Facchetti jr e il Grande Torino a teatro: “Porto sul palco un mito di famiglia e di tutta l’Italia”

Si intitola “Il Grande Torino, una cartolina da un paese diverso” lo spettacolo che andrà in scena lunedì 4 e martedì 5 maggio alle 21 al Teatro San Giuseppe di via Andrea Doria 18 a Torino. L’opera è dedicata agli Invincibili ed è stata scritta a quattro mani dal giornalista Marco Bonetto e da Gianfelice Facchetti, il figlio di Giacinto, la storica bandiera dell’Inter, che è anche il protagonista sul palcoscenico.
Facchetti, che cosa rappresenta per lei il Grande Torino?
“Un pezzo di storia familiare. Gli Invincibili sono stati il mito di mio padre e l’affetto per quella squadra me lo ha trasmesso fin da quando ero piccolo. Poi io ho giocato a calcio fino a 22 anni e facevo il portiere; e quando giocavamo assieme mi chiamava Bacigalupo”.
Lei è cresciuto a Cassano d’Adda, la casa di Valentino Mazzola.
“Esatto. Quando i miei si sposarono decisero di prendere casa a Cassano, dove poi abbiamo trascorso tutta la nostra vita. Io sono del 1974 e in quegli anni Cassano era una colonia granata: c’era un folto gruppo di tifosi del Toro, senza dimenticare che la squadra del paese aveva le divise rigorosamente granata”.
Come si legano i ricordi d’infanzia con il percorso professionale?
“Al di là del mio tifo per l’Inter in seguito, la simpatia per il Toro non è mai venuta meno; e poi, nel corso della mia carriera. il Grande Torino si è ripresentato più volte. Quando venne realizzata la fiction Rai sul Grande Torino mi fu assegnato il ruolo di Bacigalupo; poi, due anni fa, realizzai un podcast a puntate sui 75 anni di Superga”.
Come nasce l’idea dello spettacolo?
“Due anni fa decisi di portare tutto ciò che stavo scoprendo nel terreno che mi è più familiare, quello del teatro. Con una spinta in più: la poesia meravigliosa sul Grande Torino scritta da Giovanni Arpino, che era il mio padrino di battesimo. Insomma, c’erano tanti pezzetti che mi riportavano sempre lì”.
Com’è nato il rapporto con il giornalista di Tuttosport Marco Bonetto?
“Ho conosciuto Marco quando iniziai ad approfondire questi temi: insieme abbiamo deciso di condividere questo percorso. Io ho costruito la struttura e Marco è entrato e uscito nella narrazione con grande libertà, sviluppando molte parti di un lavoro che quindi è fatto a quattro mani, in grande armonia”.
E lei quale sente come momento più emozionante della pièce?
“Difficile sceglierne uno perché cambia nel corso di ogni spettacolo. Mi viene ad esempio in mente il momento della fotografia che non si trova, quella legata alla formazione che tutti sanno a memoria, ma che ha giocato assieme una volta sola. Il punto è che intorno al Grande Torino la memoria orale ha superato la memoria visiva e tutto ciò fa sì che attorno a quella squadra ci sia qualcosa di sacro”.
Che cosa rappresentava questa squadra?
“Erano i migliori al mondo e tutta l’Italia li aspettava la domenica per vivere un momento di festa. Quei ragazzi portavano qualcosa di eroico in mezzo ad un’umanità stanca della guerra appena lasciata alle spalle”.
E invece per lei che cosa rappresenta oggi il Grande Torino?
“Sono quasi due anni che porto in giro per l’Italia lo spettacolo; non ho girato tutte le regioni ma quasi, da nord a sud del paese. Un’esperienza che mi permette di dire che la memoria di quei campioni gode di ottima salute. Ovunque andiamo, continuiamo a trovare molta gente che vuol bene a quei ragazzi: è un sentimento trasversale che si fa fatica a rinvenire oggi, persino quando c’è di mezzo la Nazionale. Segno che quel sentimento partito dal popolo granata si è espanso e ha toccato tutti; è un sentimento cui basterebbe veramente molto poco per essere risvegliato”.
Che cosa intende?
“La scorsa settimana sono stato allo stadio a vedere Torino-Inter e, da spettatore esterno, ho avuto la sensazione che a una tifoseria come quella granata – con quella memoria, con quella passione – basterebbe veramente poco per potersi riaccendere. Chi è stato grande è destinato a ritornarci, perché quel patrimonio che è stato trasmesso brucia ancora sotto la cenere”.
Eppure fra società e tifoseria c’è una spaccatura insanabile.
“Guardi, le porto l’esempio dei miei figli di 16 e 14 anni: nonostante la contestazione, nonostante la curva Maratona deserta, erano colpiti dall’atmosfera, dalla bellezza del clima allo stadio. Ecco perché dico che è un sentimento cui basterebbe veramente poco per poter riaccendere l’entusiasmo perché alla base c’è un’identità molto forte. Che, certo, ha bisogno di essere un po’ alimentata, questo sì”.
Quali saranno le prossime tappe dello spettacolo?
“Sabato 16 maggio saremo a Busseto, vicino a Parma; in estate andremo in Val d’Aosta e nel Biellese, in autunno in Canavese. Poi vogliamo raggiungere anche le città simboliche dell’epopea del Grande Torino: come Trieste e Roma, dove vinse 7-0 facendo nascere il mito”.
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