Salute

Fratel Enzo Bianchi è già santo per chi lo ha amato

In queste ore ci ha lasciato Enzo Bianchi, un monaco che non sarà mai santo perché lo è già stato in vita. Lo è stato con un’esistenza evangelica. Chi lo ha conosciuto, chi come me ha avuto l’immenso dono di essergli amico ha avuto modo di comprendere l’unicità di fratel Enzo.

In queste ore a dare la più bella benedizione al fondatore di Bose sono state le tantissime persone che sono arrivate ad Albiano D’Ivrea (dove viveva alla fraternità di Casa della Madia) e a Castel Boglione (suo paese natio) per la cerimonia funebre. Li ho visti piangere a dirotto. Inginocchiarsi davanti alla bara di Enzo. Accarezzargli a lungo le mani. Baciargli la fronte. Ho visto anziani trascinarsi con il bastone fino alla bara per poi guardare Bianchi e dire: “Me l’hai fatta grossa” o “E adesso Enzo?”. Ho visto gente arrivare nel Monferrato dalla Toscana, dal Molise, dalla Liguria, dalla Lituania.

Alla sera della vita non l’hanno lasciato solo nemmeno quei monaci e quelle monache che per le più svariate ragioni avevano abbandonato quella vocazione. Indimenticabile il volto di quel giovane che qualcuno direbbe “un po’ fuori” ma che Enzo per mesi – una volta aperta la fraternità della Madia – aveva accolto con l’aiuto dei sui fratelli e sorelle. Claudio (nome di fantasia) arrivava quando meno se l’aspettavano, ma fratel Bianchi si preoccupava che avesse cenato, che avesse un letto. Poi, una sera se n’era andato sbattendo la porta e facendo perdere le sue tracce.

Mercoledì sera, quando la piccola chiesa era ormai piena per la veglia di preghiera, è arrivato anche lui. In silenzio, senza dir nulla a nessuno, ha preso in mano la fotografia di fratel Enzo e l’ha guardata a lungo prima di metterla in tasca.

Ecco chi è stato quel monaco laico considerato anticonformista: uno che il Vangelo non l’ha solo letto e pregato ma vissuto a tutti i costi. Cardinali al suo funerale non ce ne sono stati. Vescovi pochi e chissà se Papa Leone ha inviato un messaggio alla comunità della Madia; ma a salutare Enzo sono arrivate migliaia di uomini e donne che lui senza risparmiarsi ha ascoltato, ha donato una parola di conforto, un libro, un abbraccio, un incontro di confronto, una testimonianza.

Enzo ha insegnato anche a me a “gustare” la vita. Mi ha insegnato: a ricominciare; la parresia ovvero il coraggio di dire la verità apertamente; a trarre lezione dalle esperienze dell’esistenza; che “il vino buono sta solo sopra il fiume Po”; che bisogna dare “vita ai giorni e non giorni alla vita”; a sentire i profumi delle erbe aromatiche, a guardare il mare su una spiaggia deserta, a essere un uomo libero, a rompere le scatole; a sorridere non a ridere, a leggere Dietrich Bonhoeffer, Martin Buber e Benedetto Giuseppe Labre, lo zingaro di Dio; la sclerocardia ovvero la callosità del cuore.

Anni fa mi disse: “Al mio miglior amico non consiglierei di entrare in politica ora”. Aveva ragione. Mi ha fatto conoscere Sant’Alessio, le monache dell’isola di San Giulio, i fratelli di Cellole, i monaci buddisti di Pomaia. Quando lo scorso anno pensai ad una preghiera per credenti, non credenti e increduli mi incoraggiò. Nel momento peggiore della mia esistenza – a causa della depressione – mi scrisse: “…siamo fragili in certe ore della vita. Anche a me è successo alcune volte. Mi raccomando scaccia i pensieri ingombranti e abbraccia la vita”.

Nel luglio 2020, quando era già scoppiato il caso Bose, una notte mi scrisse: “Sono esausto e desolato. Non posso vedere nessuno, sono come agli arresti domiciliari nel mio eremo. Non ho neppure accesso alla biblioteca. Ma andarmene via nelle mie condizioni di salute e vecchiaia mi fa paura. Dove vado? Da solo? E i miei libri? Il mio archivio per lavorare e scrivere?….” ma “per amore della comunità sto in silenzio”.

Lo scorso anno a Natale mi rispose agli auguri: “Però è anche vero che lui continua a tardare e che io sono stanco di aspettarlo e di sentire che la sua promessa ritarda. Tuttavia, buon Natale”. E quando gli mandai una foto di un mio libro accanto al suo alla Coop Ambasciatori di Bologna aggiungendo questo commento “i nostri libri vicini, il mio immeritatamente” lui mi disse: “I meriti lasciali ai coglioni. Tu sei caro”.


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