Salute

È morto Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità di Bose aveva 83 anni

Se una vita ultraterrena esiste, Dio ora avrà il suo bel da fare a dibattere con Enzo Bianchi. Il monaco, fondatore della comunità di Bose e della fraternità della Madia – saggista, viaggiatore, cuoco, appassionato dell’orto – inviso a molti prelati della Santa Sede, ma amato da migliaia di persone che si interrogano, è morto vivendo. Proprio come ha scritto in un suo libro, ha dato “vita ai giorni e non giorni alla vita” fino alla fine. Fratel Enzo è morto questa mattina, 1°settembre, all’ospedale Molinette di Torino, a causa delle conseguenze di un corpo malato e fragile, forse con qualche rimorso ma nessun rimpianto. Aveva 83 anni.

Il 3 agosto scorso ha voluto partecipare ai funerali dell’amico don Antonio Mazzi, tre giorni dopo ha festeggiato con i suoi fratelli e sorelle la festa della Trasfigurazione. Nei mesi di giugno e luglio ha organizzato una festa del riso nella sua cascina/monastero e a metà giugno era a Pomaia, in Toscana, per incontrare gli amici monaci buddisti dell’Istituto Lama Tzong Khapa. Aveva sognato di poter trascorrere qualche giorno sulla spiaggia in Sardegna – come ha sempre fatto – ma la salute l’ha costretto a non partire. Tuttavia, sulla sua agenda aveva già fissato appuntamenti per l’autunno tra cui un corso di cucina guidato da lui stesso.

Era così fratel Enzo Bianchi: inarrestabile, capace di immaginare sempre un futuro (soprattutto per gli altri), misericordioso ma di una mitezza per nulla bigotta, parresiasta, ironico, istrione, amante del buon cibo e del buon vino così come degli amici veri. Chiunque essi fossero: senza tetto, politici, preti, giovani alla ricerca, cantautori come Lucio Dalla e Vinicio Capossela. Con quest’ultimo proprio il 31 maggio scorso aveva dialogato in una memorabile serata a Mondovì. Non amava soffrire e nemmeno gli ospedali, tant’è che non è mai stato facile ricoverarlo, ma era sicuramente pronto alla morte. Lui che negli ultimi anni era stato costretto alla dialisi parlava di “dolore insensato” ma scriveva: “Guardando al mio passato, mi accorgo che il cammino dell’imparare a morire è stato il cammino dell’imparare a vivere”.

Nato il 3 marzo del 1943 a Castel Boglione (dove sarà sepolto), nell’infanzia ha dovuto fare i conti con la perdita della mamma, restando in casa con un padre ateo e comunista che gli ha insegnato ad amare i più poveri. Dopo essersi diplomato in ragioneria, ha intrapreso gli studi in Economia all’Università, ma presto li ha abbandonati per andare a vivere in solitudine in una piccola cascina nella frazione di Bose a Magnano (Biella). Tre anni dopo, nel 1968, si sono avvicinati a lui altri uomini, cattolici e protestanti e una prima donna per provare a vivere in comune, nel celibato, nella preghiera e nel lavoro. È l’inizio del cammino della comunità di Bose. In un video d’archivio di RaiStoria un giovanissimo Bianchi spiega: “Pur avendo una vita di preghiera, di contemplazione e di silenzio lavoriamo in mezzo agli altri. Qualcuno di noi è infermiere, insegnante, operaio. All’inizio ci sono state tensioni con le autorità ecclesiastiche perché avevano diffidenza sia per l’esperienza ecumenica sia perché viviamo uomini e donne insieme”. A dare loro una mano è stato il cardinal Michele Pellegrino e nel 2000 la comunità è stata riconosciuta come associazione privata di fedeli.

In quell’angolo sperduto della Serra d’Ivrea, negli anni sono arrivati in migliaia per condividere la vita e la preghiera dei monaci ma anche per ascoltare Bianchi. Una comunità che negli anni è diventata un polmone d’ossigeno del cristianesimo attraverso un monachesimo capace di leggere la Storia ospitando a parlare Umberto Galimberti, Massimo Cacciari, Massimo Recalcati e tanti altri. Il priore non ha mai smesso di dar vita a cose nuove, tanto da realizzare altre fraternità a Cellole, a Ostuni, a San Masseo, a Gerusalemme. Nel dicembre 2016, Bianchi sorprende tutti dimettendosi da priore pur restando a Bose. La comunità si appresta a vivere una nuova pagina: nel maggio del 2020, con un decreto approvato da Papa Francesco, viene chiesto al fondatore e ad altri due fratelli e una sorella di allontanarsi da Bose. Nella comunità viene inviato persino uno psicanalista canossiano, Amedeo Cencini, che commissaria de facto Bose e indaga sulla vita di ciascun monaco e monaca.

Nel giugno 2021, fratel Enzo lascia la sua casa per andare a vivere a Torino. Con lui se ne vanno in tanti, prendendo le più svariate strade. Per il saggista è un periodo molto triste, scrive: “Sono nell’esilio che mi hanno inflitto”. A salvarlo sono ancora una volta la sua tenacia, l’intraprendenza, e quell’egocentrismo che lo ha reso unico e originale. A ottant’anni ricomincia. Con l’aiuto di tanti amici acquista una cascina ad Albiano d’Ivrea e dove dopo la ristrutturazione va a vivere con i suoi fratelli Goffredo, Maurizio, Giovanni, Claudio e le sorelle Antonella e Laura, oltre agli ospiti che – come a Bose – decidono di trascorrere qualche giorno con loro.

“Con il progetto Casa della Madia ho seguito la mia vocazione monastica, non ho tirato i remi in barca, nonostante gli 80 anni, e ho costruito un nuovo inizio. Voglio vivere da cenobita non da eremita”, scrive Bianchi. Fratel Enzo, con un velo di nostalgia per la comunità a Magnano, viene accolto in un’udienza privata da Papa Francesco. A Casa della Madia, la fraternità inizia ad accogliere tante persone a cui è lo stesso Bianchi a preparare il pranzo ogni giorno. Una nuova primavera fino alla morte. Perché, come cantano i monaci ogni domenica alle lodi: “Cristo è risorto dai morti, con la morte calpesta la morte, e ai morti nei sepolcri fa dono della vita”.


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