Giustizia sportiva, Corte Ue dà ragione ad Agnelli: cosa cambia
Una rivoluzione sì, ma non un terremoto come alcuni si aspettano e forse si augurano. Ci sono voluti un paio d’anni per l’attesissimo parere della Corte di giustizia europea sui ricorsi di Andrea Agnelli e Maurizio Arrivabene contro le squalifiche per i bilanci della Juve. E come previsto (negli scorsi mesi il parere dell’avvocato generale aveva già un po’ anticipato l’orientamento della Corte), questa sentenza promette di smontare il sistema della giustizia sportiva italiana per come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi: in futuro, i verdetti della giustizia sportiva potrebbero essere impugnabili e anche annullabili dalla magistratura ordinaria.
LA CROCIATA DI AGNELLI CONTRO LA GIUSTIZIA SPORTIVA
La battaglia legale nasce dal famoso scandalo plusvalenze che ha travolto la Juve nel 2021, e che si è conclusa con una pesante penalizzazione per la squadra (di fatto, esclusa dalla Champions League per un danno da decine di milioni) e le squalifiche per diversi dirigenti. Tra cui Agnelli e Arrivabene, sanzionati rispettivamente con 34 e 24 mesi di inibizione, che però a differenza degli altri non hanno mai accettato la condanna: si sono rivolti al Tar e poi al Consiglio di Stato, che ha sospeso il giudizio sollevando la questione pregiudiziale alla Corte Ue, sulla legittimità del sistema stesso. Agnelli sosteneva sostanzialmente l’illegittimità della giustizia sportiva italiana, che gli ha proibito di operare a livello globale, senza possibilità di appello al di fuori di essa. Infatti, l’attuale ordinamento italiano prevede la giustizia sportiva come un circuito “chiuso”: il giudice amministrativo può soltanto riconoscere un risarcimento al ricorrente, ma non annullare la decisione. Questo per salvaguardare la tenuta del sistema sportivo, assicurando decisioni rapide e chiare che permettano il regolare svolgimento di campionati e competizioni varie, che altrimenti rischierebbero di rimanere in balia di ricorsi e giudizi troppo lunghi.
LA CORTE UE: SENTENZE SPORTIVE ANNULLABILI
Questo principio storico è stato oggi smontato dalla Corte Europea. I giudici della Curia hanno stabilito che “ogni persona i cui diritti e le cui libertà garantiti dal diritto dell’Unione siano stati violati ha diritto a un ricorso effettivo dinanzi a un giudice”. E che “il giudice nazionale competente non può limitarsi a constatare, se del caso, l’esistenza di una violazione del diritto dell’Unione ma deve anche poter trarre, nell’ambito delle sue competenze e conformemente alle disposizioni nazionali applicabili, tutte le conseguenze giuridiche”. Di fatto, è la tesi che sosteneva Agnelli: significa che d’ora in poi le sentenze non finiranno nell’alveo della giustizia sportiva, ci dovrà essere la possibilità di un seguito. Ma questo che cosa comporta in concreto?
AGNELLI E ARRIVABENE: ORA LA CAUSA AL CONSIGLIO DI STATO
Partiamo dai diretti interessati, Agnelli e Arrivabene: questa è innanzitutto la loro battaglia. Il loro ricorso contro la squalifica subita, che intanto è pure scaduta. La sentenza della Corte Ue è un punto fondamentale a favore ma non automaticamente una vittoria: significa solo che un giudice potrà pronunciarsi nel merito della vicenda. Adesso infatti il loro caso tornerà al Consiglio di Stato, dov’era stato messo in stand–by, e nei prossimi mesi il giudice si esprimerà, in un senso o nell’altro. Con una sentenza favorevole, la squalifica sarà cancellata a posteriori, quindi saranno completamente riabilitati (fattore non trascurabile nell’eventualità di un ritorno nel mondo del calcio di Agnelli, su cui ci sono diverse voci). E potrebbero a quel punto intentare causa civile per un maxi–risarcimento, scenario che spaventa la Federazione.
LA JUVENTUS NON È COINVOLTA
Si parla anche di possibili ripercussioni per la Juventus, che a quel punto potrebbe vendicarsi della penalizzazione subita e fare anch’essa causa alla Figc, con una richiesta di danni che allora sì sbancherebbe il sistema (parliamo di decine di milioni). È il sogno di tanti tifosi bianconeri, ma qui in realtà i margini di manovra sembrano minimi, se non proprio nulli. La Juventus all’epoca non presentò ricorso contro la penalizzazione in classifica decisa dalla Corte d’appello per le plusvalenze, e patteggiò proprio una multa per la cosiddetta “manovra stipendi”, rinunciando ad ogni ulteriore azione. È vero che potrebbe in teoria appellarsi al fatto che quelle decisioni maturarono all’interno di un contesto illegittimo, ma i procedimenti sono chiusi e consolidati ed è difficile immaginare che la sentenza odierna possa avere effetti retroattivi, tanto più che le recenti mosse politiche della società non vanno proprio in direzione dello scontro istituzionale, anzi. Per altro, gli stessi giudici della Curia si sono ben affrettati a sottolineare che il diritto all’equo processo “riguarda esclusivamente la situazione di detti ricorrenti e non quella della società calcistica”. È un passaggio fondamentale della sentenza perché fa capire come, comunque, non ci sia da parte della Curia la volontà di smontare completamente l’ordinamento sportivo e minarne le fondamenta.
A BREVE LA RIFORMA: COME CAMBIARE IL SISTEMA ITALIANO
Nondimeno, è evidente che in futuro la giustizia sportiva non potrà continuare ad essere un sistema totalmente chiuso. In realtà, la Corte Ue nel dispositivo lascia addirittura uno spiraglio a riguardo: il punto fondamentale su cui si soffermano i giudici è infatti il requisito di “indipendenza e imparzialità degli organi giurisdizionali”. Se questo venisse rispettato (oggi per come è concepito l’ordinamento italiano ovviamente non lo è), il diritto europeo potrebbe persino non ostare a una giustizia sportiva a circuito chiuso, con ricorso di fronte a quella ordinaria solo per eventuali risarcimenti. Dunque, basterebbe riformare in maniera trasparente la giustizia sportiva per mettersi in regola. Il problema è che oggi è quasi impossibile pensare di strappare alle Federazioni e al Coni i loro tribunali e procure, la casta dei presidenti non lo accetterebbe mai. Quasi più facile allora intervenire a livello centrale sull’ordinamento, per prevedere uno sbocco della giustizia sportiva in quella amministrativa.
Nelle scorse settimane è stata approvata una prima riforma anticipata dal Fatto, con un secondo pacchetto di misure già in cantiere che era stato posticipato proprio in previsione della sentenza in arrivo dall’Ue. Le soluzioni possibili del resto sono diverse, e già allo studio. Ad esempio, si potrebbe pensare di ridurre l’iter sportivo, cancellando un grado di giudizio: tre sono troppi, meglio solo Tribunale federale e poi Collegio di garanzia, se bisogna prevedere un seguito anche tra Tar e Consiglio di Stato. E poi magari di strutturare l’appello al Coni in forma di arbitrato, così da ridurre drasticamente i casi di impugnazione alla giustizia amministrativa. Ci vorrà tempo per pensarci bene, ma neanche troppo: è chiaro che dopo il principio stabilito dalla Corte Ue tutte le sentenze sportive sono a rischio.
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