Francesco Guccini. La morte di uno degli ultimi poeti del “Tempo della privazione”
In quei misteriosi versi Hoelderlin (fraterno amico di Hegel) si chiede “perché i poeti nell’epoca della privazione?” (Wozu Dichter in der duerftiger Zeit?).
L’epoca della privazione, secondo il poeta tedesco, è quella seguita alla grande fuga degli dei dal mondo, o alla “morte di Dio”, e quindi all’inizio di quella lunga notte segnata dal predominio della Tecnica e dall’oblio dell’Essere, vale a dire di quel fondamento comune che tiene uniti gli uomini tra loro, e gli uomini e tutto il vasto mondo della Natura (cielo, mare, terra, acque, aria, piante e animali.

Ebbene, la funzione dei poeti, in questa notte lunga e spaventosa, è quella, cantando, di seguire le tracce, le impronte degli dei fuggiti. Nel tempo della notte del mondo il poeta canta il Sacro, pur restando sul ciglio dell’abisso, dal cui precipizio, tenendo ben in alto la fiaccola della Poesia (l’unico linguaggio attraverso il quale riesce ancora ad esprimersi la verità dell’Essere), egli mette in guardia il resto dei mortali.
Francesco Guccini fu, nel corso di tutta la sua carriera di artista, uno di questi poeti e, in particolare, essendo poeta caro a Dioniso, il dio del vino, ha percorso le tracce del dio che (parafrasando Hoelderlin e il suo massimo interprete Martin Heidegger) “custodisce nella vite e nel suo frutto l’appartenenza reciproca originaria di Terra e Cielo come il luo della celebrazione dell’unione di uomini e dei (dei viventi e della Natura)”.
Ricordiamo il poeta Francesco Guccini con i versi della sua più struggente poesia:
CANZONE PER UN’AMICA (1968)
Source link




