Toscana

Giulio Greco, l’artista che sa far dialogare cinema, letteratura e musica














Giulio Greco è un giovane attore italiano, nato nel 1991 a Milano, che si è appassionato alla recitazione sin da bambino. Cresciuto sulle colline piemontesi tra natura e animali, ha iniziato ad approfondire il teatro amatoriale sin dalle medie, iscrivendosi poi alla scuola di teatro Quelli di Grock a Milano. Attore, autore, cantautore, editore e regista, Greco ha costruito negli anni un percorso che attraversa cinema, teatro, letteratura e produzioni internazionali per Sky, Netflix, Disney, Rai Cinema e 20th Century Fox, prendendo parte a progetti come Gomorra – Le Origini, Supersex, Prophecy, Rosaline e Comandante.
Abbiamo intervistato Giulio Greco perché ci parlasse meglio del suo percorso artistico-letterario e anche della sua recente esperienza musicale.
Dopo un percorso che ti ha visto protagonista come attore, autore, regista ed editore, cosa ti ha spinto a fare il passo verso la musica con l’album Believe? È stato un punto di arrivo o l’inizio di una nuova fase della tua carriera?
“La musica ha sempre fatto parte della mia vita: prima attraverso mio nonno Pierre, violinista classico, poi con i DJ set tra i quattordici e i ventidue anni e, più avanti, con lo studio del canto. Per molto tempo, però, non mi ero assunto fino in fondo la responsabilità di questa passione. L’incontro con Francesco Arpino e poi con Simone Vergani è stato decisivo. Believe non è per me una strada diversa dalle altre, ma un nuovo linguaggio della stessa ricerca. Editoria, cinema, scrittura, conduzione, musica: tutto nasce dal desiderio di comprendere l’essere umano e creare un dialogo. Per me l’arte è anche un atto sociale: può consolare, interrogare, alleviare il dolore, farci sentire meno soli. E la musica ha una forza immediata e potentissima per farlo.”
Hai raccontato che Believe nasce dalla domanda “Chi siamo quando smettiamo di identificarci con i ruoli che interpretiamo?”. C’è stato un momento preciso della tua vita in cui questa domanda è diventata inevitabile e ha dato origine all’album?
“Quando ho iniziato a scrivere Believestavo attraversando una grande transizione personale, dopo la fine di una relazione durata molti anni. Ma allora non avevo ancora né la domanda né la risposta. L’ho capita soltanto poche settimane prima dell’uscita dell’album, quando mi sono chiesto: “Perché ho scritto Believe?”. Ho realizzato che, per la prima volta, avevo smesso di essere Giulio attraverso un ruolo: l’attore, il conduttore, il figlio, l’amico, il compagno. Ero semplicemente Giulio. È stata una scoperta enorme. Passiamo una parte della vita cercando di essere ciò che pensiamo gli altri si aspettino da noi. Believe, per me, è stato il percorso inverso: tornare a me stesso.”
Molti brani sono dedicati alle persone più importanti della tua vita, come la tua compagna Gaia Sabbatini e i tuoi fratelli Arturo e Giada. Quanto è stato importante mettere da parte il personaggio pubblico per raccontare una dimensione così personale e vulnerabile?
“Per me è fondamentale avere il coraggio di essere e rimanere noi stessi. La vulnerabilità ne fa parte, ma non è tutto. Credo anche che chi ha una voce pubblica abbia una responsabilità: più persone raggiungiamo, più peso hanno le parole, le immagini e i messaggi che scegliamo di condividere. La visibilità amplifica ciò che mettiamo nel mondo. Per questo voglio partire da qualcosa di autentico, personale, e provare a renderlo universale. Tutti amiamo, soffriamo, abbiamo paura, cerchiamo risposte, sogniamo. Ho scritto canzoni dedicate alle persone che amo perché attraverso di loro ho vissuto sentimenti e valori che appartengono a molti. È qui che per me l’arte diventa anche un atto sociale: quando qualcosa che nasce da noi riesce a raggiungere gli altri.”
In questo progetto hai unito musica, scrittura, immagini e regia dei videoclip, facendo convergere tutte le tue esperienze artistiche. Dopo Believe, quale direzione immagini per il tuo futuro: continuerai a far dialogare queste diverse forme espressive o la musica avrà uno spazio sempre più centrale?
“La musica oggi occupa uno spazio centrale, ma non toglie nulla al cinema, alla televisione, all’editoria, alla scrittura o alla regia. Anzi, credo che queste esperienze si nutrano continuamente l’una dell’altra: ciò che imparo come attore cambia il mio modo di scrivere, la musica influenza le immagini, la regia cambia il mio modo di raccontare. E viceversa. Anche gli incontri, i viaggi e le relazioni mi danno qualcosa da dire e da restituire. A trentacinque anni sento di essere in un punto importante: porto con me molte esperienze e ho ancora una grande fame di scoprirne altre. Nei prossimi anni voglio farle convergere sempre di più in un percorso artistico unitario, capace di esprimere chi sono e di entrare in relazione con il tempo in cui viviamo e con le persone.”























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