Cultura

Embrace – Avalanche | Indie For Bunnies

Ma che gli vuoi dire ai fratelloni McNamara? Gli Embrace sono così, prendere o lasciare. Anzi, siamo sinceri, una volta sola furono loro a lasciare, imbarcandosi nell’avventura fallimentare di un disco terrificante come l’omonimo del 2014, lavoro che li portò fuori dalla loro “comfort zone” in modo disastrato e disastroso. Poi per il resto la loro carriera si è mossa su queste coordinate fatte di epicità e cori esaltanti e struggimenti da pelle d’oca, con canzoni spesso in crescendo destinate a diventare inni da cantare con la mano sul fuoco. A volte ci sono riusciti bene, altre volte meno e stavolta, con la loro nona fatica, diciamo che la barca resta salda in mezzo al mare senza grossi sussulti.

Credit: press

“Avalanche” propone quello che, bene o male, gli affezionati vogliono sentire dalla band: quelle canzoni in cui l’euforia trionfale ci prende per mano e ci fa volare altissimi, con il coro che ci entra nella testa e nel cuore (pensiamo a “Road To Nowhere”), ma anche gli attimi più intimi, raccolti, in cui un semplice piano e una voce sanno emozionare, prima che la chitarra di Richard venga a suonare la carica. Le partenze mobide che poi prendono la via più altisonante ci sono, ci mancherebbe, pensiamo a “Emily”, che piace, sicuramente, ma diventa fin troppo ridondante e “Deny” che nel finale oltre al classico coro super amplificato accoglie pure un bruciante assolo chitarristico. E poi ci sono canzoni come “The Power” dove tutto sa di classico Embrace a più non posso e ti senti accudito e rassicurato da questi ragazzi.

Poi vabbè, qualche variazione sul tema appare, perchè qui, ad esempio, gli arrangiamenti orchestrali che la band spesso ha usato in abbondanza praticamente non ci sono, come se si volesse puntare a qualcosa di più essenziale, mentre, ogni tanto, fanno capolino dei muscoli decisamente allenati dalle frequenti date live ed ecco allora la furiosa e frenetica “Pure O”, che melodicamente però mi pare non vada da nessuna parte, così come “Up In Your Feelings”, pesante e stancante nel suo incedere segnato dai synth. Preferisco, a questo punto, la più cadenzata e oscura “Funny”, che mi mostra una band capace di essere intensa e riflessiva senza dover per forza puntare alla ballata.

Danny McNamara voleva che all’ascoltatore arrivasse l’onesta e la sincerità dei brani e non posso che affermare che la missione è compiuta: “C’è anche una profonda accettazione che attraversa l’intero disco, ovvero la vita è fragile, ridicola, bella, terrificante e breve, tutto allo stesso tempo. Non stavamo cercando di fare alcuna grande dichiarazione” e grazie a questo spunto del leader della band si può capire, ancora meglio, come mai lui e i “suoi” ragazzi sappiano (e ci facciano) attraversare così tanti stati d’animo in un disco, ma, devo anche essere sincero, non tutto dal punto di vista melodico brilla ed esalta a dovere.

Un 7 in pagella mi pare il giusto voto.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »