Georgeanne Kalweit – Tiny Space
Solido il rapporto tra Georgeanne Kalweit e l’Italia, nato durante l’esperienza con i Delta V a inizio millennio e proseguito poi con Kalweit and the Spokes dal 2009 al 2015 e The Kalweit Project dal 2016 al 2020 fino alla genesi si questo nuovo album, scritto dopo un trasferimento a Milano e un divorzio, canzoni scritte in solitudine su un organo Bontempi e una tastiera Technics.

Brani che sono poi stati rielaborati insieme a Lorenzo Corti e al produttore artistico Giovanni Ferrario (Scisma, Micevice, Hugo Race, PJ Harvey, John Parish) assumendo un’affascinante forma in equilibrio tra alt rock e art pop, con Corti alle chitarre, Mondini e Sapignoli alle percussioni, lo stesso Ferrario che ha suonato tutti gli altri strumenti.
Sofferenza, relazioni che finiscono e il senso di perdita che portano con se, la difficoltà di reinventarsi e ricominciare da capo sono il fulcro di “Tiny Space” fin dalle prime note della title track e di “Egoverse”, tracce riflessive in cui la voce di Georgeanne Kalweit si pone domande difficili tra melodie intime e spaziali. “Heavenly Thoughts” è il fulcro emotivo della prima parte dell’album, bel momento alt rock in bilico tra paura e speranza.
“Call an Ambulance” più sperimentale e sincopata introduce sonorità elettroniche che ben descrivono una storia arrivata al capolinea, sentimenti che nell’evocativa e grintosa “Ten Pins” vengono paragonati a una conflittuale partita di bowling, che crea l’intensità dolorosa di “Soft Shoulder” e la difficoltà di far chiarezza di “Crystal Clear”.
Arrangiamenti sempre inventivi e imprevedibili, come dimostrano anche la cadenzata “Fumbling Through February” e i cambi di ritmo di “International Intrigue Time Zone” dove la seduzione diventa un gioco di sguardi rubati tra un fuso orario e l’altro, un cerchio del disincanto che si chiude con “Bullet Holes” marziale, minimale, incisivo finale di un album avventuroso e personale.
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