Piemonte

“Dignità umana colpita per ostentare potere”: agenti condannati dopo le torture in carcere a Torino

“È stato costretto a subire vessazioni verbali, umiliazioni morali e percosse fisiche. La sua dignità è stata gravemente lesa: l’uomo, oltre che il detenuto, si è visto ‘spogliato’ non solo materialmente, ma anche metaforicamente, rimanendo nudo di fronte a una inaccettabile, violenta e gratuita ostentazione di potere”.

È così che il tribunale di Torino, nel descrivere l’esperienza patita da uno dei reclusi, spiega le ragioni per le quali ha ritenuto sussistente il reato di tortura in un processo contro un gruppo di agenti della polizia penitenziaria in servizio nel carcere del capoluogo piemontese. Il passaggio è contenuto nelle motivazioni della sentenza con cui lo scorso 6 febbraio hanno inflitto a otto imputati (non tutti chiamati a rispondere di tortura) pene comprese fra i 3 anni e 4 mesi e i cinque mesi di reclusione.

Nel corso del procedimento sono stati presi in esame episodi avvenuti fra il 2017 e 2019 nel padiglione C, destinato ai detenuti per reati sessuali. I capi di imputazione parlavano di persone insultate, derise, schiaffeggiate, prese a calci e pugni, costrette a restare in piedi con il viso rivolto verso il muro. “Trattamenti inumani e degradanti”, secondo le ricostruzioni effettuate dalla procura di Torino.

I giudici hanno definito “ai limiti del kafkiano” una delle tesi difensive presentate da alcuni imputati, secondo i quali a orchestrare buona parte delle accuse era stato un detenuto “storico” del padiglione (vi rimase rinchiuso per sei anni fino al 2020) per ottenere benefici o addirittura il trasferimento in blocco degli agenti.


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