Israele – che al grido dell’attacco preventivo hanno bombardato l’Iran. Come ritorsione è stato chiuso lo stretto di Hormuz che divide la penisola arabica dalle coste dell’Iran e mette in comunicazione il Golfo di Oman con il Golfo Persico. Da qui passano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno e decine di milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno. La conseguenza diretta di questa ulteriore e improvvisa guerra, che minaccia una escalation su scala mondiale, è sempre la solita, cioè che a pagarne il conto saremo sempre noi, i soliti automobilisti, trasportatori, corrieri, tassisti, autisti, agricoltori e tutti coloro i quali a vario titolo necessitano di un mezzo di trasporto per spostarsi o per lavorare. Ovviamente l’aumento coinvolgerà anche i consumatori in generale, perché in un Paese come il nostro, dove la gran parte delle merci viaggia su gomma appare inevitabile l’aumento del costo della spesa, oltre che dell’energia elettrica e del gas, con un ulteriore e inevitabile aumento dell’inflazione.
Ed ecco che arriva il paradosso. Per svincolarsi dal gas russo all’indomani della guerra Russo-Ucraina, l’Ue aveva puntato sul gas naturale liquefatto del Medio Oriente ma adesso che lo stretto di Hormuz è chiuso e che quel combustibile non arriverà più, almeno fino a che la situazione non si sarà risolta in un modo o nell’altro, che succederà? I prezzi di gasolio e benzina aumenteranno con riflessi gravi per l’economia delle famiglie italiane che sono già sotto stress per fare quadrare i conti, a fronte della arcinota stagnazione dei salari.
In questa situazione il rischio della speculazione alla pompa è sempre in agguato. Posto che il prezzo finale al distributore non lo fa il gestore ma la compagnia petrolifera, vi spiego quel che sta succedendo a soli 7 giorni dall’attacco all’Iran, quando i depositi dei carburanti sono ancora pieni e quindi non può esserci stato alcun rincaro in questo lasso di tempo rispetto a nuovi approvvigionamenti di carburante.
Perché quando il prezzo del petrolio sale l’effetto sul rincaro della benzina e del gasolio è così immediato e se invece il prezzo del greggio scende i carburanti rimangono con i prezzi stabiliti in precedenza o comunque la loro diminuzione è meno percepita dal consumatore? Si parla di effetto “sasso e piuma” o come dicono quelli bravi “rockets and feathers”. Il prezzo del petrolio sale e alla pompa arrivano immediatamente gli effetti, cioè il prezzo del carburante cresce. Il rincaro cade come un sasso, pesantemente sul distributore di benzina, mentre quando il petrolio scende il ribasso è un pò come una piuma, lo sentiamo molto meno.
Questo fenomeno si verifica perché se il greggio aumenta, chi vende carburante sa che il prossimo rifornimento gli costerà verosimilmente di più e quindi si autoprotegge, cioè aumenta in via preventiva il prezzo finale di benzina e gasolio, introducendo un rincaro in modo che quando dovrà pagare il prossimo rifornimento sia già almeno in parte autoprotetto. Se invece il prezzo del petrolio scende, accade che poiché nei serbatoi c’è ancora carburante acquistato in precedenza a prezzi più alti, perché le compagnie si dovevano autoproteggere dall’aumento del greggio, le stesse compagnie decidono che non intendono “svendere” il carburante che gli è rimasto “in pancia” e tengono il prezzo sempre in linea con l’andamento precedente dei prezzi di mercato.
Esattamente quello che si sta verificando adesso.
Non c’è ragione quindi in questa fase di aumentare il prezzo del gasolio alla pompa perché le cisterne dei distributori e delle compagnie sono ancora piene. Sono passati solo pochi giorni dalla chiusura dello stretto di Hormuz. Non ci sono motivi tecnici per aumentare il prezzo finale. Il carburante nelle cisterne c’è. È piuttosto una pratica commerciale consolidata, usata da parte dei grandi distributori di petroli e succede quando le materie prime fanno movimenti verso l’alto. È un sistema di autoprotezione tutto a favore delle compagnie petrolifere e direttamente a carico di noi automobilisti-consumatori che impatta sui bilanci familiari e ovviamente sui bilanci di tutta quella lunghissima filiera di coloro i quali lavorano con un qualsiasi mezzo di trasporto alimentato a carburante.
Ovviamente non vanno esenti da questi aumenti nemmeno le auto elettriche perché anche l’energia elettrica in conseguenza dell’aumento del prezzo del greggio inevitabilmente aumenta.
Decisamente non c’era bisogna di un’altra guerra.
Decisamente io sto con la nostra Costituzione Italiana, la quale nonostante i suoi 80 anni è sempre in ottima forma e stabilisce che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art. 11). Nel secolo nel quale si celebrano gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, vero apostolo di pace, sarebbe il caso di ricordarsene.
Buona guida a tutti e andiamoci leggeri con il pedale dell’acceleratore, risparmiamo carburante, chissà che non si arrivi alle targhe alterne come nel 1974 (io avevo due anni), durante la crisi petrolifera che introdusse questa misura di austerity. I famosi corsi e ricorsi storici dai quali però chi governa il mondo, capisce ancora pochino, o fa finta di non capire, che è anche peggio.
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