Francesco Longo descrive l’estate perenne del ‘Tennis Paradise’
Avanti due set a uno, 5 game a 2 nel quarto, due match point sul proprio servizio. Il tedesco Alexander Zverev batte forte al centro, l’americano Ben Shelton risponde ma la palla è fuori di due metri. Il tedesco chiede le palline per continuare a servire. È l’unico a non essersi accorto, per alcuni interminabili secondi, di aver vinto lo US Open.
La concentrazione, la trance agonistica o forse addirittura l’abitudine a una stagione tennistica infinita. Anche se quella Slam è chiusa in quell’istante, il tennis non si fermerà. Non si ferma mai e anzi, tornando ai quattro “Major”, ci offrono un susseguirsi di continenti, città, campi, superfici, riti e tradizioni diverse che però vivono una sola e unica stagione: l’estate. Nel circuito c’è “Il sole dall’inizio alla fine”.
Nell’Eden che Francesco Longo descrive nel libro appena pubblicato, Tennis Paradise (66thand2nd), i protagonisti si spostano da un capo all’altro del mondo all’inseguimento dell’estate perenne. E davvero così, pensateci, da Melbourne a Parigi, da Londra a New York, i nostri eroi indossano sempre calzoncini (o gonnellino) e maglie a maniche corte (canotte per i più audaci). L’inverno non esiste, ed è meglio così anche secondo Giorgio Bassani che ne Il Giardino dei Finzi Contini scriveva: “L’inverno era noioso, d’accordo, anche perché impediva di giocare a tennis”.
In estate ciò che avviene in campo si specchia negli immancabili occhiali da sole degli spettatori, con un cappellino o un panama in testa, il ventaglio o miniventilatori a rimescolare l’aria. In campo si fatica ma la canicola attanaglia anche chi guarda, col sudore che in tribuna si mischia all’odore delle creme protettive. La dimensione del tennis che conosciamo è ferma a una estate perenne. Ogni tanto il circuito tocca gli impianti al coperto che evitano imprevisti come la pioggia, attenuano il vento e proteggono dall’afa, ma il vero gioco è quello all’aperto.
Tutti, o quasi, amiamo e desideriamo l’estate, tifiamo affinché si protragga anche oltre i canonici tre mesi; ma saremmo in grado di sostenere un’estate infinita? Quella estiva è anche la stagione delle ferie, quella in cui andiamo a caccia di relax e vacanze in paradisi terrestri. E se il tennis fosse uno spiraglio di Paradiso? Di questo ci fa anche convincere Francesco Longo spostando l’attenzione del lettore dal tennis al paradiso appunto, a quel luogo indefinito dove tennisticamente si ergono i campioni ma non solo. Scrittori, teologi, giornalisti, poeti, registi, santi ed esploratori hanno provato, nell’antichità, a collocarlo geograficamente e, ancora oggi, a definirne i confini ultraterreni. Quelli citati in Tennis Paradise l’hanno fatto, ciascuno con la propria arte e conoscenza, elevandosi verso l’altissimo ma con i piedi ben piantati in un campo da tennis.
Giorgio Bassani ne Il giardino dei Finzi Contini o David Foster Wallace nella quasi totalità delle sue opere, Michelangelo Antonioni in Blow-Up o Gianni Clerici hanno decantato e innalzato questo sport ad un livello metafisico, allargando la base degli appassionati che ritrovavano un campo da tennis e una racchetta in un articolo, un libro, un film. Il racconto di un gesto sublime, il tormento interiore dell’atleta o l’estasi per la vittoria, sono elementi di narrazione potentissimi. C’è chi ha iniziato a giocare dopo aver letto Open di Andre Agassi, il libro che ha deviato verso l’alto la parabola delle biografie sportive. E riconoscere che un libro possa convincerti a sposare un credo, seppur sportivo, fa pensare a qualcosa di religioso e spirituale, qualcosa che somiglia a un paradiso. Tennistico ovviamente.
Lì dove forse, per qualche secondo appena, è rimasto Zverev prima di esultare per il secondo Slam della carriera. Tutti e due arrivati in questa stagione per lui paradisiaca che, al netto delle ATP Finals, volge già lo sguardo al prossimo anno. A gennaio, quando il Paradiso si re-innesca nell’emisfero australe.
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