Piemonte

Elda ha visto passare la storia di Luserna San Giovanni – Torino Oggi


Il bancone è sempre quello costruito nel 1981 dal falegname Dematteis di Torre Pellice poco prima di morire. E dietro c’è sempre lei, da 45 anni pronta a servire caffè, frizzantini o a vendere biglietti dei pullman. Nel suo bar di Luserna San Giovanni, Elda Bessone ha cercato di mantenere l’atmosfera di un tempo mentre tutto attorno è cambiato. Settantaduenne, da 45 anni ogni mattina si alza tra le 4 e le 4,30 per attendere al bancone i clienti mattinieri. Ma non accusa la stanchezza: “Da nove anni ormai potrei essere in pensione ma perché farlo? Il mio lavoro mi è sempre piaciuto e a casa mi annoierei” rivela.

Le prime Fiere e la torre di frizzantino

È il 26 ottobre 1981 quando riceve la licenza per aprire il bar, in tempo per vivere la sua prima Fiera dei Santi dietro al bancone. Si tratta della festa storica del paese che si svolge il 1° e il 2 novembre. “Il bar era pieno tutto il giorno e per velocizzare il lavoro avevo impilato i cestelli dei pintoni di frizzantino che gli uomini consumavano. Ce n’era un’intera torretta proprio qui, dietro al bancone” indica.

Il suo vantaggio era di trovarsi proprio nel cuore della Fiera: “Le bancarelle del mercato erano in piazza Partigiani e le mucche sotto il mercato coperto di piazza Savines-Le-Lac, mentre ora si svolge tutto agli impianti sportivi”.

Il suo occhio era caduto poco tempo prima sulla piccola casetta di via Primo Maggio che allora ospitava una bottiglieria: “Era di Maurino Caterina e dalla botola del pavimento si accedeva alle cantine in cui venivano conservate le botti da cui poi tirava il vino” racconta. Quando il locale è stato messo in vendita non ha avuto dubbi: “Era giusto per me: non troppo grande, adatto per lavorarci da sola”.

La bambina che portava il latte sulla schiena dalle Vigne

Il lavoro da barista, Bessone se l’è dovuto conquistare: “Mi sarebbe sempre piaciuto ma mio padre ripeteva: ‘La gente che apre locali è poco seria!’”. Originaria di località Vigne a Luserna alta, ha conosciuto il lavoro fin da piccola: “I miei genitori possedevano una quindicina di mucche e non avevo nemmeno cinque anni quando mi caricarono sulle spalle la prima ‘buia’, con cui portavo il latte dalla stalla alla latteria di Luserna alta tutte le mattine – racconta –. La sera invece consegnavo le bottiglie piene di latte a domicilio”.

A quattordici anni comincia a lavorare in fabbrica: “Ormai la tessitura di Pralafera aveva chiuso ma proprio lì c’era la fabbrica ‘Marini’ che produceva vestiti da uomo. Io attaccavo ganci ai pantaloni”. Poi passa alla casa di riposo Pro Senectute dove assiste gli anziani: “Di giorno lavoravo mentre la sera, grazie a un servizio di trasporto pubblico, frequentavo la scuola agraria di Pinerolo”.

Ma nel frattempo continua a coltivare il sogno di lavorare nella ristorazione.

 Dietro al bancone dei locali perduti

La svolta avviene nel 1973 quando sposa Ferruccio Secondo: “Da quel momento in poi mio padre non poteva più mettere in discussione le mie scelte” racconta. Così inizia a lavorare nei locali attivi di Luserna San Giovanni, molti dei quali oggi scomparsi: “Mi avevano affidato il servizio bar del circolo ricreativo Vasario all’interno della caserma che poi è diventata sede dell’Istituto Aberti – spiega –. Al piano di sopra c’erano degli alloggi, mentre sotto si ballava e si giocava a carte e in cortile c’era il campo da bocce”. Prima di arrivare al Vasario aveva lavorato come cameriera e barista al ristorante Centrale di via Primo Maggio che si trovava al posto dell’attuale bar Primavera.

L’anno precedente all’apertura del suo bar, Bessone era stata cameriera al ristorante Alpi Cozie in corso Matteotti le cui porte oggi sono ancora chiuse.

Per non smettere di lavorare nemmeno la domenica

Aperto il suo bar non smette però di lavorare per gli altri: “Finché ho dovuto osservare il turno di riposo settimanale della domenica sono salita a servire al ristorante Cacciatori di Bobbio Pellice”. Tre sere a settimana, una volta chiuso il suo bar, iniziava il servizio allo storico ristorante pizzeria Belvedere di Luserna alta, anche questo chiuso ormai da anni.

Intanto, per allevare il figlio Fabio, nato nel 1974, aveva trovato una valida alleata: “C’era la signora Rosmino, la nostra dirimpettaia nelle case popolari di via Roma. Era lei ad aiutarci”.

D’estate ci pensava invece il marito: “Le uniche occasioni in cui smettevo di lavorare era per andare in vacanza. Partivo spesso da sola con le agenzie di viaggio. Prima in Liguria e poi nella Spagna del sud”.

Una Luserna San Giovanni che non c’è più

Dal suo bancone, Bessone ha guardato il mondo cambiare: “Quando ho iniziato, ad esempio, non avevo donne tra i clienti, non era appropriato per loro frequentare il bar”. L’attività seguiva poi il ritmo del lavoro in fabbrica e di mezzi di trasporto oggi meno usati: “Al posto della Turati Idrofilo, nell’area artigianale, c’era invece una fonderia. Tutti i gironi dovevo tenere pronti i bicchieri da un quarto di litro di frizzantino per i suoi operai che si fermavano a bere prima di tornare a casa a pranzare. E, alle 14, erano di nuovo al bancone per bere un altro bicchiere prima entrare in turo. Qui fuori c’erano tutte le loro bici parcheggiate”.

Con il passare degli anni è diminuito il tasso alcolemico con cui i suoi clienti escono dal locale: “Consumavano molto di più: oltre a vino e pastis, vendevo tanto Stock 84, ‘Grigio verde’ fatto di grappa e menta, ma anche marsala all’uovo, alla mandorla o secco”. Un tempo per i suoi clienti vuotava 24 bottiglie di vino tutte le sere.

Meno vino e più fretta: come sono cambiati i clienti

Bessone ammette che non c’è stato il ricambio generazionale tra i suoi clienti. Ma anche che sulle nuove generazioni nutre qualche riserva: “Oggi la gente ha troppe pretese!” afferma. Se ne accorge soprattutto a inizio mese: “Sono sempre stata rivendita prima della Sapav, poi della Sadem e infine di Arriva, ma un tempo i pendolari venivano nei giorni precedenti a rinnovare l’abbonamento. Ora arrivano all’ultimo momento, prima di salire sul bus, incitandomi ‘Fai in fretta! Fai in fretta!”.

Gli studenti inoltre un tempo rinnovavano da soli il titolo di viaggio: “Ora vengono i genitori al loro posto, anche se sono ormai grandi”.

E c’è anche chi ogni tanto pretende il biglietto senza pagare e la insulta se si rifiuta: “Mi sono fatta l’idea che dalla pandemia la gente sia diventata più maleducata e che perda la pazienza con troppa facilità”.




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