Giovani, violenza e futuro: “Stiamo crescendo ragazzi che imparano a diventare adulti sul web, ma non a scegliere la propria vita. La scuola deve cambiare il paradigma dell’orientamento”. INTERVISTA a Carlo Barberis

Ci sono interviste che nascono per raccontare un appuntamento e finiscono per interrogare il significato stesso dell’educazione. Il confronto con Carlo Barberis, sociologo e presidente di Expo Training, appartiene a questa seconda categoria. Mi ero avvicinato alla sua proposta incuriosito da una manifestazione che mette in relazione scuole, università, istituzioni e imprese. Ne esco con una convinzione ancora più forte: l’orientamento può diventare una delle più importanti questioni pedagogiche e civili del nostro tempo, purché smetta di essere ridotto alla presentazione di un catalogo di indirizzi di studio.
Ciò che mi ha colpito immediatamente non è stato il numero dei visitatori o la dimensione degli spazi espositivi, pur rilevanti. È stata la qualità del ragionamento: rovesciare il punto di osservazione, mostrare prima il mondo delle professioni, aiutare il giovane a capire che cosa si fa concretamente in un lavoro, quali responsabilità comporta e quali competenze richiede, e soltanto dopo ricostruire il cammino formativo necessario. Non un invito a scegliere precocemente una destinazione irrevocabile, ma la proposta di rendere le scelte meno casuali e più consapevoli.
Considero questa intuizione particolarmente felice perché rimette al centro lo studente, non l’offerta di un singolo istituto; la persona, non la casella di una statistica; il progetto di vita, non la sola iscrizione a un corso. È un cambio di prospettiva che merita attenzione da parte di chi si occupa di didattica, formazione dei docenti, politiche giovanili e rapporti tra istruzione e sistema produttivo.
La nostra conversazione arriva inoltre dopo gli scontri e i saccheggi del 17 e 18 ottobre nel centro di Milano. Non possiamo attribuire automaticamente a un episodio di cronaca una spiegazione sociologica univoca. Possiamo però domandarci quali messaggi stiamo trasmettendo ai più giovani, quale spazio concediamo alla responsabilità e quali alternative concrete offriamo alla ricerca di visibilità attraverso la trasgressione.
È proprio qui che la riflessione di Barberis mi appare feconda. La stessa società che chiede ai ragazzi di programmare il futuro sembra talvolta premiare l’immediatezza, la sopraffazione e il consenso ottenuto in pochi secondi. La scuola si trova a contrastare queste contraddizioni mentre deve accompagnare gli studenti in un ambiente tecnologico, economico e culturale in rapidissima trasformazione. La risposta, a mio giudizio, non può essere una scuola lasciata sola: occorre una nuova alleanza educativa, fondata su competenza, corresponsabilità e fiducia.
Expo Training, alla quindicesima edizione, è in programma il 18 e 19 novembre 2026 a Fiera Milano City – Allianz MiCo. Barberis ne parla non come di una semplice fiera, ma come di una piazza pubblica: uno spazio aperto, partecipato, in cui orientamento e incontro con il lavoro diventano occasioni per capire meglio se stessi e il mondo. Ecco perché ho voluto ascoltarlo a lungo e accompagnare le sue parole con una riflessione più ampia.
Dalla scuola al mestiere, e non viceversa: l’intervista
Presidente Barberis, mi interessa anzitutto il vostro approccio nuovo al mondo della scuola e, soprattutto, allo studente che sarà il lavoratore di domani. Qual è la proposta metodologica e scientifica di Expo Training?
Carlo Barberis: È aver ribaltato il paradigma e la percezione dell’orientamento. Oggi abbiamo un problema di mismatch, e una delle soluzioni è non commettere un errore di orientamento. Le modalità tradizionali con cui il ragazzo sceglie il proprio percorso sono spesso basate sulla pancia, sul passaparola. Avviamo così figli e nipoti verso percorsi che non necessariamente conducono al settore produttivo o alla professionalità oggetto degli studi. La nostra idea è far compiere un balzo da un vuoto di consapevolezza a un pieno di consapevolezza, aiutando a costruire criteri decisionali seri e razionali. È una scelta di vita e impatta anche sul sistema Paese.
La formula “dal vuoto al pieno di consapevolezza” merita di essere trattenuta. Il mismatch, ossia il disallineamento tra competenze disponibili e richieste dal mondo del lavoro, non dipende soltanto dall’orientamento: incidono salari, condizioni contrattuali, territori, qualità dell’offerta e trasformazioni economiche. E tuttavia è ragionevole chiedersi quanto pesino decisioni assunte senza aver incontrato davvero le professioni. Per questo, a mio avviso, la proposta ha valore non soltanto occupazionale ma formativo: educa a decidere, a cercare evidenze, a confrontare possibilità.
Lei sostiene che occorra capovolgere la narrazione: non spiegare prima il percorso scolastico e solo alla fine il mestiere, ma mostrare subito che cosa significa esercitare una professione. Può chiarire questo passaggio?
Carlo Barberis: Oggi ti spiego quali percorsi curricolari servono per diventare medico o giornalista e alla fine vedrai il mestiere. Io parto invece descrivendo che cosa fa il giornalista, il medico, l’impiegato amministrativo, il tecnico scambiatore delle ferrovie, l’esperto di intelligenza artificiale nel settore amministrativo. Da bambino volevo fare il pompiere e l’astronauta, perché i cartoni animati mi avevano suggestionato: erano mestieri bellissimi. Dobbiamo dare ai ragazzi e alle famiglie gli impulsi per conoscere i mestieri; poi capire quali competenze mettere in tasca e, infine, quali percorsi curricolari attivare. Se rappresento concretamente la fine del percorso e te la mostro all’inizio, puoi riconoscere ciò che desideri fare.
Trovo questa immagine pedagogicamente potente. È una didattica che restituisce concretezza ai saperi senza rinunciare al valore della cultura generale. Non basta conoscere il nome di una professione: occorre vederne attività, strumenti, responsabilità, difficoltà e dimensione etica. Solo così la fascinazione iniziale può trasformarsi in conoscenza. La suggestione può accendere la curiosità; il compito della scuola è trasformarla in giudizio critico e libertà di scelta.
È una rappresentazione laica, aperta, che mi sembra particolarmente convincente. Come si traduce questa impostazione nei vostri workshop e nel rapporto con i docenti orientatori?
Carlo Barberis: Nei circa quarantamila metri quadrati della manifestazione i docenti orientatori possono trovare stimoli da condividere nel piano didattico e nel processo di orientamento. I novanta-cento workshop sono strutturati partendo dal settore: quali professionalità esistono, quali mestieri vi operano e quali percorsi curricolari servono. Qualche anno fa abbiamo chiesto alle scuole e ai visitatori, attraverso un questionario, di aiutarci a riprogettare Expo Training. Sono emerse indicazioni importanti. Una fiera, come un giornale, deve essere partecipata e deve essere una piazza. Piazza Duomo è di tutti: anche la nostra vuole essere una piazza pubblica, non uno spazio privato al quale si accede soltanto su invito.
L’idea della piazza è più che una metafora suggestiva. Una scuola efficace non si limita a distribuire informazioni: organizza incontri, fa circolare esperienze, mette a confronto linguaggi e competenze. Il valore educativo di una manifestazione dipende allora dalla capacità di tradurre la visita in un prima e in un dopo: preparazione in classe, domande costruite dagli studenti, osservazione delle professioni, rielaborazione guidata, confronto con le famiglie. In questa prospettiva la fiera non sostituisce la scuola: le fornisce materiali vivi e occasioni di conoscenza.
Quali risultati avete registrato e quali obiettivi vi ponete per la prossima edizione?
Carlo Barberis: Lo scorso anno abbiamo avuto circa ventiquattromila persone e sono stati realizzati cinquemila colloqui di lavoro. Per il 2026 abbiamo in programma diecimila colloqui. Abbiamo coinvolto centri per l’impiego, agenzie per il lavoro e società accreditate regionalmente, per dare un contributo sia a chi cerca lavoro sia alle aziende. Parliamo anche di umanizzazione del processo di selezione.
Perché parla di umanizzazione della selezione proprio in un’epoca dominata dalle piattaforme digitali?
Carlo Barberis: Se un’azienda pubblica un’offerta su Indeed, può ricevere cento curriculum in poche ore. Quando li esamina, spesso scopre che i profili sono disallineati rispetto alla posizione cercata: magari cerca un contabile e riceve il curriculum di un cuoco. Ricordo l’epoca degli annunci di lavoro sui giornali e delle persone che consegnavano direttamente il curriculum. Non si tratta soltanto di tecnologia: vedersi in faccia è fondamentale. Ed è cambiato anche il rapporto: oggi l’azienda deve sapersi presentare e rendere attrattiva, non limitarsi a dire al candidato che gli farà sapere.
Questa osservazione mi sembra di straordinaria attualità. L’intelligenza artificiale può facilitare l’incontro tra profili e posizioni, ma non elimina il bisogno di riconoscimento reciproco. Un curriculum è una rappresentazione parziale di una persona; un colloquio ben condotto può far emergere motivazioni, capacità di apprendere, disponibilità e potenzialità che non sempre coincidono con le parole chiave di una candidatura. Naturalmente il colloquio deve essere equo, trasparente e rispettoso: umanizzare non significa sostituire criteri verificabili con impressioni arbitrarie.
Qual è, dunque, la caratteristica che distingue Expo Training dai numerosi career day e job day organizzati in Italia?
Carlo Barberis: In Italia ci sono indicativamente centotrenta-centoquaranta iniziative di questo tipo. Abbiamo svolto un’analisi comparativa e individuato un posizionamento specifico: rispondere alle aziende che cercano figure qualificate o da qualificare e, nello stesso tempo, offrire a famiglie, ragazzi e docenti una rappresentazione diversa del loro futuro. Questa è la nostra differenza: una narrazione diversa delle opportunità professionali.
Quale appello rivolge ai docenti orientatori, ai dirigenti scolastici e ai DSGA?
Carlo Barberis: I docenti orientatori possono acquisire molto materiale didattico da riportare in classe. Visite e workshop aiutano a far passare i ragazzi dal vuoto al pieno di consapevolezza e a costruire criteri decisionali migliori. Anche dirigenti, DSGA e docenti possono confrontarsi con le novità che riguardano scuola e orientamento. Siamo utili inoltre per le attività di formazione scuola-lavoro, già note come PCTO: i responsabili scolastici possono incontrare direttamente le aziende presenti. Al momento prevediamo circa cento aziende; tra quelle richiamate ci sono Ferrovie, ATM e Iper.
Questo passaggio richiama una questione organizzativa concreta: la scuola ha bisogno di partner affidabili, occasioni di dialogo con i territori e strumenti per trasformare gli incontri in percorsi educativi. Non basta moltiplicare convenzioni o visite. Occorre definire obiettivi di apprendimento, verificare la qualità delle esperienze, tutelare gli studenti e rendere accessibili le opportunità anche a chi proviene da contesti meno favoriti. Un orientamento davvero inclusivo non deve rafforzare le differenze di partenza: deve contribuire a ridurle.
Dalla crisi educativa alla turbo-adolescenza
Vorrei riportare la conversazione agli episodi di violenza di Milano. Da sociologo, ritiene che la crisi generazionale abbia anche a che fare con un patto educativo tra scuola, famiglie e istituzioni che non è stato adeguatamente rinnovato?
Carlo Barberis: Oggi ci troviamo davanti a un fenomeno nuovo, del quale si parla ancora poco: la turbo-adolescenza. È l’esposizione precoce e accelerata a esperienze mediate dal web e dall’intelligenza artificiale. Un dodicenne o un tredicenne non diventa psicologicamente un ventenne o un venticinquenne: deve ancora costruire la propria struttura personale. Tuttavia le esperienze che vive nella dimensione digitale vengono poi calate nella realtà. Se vede o simula una fuga dalla polizia come una prova di velocità e scaltrezza, può percepirla come un gioco. La scuola deve fare tantissimo, perché il processo è educativo.
Il termine “turbo-adolescenza” non costituisce una diagnosi clinica né una categoria scientifica universalmente codificata. È una chiave interpretativa proposta da Barberis per richiamare un problema reale: l’asimmetria tra l’accesso rapidissimo a contenuti e modelli adulti e i tempi dello sviluppo emotivo, morale e cognitivo. Occorre però evitare determinismi: l’esposizione digitale non produce automaticamente violenza, così come nessun singolo fattore può spiegare comportamenti complessi. La ricerca invita a considerare insieme famiglia, gruppo dei pari, contesto sociale, esperienza scolastica e caratteristiche individuali.
Non c’è anche una contraddizione tra i valori che chiediamo ai giovani di rispettare e quelli che la società finisce per premiare?
Carlo Barberis: Predichiamo il rispetto e invece premiamo la prepotenza. Chiediamo impegno e fatica, ma valorizziamo il successo immediato attraverso i social. È una contraddizione educativa. Non possiamo insegnare una cosa e premiare il suo contrario.
È una frase sulla quale credo valga la pena fermarsi. Non soltanto perché descrive un conflitto culturale, ma perché chiama in causa il comportamento degli adulti. La coerenza educativa è un fatto quotidiano: come si discute, come si gestisce un errore, come si affronta un dissenso, come si tratta chi è più fragile. L’educazione civica non può essere soltanto una disciplina o un monte ore: deve diventare un clima relazionale riconoscibile, nel quale diritti, doveri e dignità siano praticati.
Quale nuovo patto educativo è necessario costruire?
Carlo Barberis: Le famiglie non devono essere lasciate sole. Occorrono sostegno alla genitorialità, servizi territoriali, una scuola che integri educazione digitale, affettiva e civica, e un coordinamento stabile tra scuola, famiglie e istituzioni. Ai ragazzi dobbiamo chiedere responsabilità, offrendo percorsi credibili per esercitarla. Il rispetto non si insegna soltanto con le parole, ma attraverso relazioni, regole e opportunità concrete.
La questione, a mio giudizio, è costruire alleanze permanenti e non soltanto risposte emergenziali. La prevenzione del conflitto non coincide con l’eliminazione del conflitto: il dissenso è parte della vita democratica. Si tratta piuttosto di insegnare a riconoscerlo, nominarlo, gestirlo senza umiliazione e senza violenza. Per questo la formazione degli insegnanti, l’ascolto delle famiglie e l’accesso ai servizi educativi e psicologici territoriali devono essere pensati come parti di una stessa infrastruttura civile.
Una formazione che viene da lontano
Accanto a Expo Training operate anche nella formazione. Qual è la storia di questa esperienza e quali ambiti presidiate?
Carlo Barberis: Expo Training nasce nel 2011. La scuola di formazione è una realtà distinta, nata nel 1999, della quale sono amministratore delegato, mentre di Expo Training sono presidente. Attualmente la scuola è accreditata in Lombardia e stiamo lavorando a ulteriori sedi e accreditamenti, a partire dal Veneto e poi dal Lazio. Operiamo nella formazione manageriale, nelle soft skills e in ambiti verticali come forze dell’ordine e pubblica amministrazione, comprese le scuole. Abbiamo lavorato per anni sulla formazione in materia di sicurezza e abbiamo sviluppato competenze nella prevenzione e gestione dei conflitti, anche attraverso attività in istituti penitenziari. Abbiamo formato centinaia di docenti e svolto numerose ore sulle metodologie didattiche.
La distinzione tra le due realtà è importante: Expo Training e la scuola di formazione hanno ruoli e assetti diversi, pur sviluppando attività che possono dialogare. In questo patrimonio di esperienze colgo un ulteriore elemento positivo. L’educazione alla gestione dei conflitti può trarre beneficio da saperi maturati in contesti differenti, purché siano adattati alla specificità della scuola. Il contesto scolastico non è una caserma né un istituto penitenziario: ha finalità educative proprie. Proprio per questo il confronto interdisciplinare può diventare fecondo quando è accompagnato da sensibilità pedagogica, conoscenza dell’età evolutiva e attenzione all’inclusione.
La prospettiva educativa: perché considero questa proposta una possibilità importante
Orientare significa restituire libertà alla scelta
Una scelta è autenticamente libera quando non dipende soltanto dall’imitazione, dall’ansia familiare, dal prestigio percepito di un indirizzo o dalla casualità delle informazioni disponibili. La libertà richiede conoscenza delle alternative e capacità di valutarle. Per questo condivido con convinzione l’insistenza di Barberis sui criteri decisionali: è un modo per restituire all’orientamento la sua dignità formativa.
La scuola dovrebbe accompagnare gli studenti a formulare domande sulle professioni: che cosa si fa durante una giornata di lavoro? Quali problemi si affrontano? Con quali persone si collabora? Quali competenze tecniche e trasversali sono richieste? Quali possibilità di aggiornamento esistono? Quali responsabilità sociali comporta quel mestiere? Una professione raccontata soltanto attraverso il titolo rischia di essere una fantasia; una professione conosciuta nei suoi processi diventa un oggetto di scelta ragionata.
Questa metodologia è particolarmente utile anche per evitare stereotipi di genere, barriere sociali e gerarchie immaginarie tra percorsi di studio. Il compito di un buon orientamento non è convincere tutti a inseguire le medesime professioni, ma mostrare la dignità e la complessità di lavori differenti. La formazione tecnica, professionale, liceale e universitaria non dovrebbe essere raccontata come una scala di prestigio, bensì come una pluralità di strade con caratteristiche diverse.
La scuola deve educare al futuro senza subordinarsi al mercato
La vicinanza al mondo produttivo è una risorsa, non una rinuncia all’autonomia culturale della scuola. La cultura generale permette di interpretare le trasformazioni del lavoro, cambiare strada, continuare ad apprendere e partecipare alla vita democratica. Nessuna previsione sui mestieri del futuro è sufficientemente certa da giustificare una formazione troppo rigida e precoce.
Per questo considero particolarmente positiva l’idea di partire dal lavoro concreto, a condizione di non trasformare la conoscenza delle professioni in un destino già scritto. Un ragazzo deve poter cambiare idea. Deve poter scoprire che una passione iniziale non coincide con le sue aspirazioni più mature, o che competenze acquisite in un settore possono diventare preziose in un altro. L’orientamento non deve chiudere porte: deve insegnare a riconoscerle e ad attraversarle con responsabilità.
Anche l’intelligenza artificiale impone questa prudenza. Professioni e compiti si trasformano; alcune mansioni si automatizzano, altre emergono, molte richiedono una nuova combinazione di competenze. Più che addestrare i giovani a una fotografia del mercato, dobbiamo aiutarli a sviluppare capacità di apprendimento continuo, giudizio critico, comunicazione, cooperazione e uso consapevole delle tecnologie.
Il ruolo decisivo dei docenti orientatori
Il docente orientatore non può essere ridotto a un distributore di brochure. È un professionista che organizza informazioni, connette esperienze, favorisce la riflessione degli studenti e dialoga con le famiglie. Perché questa funzione sia esercitata bene servono formazione, tempo, collaborazione collegiale e accesso a fonti affidabili.
Un evento come Expo Training può offrire materiali e incontri che acquistano valore quando vengono inseriti in una progettazione didattica. Prima della visita gli studenti possono preparare domande e ipotesi; durante l’esperienza possono raccogliere osservazioni; dopo possono discutere ciò che li ha sorpresi, verificare aspettative e ricostruire competenze e percorsi. La qualità dell’orientamento non si misura soltanto dal numero di stand visitati, ma dalla trasformazione delle conoscenze e della consapevolezza.
Le famiglie devono essere parte di questo processo senza diventare il soggetto che decide al posto del figlio. Ascoltare aspirazioni e timori, discutere vincoli economici e geografici, verificare le informazioni e riconoscere i talenti richiede un dialogo rispettoso. È proprio in questo punto che la piazza pubblica descritta da Barberis può diventare un laboratorio di corresponsabilità.
La prevenzione della violenza comincia dalla qualità delle relazioni
La violenza non si combatte soltanto con richiami astratti alla legalità. Le regole sono indispensabili, ma la loro efficacia educativa dipende anche dalla possibilità di comprenderne il significato. Uno studente che sperimenta relazioni giuste, ascolto e responsabilità può imparare che la norma non è un ostacolo arbitrario, bensì una condizione della convivenza.
Occorre distinguere la protesta legittima dall’aggressione, il dissenso dal danneggiamento, la ricerca di autonomia dalla sopraffazione. Le responsabilità individuali devono essere accertate senza generalizzazioni su un’intera generazione. Gli adolescenti non sono un problema da amministrare: sono persone in formazione, portatrici di diritti, capacità e possibilità.
La scuola deve inoltre riconoscere i segnali di isolamento, disagio e conflittualità senza medicalizzare ogni comportamento difficile. Servono percorsi di educazione socio-emotiva, pratiche di mediazione, interventi tempestivi contro bullismo e cyberbullismo, collaborazione con le famiglie e servizi territoriali. Il nuovo patto educativo non si esaurisce in una dichiarazione di principio: si misura nella capacità di non lasciare soli gli studenti e gli adulti che li accompagnano.
La tecnologia non deve accelerare artificialmente la crescita
La categoria di turbo-adolescenza ha il merito di provocare una domanda utile: che cosa accade quando la quantità di esperienze digitali supera la capacità di attribuire loro significato? Un giovane può conoscere linguaggi, immagini e comportamenti adulti senza aver maturato strumenti sufficienti per valutarli. Non si tratta di demonizzare il web, ma di costruire mediazione educativa.
L’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale deve comprendere la verifica delle fonti, la comprensione dei limiti degli strumenti, la tutela dei dati personali e la capacità di riconoscere manipolazioni e rappresentazioni ingannevoli. Ma deve comprendere anche la riflessione su identità, reputazione, empatia e conseguenze delle azioni. Non basta saper usare una piattaforma: bisogna imparare a decidere quando e perché usarla.
La scuola può svolgere questa funzione senza competere con la velocità dei social. Il suo valore risiede anche nella possibilità di rallentare, approfondire, argomentare, ascoltare un’obiezione e cambiare idea. In un ambiente che premia l’immediatezza, il tempo dell’educazione diventa una risorsa democratica.
Una prospettiva nazionale, oltre l’appuntamento di Milano
Il tema non riguarda soltanto la Lombardia o una singola manifestazione. In territori differenti cambiano opportunità produttive, accesso ai servizi, reti di trasporto, disponibilità di esperienze formative e rapporti tra scuole e imprese. Un modello nazionale di orientamento dovrebbe quindi essere flessibile, capace di valorizzare le specificità locali e, nello stesso tempo, di offrire pari dignità alle aspirazioni degli studenti.
È importante che anche le scuole delle aree interne, del Mezzogiorno e dei contesti socialmente fragili possano accedere a occasioni di conoscenza delle professioni, incontri con imprese e laboratori di orientamento. Le distanze geografiche non devono trasformarsi in distanze di futuro. Gli strumenti digitali possono aiutare, ma devono essere accompagnati da relazioni autentiche e da un lavoro educativo continuativo.
Per questo accolgo con interesse la volontà di Expo Training di costruire un luogo di confronto aperto. Il successo di una simile esperienza, sul piano educativo, non dipenderà soltanto dall’affluenza: dipenderà dalla capacità di generare relazioni durevoli, materiali riutilizzabili, progetti condivisi e nuove opportunità per chi rischia di restare ai margini.
Dall’intuizione al metodo: come trasformare la visita in apprendimento
La qualità di una proposta educativa si misura nella sua capacità di diventare metodo. Per questa ragione, il valore di un evento dedicato all’orientamento non può essere valutato soltanto attraverso gli ingressi, la quantità degli espositori o il numero dei colloqui. Sono indicatori utili, ma descrivono la partecipazione, non necessariamente l’apprendimento. È importante interrogarsi su ciò che gli studenti sapevano prima dell’esperienza, su ciò che hanno scoperto e su come questa nuova conoscenza abbia modificato le loro domande.
Immaginiamo una classe che si prepari a incontrare un’impresa ferroviaria. Un’attività superficiale potrebbe consistere nel raccogliere materiale informativo e ascoltare una presentazione. Un’attività formativa più ricca chiederebbe agli studenti di ricostruire l’intera filiera delle professioni: progettazione, manutenzione, sicurezza, amministrazione, comunicazione, gestione delle persone, tecnologie digitali. Una sola organizzazione diventerebbe così una mappa di mestieri differenti, molti dei quali sconosciuti ai ragazzi.
La stessa logica può essere applicata alla sanità, all’informazione, alla pubblica amministrazione, alla logistica, alla manifattura, al turismo e ai servizi. Ogni settore è un ecosistema di competenze. La conoscenza di un mestiere non coincide con l’immagine pubblica che lo rappresenta. Il medico non è soltanto la figura che compare in una serie televisiva; il giornalista non coincide con chi parla davanti a una telecamera; l’esperto di intelligenza artificiale non è semplicemente chi utilizza un programma. Conoscere davvero una professione significa vedere il lavoro ordinario, le scelte difficili, le competenze invisibili e la responsabilità verso gli altri.
La proposta di Barberis mi sembra positiva anche perché può contribuire a superare la distanza tra linguaggio scolastico e linguaggio professionale. Molti studenti conoscono il nome delle discipline ma faticano a comprendere dove e come quelle conoscenze vengano impiegate. Quando una competenza matematica diventa uno strumento per verificare la sicurezza di un impianto, quando la padronanza della lingua permette di comunicare correttamente un rischio, quando il diritto aiuta a riconoscere una responsabilità, la cultura scolastica mostra la propria capacità di incidere sul reale.
Naturalmente non tutto ciò che si apprende deve trovare una giustificazione immediata nell’utilità professionale. La letteratura, la storia, la filosofia, le arti e le scienze educano anche alla comprensione disinteressata del mondo. Ma proprio una solida cultura generale permette di interrogare criticamente le professioni e di non confondere l’efficienza economica con il valore umano. La sfida è integrare le due dimensioni, non metterle in competizione.
Una buona progettazione orientativa dovrebbe prevedere inoltre momenti nei quali gli studenti possano esprimere dubbi senza sentirsi giudicati. Non tutti hanno una vocazione chiara a tredici, sedici o diciotto anni. Non tutti possono permettersi gli stessi spostamenti o le stesse opportunità. Alcuni cambieranno strada più volte. Il successo dell’orientamento non consiste nell’eliminare l’incertezza, ma nel fornire strumenti per attraversarla in modo consapevole.
Il patto educativo come infrastruttura quotidiana della comunità
Il riferimento al nuovo patto educativo non deve restare una formula rassicurante. Un patto è credibile quando chiarisce ruoli, impegni e responsabilità. La scuola può promuovere la convivenza, ma non può sostituirsi alla famiglia; la famiglia può accompagnare i figli, ma non può affrontare da sola ogni problema educativo; i servizi territoriali possono sostenere le situazioni più complesse, ma hanno bisogno di coordinamento. Le istituzioni sono chiamate a creare condizioni stabili affinché questa cooperazione sia possibile.
Penso anzitutto alla continuità dei rapporti. Troppo spesso ci si incontra soltanto dopo un episodio problematico, quando la fiducia è già indebolita e il dialogo rischia di trasformarsi in una ricerca di colpe. Una comunità educativa dovrebbe invece costruire relazioni prima dell’emergenza. Riunioni tematiche, ascolto delle famiglie, laboratori con studenti, occasioni di confronto sulle tecnologie e sul benessere possono diventare luoghi ordinari di prevenzione.
Un secondo elemento riguarda il linguaggio. Chiedere responsabilità a un adolescente non significa rivolgersi a lui come a un adulto già compiuto, né considerarlo incapace di comprendere. Significa attribuirgli gradualmente possibilità reali di scelta, accompagnandole con conseguenze proporzionate e spiegazioni chiare. La regola diventa educativa quando è comprensibile, applicata con coerenza e orientata alla tutela della dignità di tutti.
Il terzo elemento è la qualità dell’esempio. La scuola può proporre attività di educazione alla legalità, ma il loro valore viene compromesso se gli studenti assistono a comportamenti umilianti, discriminatori o arbitrari. Allo stesso modo, la famiglia può richiamare il rispetto, ma deve confrontarsi con i propri modi di discutere, con l’uso degli schermi e con le rappresentazioni del successo che quotidianamente veicola. Non si tratta di pretendere adulti perfetti: si tratta di rendere visibile la disponibilità a riconoscere un errore e a correggerlo.
La riflessione sulla violenza giovanile deve infine evitare due scorciatoie. La prima consiste nel considerare ogni comportamento aggressivo come il prodotto inevitabile dei social. La seconda consiste nell’attribuire alla scuola, da sola, la responsabilità di problemi che hanno radici molteplici. Una risposta seria richiede ricerca, dati affidabili, interventi proporzionati e attenzione alle differenze tra situazioni. Anche la responsabilità individuale va riconosciuta senza rinunciare alla responsabilità collettiva di costruire contesti educativi migliori.
È in questa cornice che l’orientamento assume un significato più ampio. Incontrare un professionista non serve soltanto a raccogliere informazioni su un impiego. Può consentire a un ragazzo di vedere un adulto che racconta la fatica, gli errori, la formazione continua e il valore di un lavoro ben fatto. Può mostrare che il riconoscimento sociale non passa necessariamente attraverso l’esibizione, ma può nascere dalla competenza e dalla responsabilità. Sono esperienze che non sostituiscono la famiglia né il curricolo scolastico, ma li arricchiscono.
Quando Barberis insiste sull’umanizzazione della selezione, richiama indirettamente un principio educativo fondamentale: nessuna persona coincide con una scheda, un voto, un algoritmo o un’etichetta. Il ragazzo che oggi fatica a individuare il proprio percorso può diventare domani un professionista capace. Per questo occorre osservare potenzialità e non soltanto prestazioni immediate. Una comunità che sa riconoscere le possibilità di crescita dei suoi giovani investe nel proprio futuro democratico.
Un’agenda di lavoro per una scuola che orienta davvero
Dalla conversazione emergono alcune linee di lavoro che, a mio avviso, meritano di essere sviluppate nel dibattito pubblico. La prima riguarda la documentazione delle esperienze: ogni attività orientativa dovrebbe lasciare agli studenti strumenti di riflessione e alle scuole informazioni utili per migliorare le iniziative successive. La seconda riguarda la preparazione degli insegnanti: conoscere il mondo delle professioni e le trasformazioni tecnologiche richiede aggiornamento continuo, non interventi occasionali.
La terza linea riguarda la partecipazione attiva dei ragazzi. L’orientamento funziona meglio quando gli studenti non sono spettatori passivi, ma ricercatori del proprio futuro. Possono intervistare professionisti, confrontare percorsi, costruire mappe delle competenze, verificare la credibilità delle informazioni e discutere le proprie rappresentazioni del lavoro. Anche gli errori di previsione diventano opportunità per imparare a ragionare.
La quarta riguarda l’accessibilità. Le opportunità di conoscere il mondo del lavoro non devono dipendere esclusivamente dalle risorse economiche della famiglia o dalla vicinanza a un grande centro urbano. Occorrono collegamenti territoriali, strumenti digitali inclusivi, attenzione alle disabilità e alle differenti condizioni sociali. Un orientamento che lascia indietro i più fragili contraddice la propria finalità educativa.
La quinta linea riguarda il dialogo tra formazione e cittadinanza. Ogni professione è inserita in una rete di responsabilità verso altre persone e verso la collettività. Lavorare significa produrre valore, ma anche rispettare regole, collaborare, proteggere la sicurezza, considerare l’impatto ambientale e affrontare dilemmi etici. Presentare questi aspetti fin dall’orientamento permette di evitare una narrazione esclusivamente economica del futuro.
La sesta riguarda la valutazione degli esiti. Sarebbe utile comprendere, con strumenti adeguati e nel rispetto della privacy, quali attività aiutino davvero gli studenti a chiarire interessi e aspettative. Non per trasformare l’orientamento in una nuova graduatoria, ma per distinguere le iniziative capaci di generare apprendimento da quelle che producono soltanto entusiasmo momentaneo.
La settima riguarda la continuità. La conoscenza delle professioni non può essere concentrata negli ultimi mesi prima di un’iscrizione. Dovrebbe accompagnare gradualmente il percorso formativo, con esperienze adeguate alle diverse età. Il bambino scopre il mondo del lavoro attraverso la curiosità; l’adolescente confronta possibilità e identità; il giovane adulto valuta competenze, condizioni e responsabilità. A ciascuna fase corrispondono domande differenti.
Infine, occorre valorizzare la voce degli studenti. Gli adulti possono offrire conoscenze e occasioni, ma non possono sostituire il soggetto che sceglie. Il futuro dei ragazzi non è un progetto che possiamo scrivere al loro posto. È un percorso che dobbiamo aiutarli a comprendere e costruire, con la disponibilità ad ascoltare anche aspirazioni inattese e strade diverse da quelle che avevamo immaginato.
La mia considerazione conclusiva: una proposta da valorizzare, studiare e far crescere
Chiudo questa conversazione con un giudizio molto positivo sull’impostazione presentata da Carlo Barberis. Lo dico non per il fascino dei grandi numeri, ma per la solidità della domanda da cui nasce il progetto: come possiamo chiedere a un ragazzo di scegliere se non gli abbiamo mostrato, con sufficiente chiarezza, che cosa sta scegliendo? È una domanda semplice soltanto in apparenza. Essa tocca la responsabilità delle istituzioni, la qualità dell’informazione, la formazione dei docenti e il diritto di ogni studente a immaginare un futuro non deciso in anticipo da altri.
Ho apprezzato soprattutto tre elementi. Il primo è il coraggio di invertire la prospettiva dell’orientamento, facendo precedere la conoscenza delle professioni alla scelta del percorso. Il secondo è la volontà di trasformare una manifestazione in una piazza pubblica, aperta al contributo delle scuole e dei territori. Il terzo è il tentativo di restituire centralità all’incontro umano in un’epoca nella quale la mediazione tecnologica rischia talvolta di oscurare la persona.
Questi elementi, a mio giudizio, rappresentano una base interessante per un confronto scientifico e pedagogico più ampio. Non sono formule miracolose e non sostituiscono la ricerca, la valutazione dei risultati o la progettazione scolastica. Sono però intuizioni che meritano di essere sperimentate, discusse e, dove dimostrino efficacia, valorizzate. Il mondo della scuola ha bisogno di proposte che non si limitino a diagnosticare le difficoltà, ma sappiano costruire possibilità.
Ritengo particolarmente importante il collegamento che Barberis stabilisce tra consapevolezza del futuro e responsabilità nel presente. Non significa sostenere che una buona scelta scolastica possa da sola prevenire la violenza. Significa riconoscere che dare significato all’impegno, far sperimentare appartenenza e offrire occasioni di riconoscimento non violento sono componenti preziose di una comunità educativa.
In questo quadro, la nozione di turbo-adolescenza può aprire una discussione utile, purché venga trattata con rigore e senza allarmismi. Il compito della scuola non è impedire ai giovani di incontrare il mondo contemporaneo, ma accompagnarli a comprenderlo. Non dobbiamo chiedere agli adolescenti di essere già adulti; dobbiamo costruire condizioni affinché possano diventarlo attraverso esperienze proporzionate, relazioni significative e progressiva assunzione di responsabilità.
È qui che il nuovo patto educativo assume il suo significato più esigente. Le famiglie hanno bisogno di sostegno, i docenti di formazione e fiducia, i dirigenti di strumenti organizzativi, i territori di servizi e le imprese di una relazione più consapevole con il mondo dell’istruzione. Nessuno di questi soggetti può sostituirsi agli altri. Tutti possono, invece, riconoscersi in una responsabilità comune.
Non nascondo che mi piacerebbe vedere questa prospettiva svilupparsi ulteriormente anche attraverso laboratori permanenti, percorsi di formazione per docenti e dirigenti, occasioni di confronto tra pedagogisti, sociologi, psicologi, università e operatori del lavoro. La collaborazione interdisciplinare è essenziale quando le sfide educative attraversano simultaneamente la scuola, la famiglia, le tecnologie e l’economia. È un auspicio editoriale e culturale, non l’annuncio di iniziative già concordate.
La scuola italiana possiede competenze, professionalità e una straordinaria capacità di innovazione spesso poco raccontate. Esperienze come quella descritta da Barberis possono dialogare con questo patrimonio, contribuendo a rafforzare l’orientamento come pratica educativa continua e non come adempimento concentrato in pochi momenti dell’anno.
Il mio auspicio è che il 18 e 19 novembre non rappresentino soltanto due giornate di incontri, workshop e colloqui, ma l’occasione per rendere più stabile una domanda condivisa: quali esperienze dobbiamo offrire oggi ai ragazzi perché possano scegliere domani con libertà, competenza e responsabilità?
Non abbiamo bisogno di una scuola che prometta certezze impossibili. Abbiamo bisogno di una scuola che insegni a stare dentro l’incertezza senza smarrire il senso delle scelte. Non abbiamo bisogno di giovani capaci soltanto di adattarsi al lavoro che esiste. Abbiamo bisogno di cittadini capaci di comprenderlo, trasformarlo e renderlo più umano.
Per questo considero la proposta di Carlo Barberis una sollecitazione preziosa. Orientare significa aiutare a vedere. Educare significa aiutare a comprendere. Formare significa mettere una persona nelle condizioni di scegliere e di assumersi le conseguenze delle proprie scelte. Quando queste tre dimensioni si incontrano, la scuola non prepara semplicemente al futuro: contribuisce a costruirlo.
La conclusione che porto con me è netta: il vero problema non è soltanto che i giovani conoscano troppo presto il mondo degli adulti. È che troppo spesso gli adulti non riescono ad accompagnarli nella comprensione di quel mondo. Il nuovo patto educativo comincia quando smettiamo di domandare soltanto ai ragazzi che cosa vogliono diventare e iniziamo a offrire loro le conoscenze, le relazioni e le opportunità per scegliere davvero chi desiderano essere.
Source link




