Gli insegnanti italiani lavorano poco, hanno tanto tempo libero, sono immobili e refrattari al cambiamento: tutte bufale. I dati che smentiscono i luoghi comuni. INTERVISTA a Gianluca Argentin

Gli insegnanti italiani lavorano poco, hanno tanto tempo libero, sono immobili e refrattari al cambiamento. Molti di loro svolgono il mestiere non per passione ma per mera scelta di ripiego. Solo che tutto questo non è vero.
La vulgata è stata appena clamorosamente smentita dalla più ampia indagine mai realizzata sul corpo docente italiano, che nel 2025 ha coinvolto quasi 10 mila insegnanti di quasi 400 plessi distribuiti su tutto il territorio nazionale. La ricerca, promossa da Be for Education Foundation e realizzata dall’Università di Milano-Bicocca insieme all’Istituto Iard, offre una fotografia inedita della scuola vista dall’interno: attraverso le opinioni, le pratiche quotidiane e le aspettative di chi ogni giorno entra in classe.
I risultati sono contenuti nel volume curato dal sociologo professor Gianluca Argentin, intitolato “In costante divenire: insegnare tra molteplici impegni in contesti plurali”, edito da Il Mulino. Disponibile in libreria come volume, i cui contenuti possono essere consultati facilmente attraverso l’accesso gratuito al link https://www.darwinbooks.it/doi/10.978.8815/416698, il libro restituisce giustizia a una categoria spesso bistrattata. Si tratta invece di una categoria che sceglie la via dell’insegnamento con convinzione e non per ripiego, che a scuola si dedica con trasporto e impegno in favore degli studenti e dei loro apprendimenti, che registra un senso di auto-efficacia molto alto, che si dimostra resiliente, un aggettivo che lo stesso professor Argentin, professore associato di Sociologia presso l’Università di Milano Bicocca nel corso della nostra intervista, definisce “particolarmente appropriato” in questo caso. Gli insegnanti secondo l’indagine dimostrano di avere chiara, in quest’epoca come non mai, la consapevolezza della funzione sociale legata alla professione che svolgono.
“Mentre il flusso di ricerca e approfondimenti è ancora in pieno svolgimento – spiega Argentin nelle sue considerazioni conclusive– i primi risultati descrittivi dell’ampia indagine condotta permettono, dopo molti anni, di tornare a fare il punto sulle condizioni di vita e di lavoro degli insegnanti italiani, sulla base di riscontri empirici ampi e rappresentativi. Si tratta di un’occasione importante per bonificare il dibattito pubblico sulla scuola dagli allarmismi e sensazionalismi che lo inquinano quotidianamente e che sono troppo spesso basati sull’estremizzazione di casi aneddotici. Più precisamente, crediamo che questi primi dati, messi a disposizione della collettività, dovrebbero aiutare a evitare alcune retoriche ricorrenti e prive di fondamento. Ci riferiamo all’idea che gli insegnanti siano un corpo sociale compatto e descrivibile in modo sintetico e uniformante, talvolta come santi volontaristicamente dediti al proprio ruolo oppure – più spesso negli ultimi anni – come burocrati che interpretano proceduralmente un ruolo…”.
Il volume esamina molti aspetti della professione e della vita degli insegnanti e le motivazioni che li hanno spinti verso la professione. Dai dati della rilevazione 2025 emergono con chiarezza motivazioni di natura relazionale, culturale e valoriale: il desiderio di lavorare con i giovani, la trasmissione dei saperi e la funzione sociale dell’insegnamento costituiscono il nucleo più condiviso. Accanto a queste, si rilevano motivazioni pragmatiche legate alla conciliazione vita-lavoro e alla valorizzazione del titolo di studio. Le motivazioni di ripiego risultano minoritarie. Attraverso l’analisi delle dimensioni latenti e il confronto diacronico con le indagini precedenti, il capitolo documenta l’evoluzione del fenomeno e la persistente centralità della vocazione educativa.
Si analizzano le motivazioni che muovono la propria attività quotidiana, in classe e fuori dall’aula, dalle ore effettive dedicate al lavoro, che superano le 40 settimanali, ad onta di false convinzioni, a quelle altre che li spingono molto spesso alla mobilità, da una scuola all’altra, da una regione all’altra. Viene documentato infatti un monte ore settimanale complessivo elevato, tra le 40 e le 45 ore, comprendente lezione in classe (circa 16-20 ore), preparazione delle lezioni, correzione di compiti e verifiche, riunioni e attività amministrative. Solo il 12,9 per cento dei docenti ha un contratto a tempo parziale. Il capitolo esamina inoltre le attività lavorative extra-scolastiche e i carichi familiari, evidenziando un profilo di genere specifico: le donne risultano meno soddisfatte per quanto riguarda tempo e conciliazione, pur mostrando che la presenza di responsabilità familiari non si traduce automaticamente in livelli più bassi di soddisfazione.
L’analisi rivela che oltre l’80 per cento dei docenti ha sempre insegnato nella stessa macro-regione, con la principale direttrice di mobilità orientata dal Sud e dalle Isole verso il Centro-Nord. Gli spostamenti tra gradi risultano relativamente frequenti, mentre il passaggio dalla scuola privata a quella pubblica interessa una quota significativa di docenti. D’altra parte, emerge che solo due docenti su cento hanno sempre insegnato nella stessa scuola dall’inizio della professione.
Si esaminano le ragioni e la natura di vari tipi di conflittualità, non escluse quelle con i dirigenti scolastici. Ai raggi X la categoria degli insegnanti di sostegno, 250.000 docenti a livello nazionale, ai quali sarà dedicata un’analisi specifica nei prossimi mesi. Nelle pagine del volume il sostegno viene rappresentato una “camera di passaggio”, occupata soprattutto da personale precario, una porta d’ingresso per provenienze eterogenee: vi si giunge da professioni sanitarie e sociali e anche da quelle amministrative e commerciali. In generale, va aumentando il numero di docenti che arrivano all’insegnamento dopo aver maturato altri lavori, una “Second-Career Teachers” che registra un incremento dal 28 per cento del 2008 al 50,3 per cento del 2026. Si approfondiscono gli aspetti legati ai consumi culturali dei docenti, ai carichi di lavoro: quelli “invisibili” sono davvero tanti ma i docenti li affrontano con stress, ma anche con la consapevolezza di dovere e potere raggiungere ogni volta il risultato che si è chiamati individualmente a raggiungere a beneficio degli obiettivi della comunità educante e degli alunni. Dall’analisi emerge chiaramente come l’impegno profuso e la grande determinazione non trovino un riscontro in un corrispondente riconoscimento sociale ed economico. Si attesta all’84 per cento la quota di docenti secondo i quali il prestigio sociale della professione sia calato negli ultimi dieci anni ed è destinato a diminuire nel futuro. I dati evidenziano una diffusa consapevolezza della perdita di considerazione sociale, associata a fattori quali la massificazione dell’istruzione, la bassa retribuzione e la rappresentazione stereotipata della categoria. Nonostante ciò, gli insegnanti mostrano uno spostamento dalla concezione del docente come professionista competente verso quella di attore con una rilevante funzione sociale, orientato alla relazione educativa con gli studenti. L’analisi diacronica, condotta attraverso il confronto con le precedenti rilevazioni, documenta l’evoluzione di questa trasformazione identitaria, nonché la parentesi positiva rappresentata dalla pandemia nel riconoscimento del ruolo docente.
Un intero capitolo indaga la soddisfazione lavorativa degli insegnanti italiani, adottando un approccio multidimensionale fondato sulla distinzione tra fattori estrinseci e intrinseci del lavoro. I dati rivelano un valore medio di soddisfazione elevato, superiore a 7,5 su una scala 0-10, condiviso trasversalmente tra i gradi scolastici, con i docenti della primaria leggermente più soddisfatti. Oltre l’88 per cento dei docenti rifarebbe la stessa scelta professionale. L’analisi approfondisce le “due facce” della soddisfazione, distinguendo tra dimensioni intrinsecamente gratificanti e aspetti estrinseci meno soddisfacenti, come la retribuzione. Vengono inoltre esaminati l’evoluzione del fenomeno nel tempo, le differenze per condizione contrattuale e l’eterogeneità tra indirizzi di studio nella scuola secondaria di secondo grado.
Si diceva sopra dell’auto-efficacia percepita degli insegnanti italiani, intesa come la convinzione di riuscire a insegnare efficacemente, coinvolgere gli studenti e favorire il loro apprendimento. L’analisi mostra che i docenti italiani riportano livelli di autoefficacia superiori alla media OECD. Vengono descritte la distribuzione del fenomeno per grado scolastico, età, titolo di studio e contesto, nonché la relazione con la soddisfazione lavorativa. Gli insegnanti con maggiore esperienza e titoli più elevati tendono a sentirsi più efficaci. Il capitolo discute inoltre le possibili spiegazioni dell’elevata autoefficacia italiana a fronte di un supporto organizzativo e formativo per molti versi carente.
Un ampio capitolo è dedicato alle pratiche didattiche, da quelle tradizionali a quelle più innovative. Si indaga sull’utilizzo o sul mancato utilizzo delle varie forme di IA nella didattica e si misurano le percentuali di incidenza delle questioni di genere: emerge che le insegnanti donne – due su tre – sono più refrattarie all’idea di rivolgersi all’intelligenza artificiale nella pratica didattica. Mentre sezioni apposite indagano il multiculturalismo, visto più come un’occasione di arricchimento che come un problema, certamente una sfida complessa che richiede passione e impegno. I dati mostrano un orientamento prevalentemente positivo: oltre il 95 per cento dei docenti riconosce nella diversità culturale un’opportunità di confronto per gli studenti, e l’86,1 per cento la considera una sfida professionale stimolante. Permangono tuttavia ambivalenze: il 71,6 per cento lamenta un sovraccarico lavorativo e il 36,9 per cento percepisce un rallentamento del programma. Solo il 13,2 per cento è favorevole alla concentrazione degli alunni stranieri in classi o scuole dedicate. Il capitolo documenta l’evoluzione delle percezioni nel tempo e analizza la preparazione dei docenti ad affrontare la diversità culturale, evidenziando un quadro persistente di luci e ombre.
Infine: quanto incide il background familiare e sociale dell’alunno di terza media sul consiglio orientativo a parità di competenze e di valutazione finale? Tanto. E ricordiamo sempre che l’indagine è condotta con questionari: dunque sono gli stessi insegnanti ad ammettere, seppure con uno strumento di rilevazione implicito, che è molto facile che un alunno che proviene da certe famiglie venga indirizzato verso i licei. Ciò che amplifica le diseguaglianze sociali … “Questa tendenza che si chiama discriminazione statistica – ci dirà più avanti Argentin nell’intervista – rischia, se gli insegnanti non sono consapevoli che può distorcere il loro giudizio, di contribuire alla riproduzione delle diseguaglianze che sono già alte nel nostro paese: esistono studi che dimostrano l’efficacia di iniziative di formazione sull’orientamento ed è quindi importante investire su queste”
Professor Gianluca Argentin, è sorprendente l’immagine degli insegnanti restituita dalla ricerca e dalle pagine del suo libro…
Questo perché siamo abituati a una rappresentazione degli insegnanti come immobili e insoddisfatti del lavoro che svolgono.
E invece?
In verità troviamo elevati livelli di soddisfazione degli insegnanti. Il 90 per cento di loro rifarebbe il lavoro che fa e la soddisfazione media è elevata. Un primo elemento che smentiamo è che si tratti di un’attività lavorativa insoddisfacente, una seconda idea che sconfessiamo è che sia una professione che nessuno vuole svolgere. In realtà, metà del campione viene da altri impieghi: troviamo una sostanziale e forte attrattività spesso nella coorte più giovane degli intervistati. Registriamo semmai un’elevata motivazione intrinseca legata ai contenuti di quel lavoro, accanto anche a motivazione strumentale. In particolare, per alcuni impieghi, il passaggio all’insegnamento si configura come un miglioramento contrattuale di reddito. Si pensi ad esempio a chi proviene dal mondo degli educatori: l’insegnamento è preferibile per gli aspetti strumentali.
Però si contesta il fatto che la forte motivazione verso l’insegnamento non è ricompensata da un giusto riconoscimento sociale
Questo è l’elemento più critico dell’indagine: gli insegnanti nella quasi totalità denunciano il mancato riconoscimento sociale del proprio lavoro e lamentano un peggioramento del loro prestigio sociale sia rispetto al passato sia nella previsione sul futuro. I due aspetti principali di insoddisfazione sono la carriera e il reddito, tanto che proprio sul miglioramento di questi elementi gli insegnanti dichiarano che c’è un’urgenza di azioni politiche.
Gli insegnanti si sentono più gratificati che spaventati dalle nuove sfide della professione
Esatto. L’insegnamento è sempre a cavallo tra innovazione e riproduzione del mondo sociale, quindi da un lato gli insegnanti sono chiamati a trasmettere alle generazioni future saperi consolidati, dall’altro lato sono chiamati a educare i giovani ai nuovi saperi. È quotidiano nella scuola vivere la tensione tra questi due estremi: da un lato, l’insegnamento può sembrare un mestiere routinario, dall’altro è invece un lavoro fatto di quotidiani e profondi aggiustamenti del proprio agire professionale di fronte alle molte innovazioni contestuali.
La vostra ricerca mette in risalto il tema della mobilità dei decenti
Ci sono più aspetti che si intrecciano. Intanto lo squilibrio dell’offerta di lavoro qualificato rispetto alla domanda, nel Sud. Dall’altro ci sono più cattedre vacanti al Nord. Un ulteriore aspetto che determina l’alta mobilità è la lunga durata del precariato: dai nostri dati mediamente ci si stabilizza contrattualmente dopo 8 anni in media e il periodo del precariato scolastico è caratterizzato da un’alta mobilità tra scuole. È un mercato del lavoro molto grande quello dei docenti e quindi con una quota grande di soggetti mobili. Tuttavia tutti questi movimenti danno luogo a quel turnover degli insegnanti tra istituti che rende difficile l’avvio di ogni anno scolastico e che penalizza l’apprendimento degli studenti, soprattutto quelli con minori risorse familiari. Uno dei dati che emergono nella nostra ricerca è che è molto elevata la quota di insegnanti che vogliono trasferirsi proprio da quelle scuole caratterizzate da elevato conflitto. Ci sono quindi scuole dalle quali molti insegnanti si vogliono trasferire, proprio perché caratterizzate da alto conflitto e bassa collaborazione tra docenti.
Quali sono le ragioni del conflitto denunciato?
Su questo aspetto di ricerca stiamo ancora lavorando, ma pare evidente soprattutto la mancanza di scambi tra colleghi e tra insegnanti e dirigente, nei contesti percepiti dai docenti come difficili. In ogni caso, se vogliamo ridurre il turnover, dobbiamo lavorare sui contesti organizzativi.
Soprattutto tra gli insegnanti di sostegno
Il sostegno è caratterizzato da ancor più elevata mobilità perché per molti è una camera di transizione verso il posto comune. Allo stesso tempo però è anche uno dei serbatoi di ricambio generazionale dell’insegnamento e, mediamente, gli insegnanti di sostegno si sentono più preparati ad affrontare il proprio ruolo di insegnante rispetto agli insegnanti su cattedra.
Perché?
Perché hanno spesso avuto una formazione iniziale specifica. Va notato anche che il sostegno è molto polarizzato tra gli insegnanti altamente formati e insegnanti di primo ingresso nella professione: gli insegnanti nel sostegno sono quindi tanti e molto eterogenei.
I docenti denunciano il grande carico di lavoro, un lavoro che spesso è invisibile.
Si tende a pensare che quello degli insegnanti sia un lavoro part-time ma non è affatto così. I nostri dati indicano che si superano le 40 ore settimanali medie. Emerge che c’è una quantità molto rilevante di lavoro svolta fuori dall’aula e per la quale gli insegnanti stessi lamentano di non avere spazi dove lavorare. Ad esempio, per tutti i ruoli di gestione della scuola, per le riunioni e altro non esistono uffici dedicati nelle scuole. Spesso le attività o i colloqui con le famiglie si svolgono nella sala professori e tante altre attività vengono svolte a casa. È molto il lavoro sommerso e non riconosciuto, ma fondamentale proprio per gestire a livello personale e organizzativo la tensione tra innovazione e riproduzione di cui dicevamo.
Quali sono i consumi culturali degli insegnanti italiani?
Gli insegnanti sono una quota importante dei laureati del nostro paese e mostrano quindi consumi culturali elevati oltre che una forte partecipazione ad attività associative di volontariato. Questo accade per gli insegnanti che risultano occupati al momento dell’indagine e che abbiamo intervistato, ma sono abbastanza sicuro che avremmo trovato dati di alta partecipazione al Terzo settore anche se avessimo guardato agli insegnanti in pensione. Vorrei sottolineare proprio come il corpo docente sia una risorsa culturale per il Paese al di là del lavoro a scuola.
Com’è il rapporto tra gli insegnanti e la dirigenza?
Emerge un miglioramento nel tempo. Dopo il dato minimo registrato all’inizio del secolo, il dirigente scolastico viene oggi valutato tanto più positivamente quanto più riesce a essere una guida educativa. Gli insegnanti si aspettano che i propri dirigenti scolastici non siano solo figure manageriali ma professionisti che promuovono una visione degli istituti che dirigono. Questo fa la differenza, assieme ai modi coi quali distribuisce la propria leadership nella scuola, creando ambienti più consensuali e collaborativi. Proprio quegli ambienti in cui poi gli insegnanti lavorano bene e vogliono restare.
Dalla vostra ricerca emergono aspetti positivi anche in termini di formazione continua. Si parla anche di tassi elevati di formazione
Abbiamo trovato tassi elevati di formazione. Una criticità in tal senso va sottolineata: gli insegnanti noi hanno usato la carta del docente come strumento di investimento in formazione. La carta è stata tradotta soprattutto in investimenti digitali, che pure sono serviti. Si capisce questo alla luce del fatto che non avendo una postazione sono chiamati a comprare di tasca propria.
L’indagine registra un’auto-efficacia alta. Che cosa significa questo nei fatti?
L’auto-efficacia è quanto gli insegnanti ritengono di essere capaci di adempiere ai propri compiti. Al contempo, non dobbiamo dimenticare che l’autoefficacia è un predittore di efficacia, ma non un sinonimo: è possibile, anzi direi probabile in un sistema scolastico come il nostro, dove i feedback ai docenti sono pochi, che esistano sacche di docenti poco efficaci e, al contempo, poco consapevoli di tale situazione. Comunque, coerentemente con i risultati di altre indagini troviamo che gli insegnanti hanno livelli di auto-efficacia molto elevati. Anche questo è un dato controintuitivo perché ci dice che gli insegnanti italiani, nonostante il sistema scolastico funzioni in maniera piuttosto delegante ai singoli, le molte decisioni quotidiane non generano senso di incapacità tra gli insegnanti. Tutt’al più si producono elementi di stress aggiuntivo: mi stresso ma voglio raggiungere il risultato. E questo emerge in uno studio con vignette che abbiamo inserito al questionario dove gli insegnanti di fronte a classi con composizione studentesca più sfidante mostrano livelli crescenti di stress ma non riduzione nella loro percezione di essere efficaci.
Sono resilienti, come si dice spesso.
Direi che questa parola in questo caso, cosa rara, è usata a proposito.
Ma perché si sceglie di insegnare?
Per compositi insiemi di ragioni: abbiamo insegnanti che scelgono di insegnare perché avvertono una missione sociale, insegnanti molto focalizzati sulla trasmissione e sulla valorizzazione della propria disciplina e insegnanti che trovano soddisfazione, ad esempio proprio, nella dimensione didattico pedagogica. L’insegnamento è una professione multitasking e quindi ci si può avvicinare ad esso con motivazioni diverse che trovano soddisfazione a seconda del grado scolastico in cui si è, dell’Istituto in cui si insegna e del modo con cui si intende individualmente il proprio ruolo.
Ammetterà che nelle scuole ci sono anche insegnanti che dovrebbero invece fare altro come mestiere…
Senza dubbio sì. Ma sono una ridotta minoranza e non possiamo lasciare che il dibattito pubblico parli solo di loro. È fisiologico che in una professione che occupa poco meno di un milione di persone e dovremmo dare alle scuole e ai dirigenti scolastici strumenti per arginare i danni che questi insegnanti possono fare agli studenti e per dare a loro stessi strumenti di autodiagnosi e formazione per trovare un diverso modo di stare nella scuola.
Professor Argentin, personalmente non credo molto alla caduta degli apprendimenti come invece spesso si denuncia. Cosa emerge dalla ricerca su questo fronte?
Anch’io non sono molto d’accordo sul fatto che vi sia un calo degli apprendimenti nel tempo: disponiamo di strumenti grezzi in merito. Soprattutto, poi, trovo che sia sbagliato imputare alla scuola e agli insegnanti un’intera responsabilità per apprendimenti degli studenti che sappiamo dipendere in larga misura dai contesti culturali e sociali in cui vivono. Siamo tra i paesi europei con la più bassa quota di laureati e con investimenti in istruzione modesti: gli insegnanti non possono compensare tutto questo. Al contempo, i dati sugli apprendimenti ci dicono che esiste varietà nell’efficacia con cui nelle scuole si apprende ed è quindi importante lavorare a supporto degli istituti dove gli apprendimenti sono minori perché spesso sono anche quelli dove gli insegnanti sono meno soddisfatti e tendono sempre di più al turnover.
Qual è la percezione della violenza a scuola. I fatti di cronaca evidenziano una costante emergenza. Ma è emergenza vera oppure il solito fenomeno mediatico?
I dati sono molto interessanti su questo punto perché ci dicono che tra gli insegnanti è molto cresciuto l’allarme sociale rispetto alla violenza. Però se confrontiamo la quota di insegnanti che 25 anni or sono rispetto ad oggi dichiarava di avere subito o visto subire violenze, il fenomeno mostra una sostanziale stabilità nel tempo, nonostante sia cresciuta la sensibilità collettiva a riconoscere la violenza. Gli insegnanti sembrano in questo caso vittime delle rappresentazioni mediatiche dei fenomeni, che enfatizzano le eccezioni e non la norma.
Gli insegnanti amano ancora la lezione tradizionale o sono aperti alle innovazioni didattiche?
Abbiamo osservato dai dati che la lezione frontale ha ancora rilevanza elevata, come è normale che sia, però questa è scesa nel tempo, lasciando spazio all’integrazione di diversi approcci didattici, compresi quelli più attivi e centrati sullo studente. Su questo, e dopo decenni di riflessioni sulle competenze e sull’importanza di porre lo studente al centro, i dati suggeriscono che dei cambiamenti rilevanti hanno avuto luogo.
Accettano l’introduzione della IA nella didattica oppure la rifiutano?
Su questo abbiamo posto una domanda nella primavera del 2025 e poi l’abbiamo ri-proposta al panel che seguiamo nell’autunno 2025. Abbiamo chiesto ai rispondenti se fossero favorevoli all’uso dell’intelligenza artificiale a casa nello studio da parte degli studenti. Il campione degli insegnanti si spacca circa a metà tra favorevoli e contrari, con più favorevoli nella scuola secondaria di secondo grado. Abbiamo anche notato, nel diro di pochi mesi, una quota rilevante di insegnanti che stanno riconsiderando la propria posizione sia nella direzione di diventare più favorevoli sia nella direzione diventare più contrari. Il tema della IA si configura come un enorme cambiamento di paradigma su cui gli insegnanti sono ancora pienamente in fase di riflessione. La nuova rilevazione partita in questi giorni si concentra su questo tema e cerchiamo di capire cosa è accaduto, facendo un bilancio di fine anno scolastico.
Il destino di molti studenti dipende spesso dal consiglio orientativo dei docenti alla fine della scuola secondaria di primo grado. Consiglio che spesso è vittima di pregiudizi. È ancora così?
Abbiamo analizzato il consiglio orientativo in una situazione simulata con studio a vignette rilevando che gli insegnanti tendono a fare delle scommesse statistiche, ad esempio suggerendo più spesso il liceo a figli di genitori con elevato background sociale, anche a parità di livelli di apprendimento. Questa tendenza, che origina dalla discriminazione statistica, rischia, se gli insegnanti non sono consapevoli di essa, di distorcere il loro giudizio orientativo, di contribuire alla riproduzione delle diseguaglianze che sono già alte nel nostro paese: esistono studi che dimostrano l’efficacia di iniziative di formazione sull’orientamento ed è quindi importante investire su queste
Come si pongono i docenti con gli studenti NAI, i neoarrivati in Italia? Il multiculturalismo in classe è per loro una sfida o un problema?
Dal 2008 a oggi è radicalmente cambiato l’atteggiamento degli insegnanti verso gli studenti con background migratorio. Questi sono percepiti molto più che in passato come una ricchezza e una sfida educativa stimolante anche se al prezzo di un maggiore carico di lavoro. L’apertura al multiculturalismo da parte degli insegnanti è uno dei più forti segnali del fatto che la scuola è tutt’altro che un mondo immobile, al contrario è in costante divenire.
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