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Eurovision Song Contest 2026, la finale: vince a sorpresa la Bulgaria, Israele secondo, Sal Da Vinci quinto

Finale col brivido. Tutte le certezze di Eurovision Song Contest 2026 in vista del risultato definitivo (favorita la Finlandia, no la Danimarca, ma sai che forse Sal Da Vinci…), sono venute meno: ha vinto, a sorpresa, l’outsider Bulgaria, che nessuno aveva visto arrivare. E l’ha fatto in volata su Israele, a sua volta al centro di polemiche per la sua presenza a questa 70esima edizione della kermesse per tutta la settimana, accolto gelidamente dal Wiener Stadthalle (che ha dimostrato di potersi scatenare davvero su chiunque…), ma premiato in maniera massiccia dal televoto (terzo più votato da casa), che gli ha permesso di scalare di posizione dopo un primo piazzamento, con le giurie di esperti, in realtà modesto. Quindi, il ritorno thrilling della Bulgaria, all’ultima curva, fino a stravincere. Buono, a margine, il quinto posto di un Sal Da Vinci apparso sottotono a livello vocale, affaticato, ma in ogni caso oltre le proiezioni, che lo davano ottavo.

La bulgara Dara, 27 anni, ha tutti i motivi per sorridere. La sua Bangaranga, che tradotto significa «tumulto», è un inno dance che, dice lei, è «un invito ad agire con amore e a non farsi prendere dalla paura». Ha battuto i concorrenti di un’edizione in realtà fiacca – alcuni boicottaggi, come quello della Spagna, hanno pesato, in ogni caso cinque Paesi in meno è un dato che non si può ignorare con facilità – con le loro stesse armi: un’esibizione travolgente con tanto di corpo di ballo, un messaggio piano e rassicurante, comunque generico e banale, ma anche un ritmo intenso e delle soluzioni un po’ a là Shakira (non quella fake di Cipro), meno aridi e trash della concorrenza, che a tratti è sembrata raschiare il fondo.

Al di là di qualche alieno (la Lituania?) o qualche prestazione irricevibile, l’impressione è di aver assistito a una sfilata di nomi tutti uguali, gran parte dei quali dimenticabili già da stamattina. Tra questi non c’è, va detto, Sal Da Vinci, autore di un ottimo Eurovision, al netto dei problemi di voce. Ma tra la tradizione del Nostro e il dance pop, appunto, di una Dara è sembrato esserci un gap generazionale, un altro passo che neanche quest’idea di musica italiana classica, rivolta agli stranieri e che aderisce a tanti stereotipi che si hanno di noi, indietro tutta, è riuscita a compensare. Ok il tricolore dalla gonna, ok il castello stile Boss delle cerimonie, ma ESC, dove l’esibizione e l’estetica fanno tanto, è roba per i più giovani, e lui era comunque il più grande in corsa, anche più della leonessa australiana Delta Goodrem (una star internazionale, e si è visto).

Ha stupito anche il secondo posto di Israele, specie in virtù delle polemiche di questi giorni e della grande rimonta grazie al televoto. Difficile dire se fosse un voto politico – a ESC lo sono un po’ tutti, per dinamiche reciproche intricate, diverse di Paese in Paese – ma in ogni caso la presenza di Noam Bettam, autore di un r&b trascurabile come questa Michelle, è stata quella che ha fatto più rumore. Si sa, il festival è veicolo di «pace» e la politica «deve restare fuori», lo dice il regolamento. Resta un po’ d’amarezza per un’edizione che, Israele o meno, viene da definire dispotica: dentro il Wiener Stadthalle si ha la sensazione di assistere a un’utopia senza senso, la proiezione di un mondo ideale che non ha contatti con la realtà quotidiana, nessuno, un messaggio di pace-amore-libertà così banale e affidato a slogan generici che non è credibile; ci sta, di nuovo, che la «politica» debba restare fuori, stiamo al gioco, ma possibile che in un momento così delicato l’Eurovision non sappia fare altro, di fatto, che divagare e nascondere la polvere sotto il tappeto?


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