Dau, il kolossal del dissidente russo finito nelle liste nere- Cineblog
Il direttore della Mostra del cinema di Venezia, Alberto Barbera, è intervenuto oggi, 19 agosto 2026, su Instagram per difendere la presenza in concorso di Dau, il film di Ilya Khrzhanovsky, dopo le polemiche nate attorno alla sua partecipazione alla Biennale, accusata da alcuni critici di dare spazio a un’opera ritenuta vicina alla Russia in
19 Agosto 2026 13:33
Il direttore della Mostra del cinema di Venezia, Alberto Barbera, è intervenuto oggi, 19 agosto 2026, su Instagram per difendere la presenza in concorso di Dau, il film di Ilya Khrzhanovsky, dopo le polemiche nate attorno alla sua partecipazione alla Biennale, accusata da alcuni critici di dare spazio a un’opera ritenuta vicina alla Russia in piena guerra in Ucraina.
Barbera difende Dau: “Accuse fondate su premesse menzognere”
Il messaggio di Alberto Barbera arriva nel mezzo di una discussione che, nelle ultime ore, ha attraversato il mondo del cinema e quello politico-culturale, con toni accesi e richieste di chiarimento rivolte alla Biennale di Venezia. Il direttore della Mostra ha scelto un intervento diretto, personale, pubblicato sui social: “Lo so che in Ucraina, invasa dai russi, c’è una guerra sanguinosa e crudele in atto”, ha scritto, riconoscendo il contesto in cui la polemica si è sviluppata.
Subito dopo, però, Barbera ha contestato il merito delle accuse. Secondo il direttore, “costruire un castello di accuse fondato su premesse menzognere e manipolazione della realtà per attaccare la Biennale e un film invitato in concorso” è “un atto meschino e inaccettabile”. Parole nette, non di circostanza. E rivolte, si capisce, a chi ha associato Dau a una presunta operazione di propaganda russa senza, sostiene Barbera, conoscere davvero l’opera.
Il film di Khrzhanovsky e la polemica sulla Russia
Al centro del caso c’è Dau, progetto cinematografico firmato da Ilya Khrzhanovsky, regista russo da anni figura controversa e discussa nel panorama internazionale. La sua presenza nel concorso veneziano ha acceso le critiche di chi, nel quadro della guerra scatenata da Mosca contro Kiev, considera inopportuna la partecipazione di opere legate per origine o produzione alla Russia.
Barbera, però, respinge questa lettura. “Dau non è un film russo, non è propaganda filoputiniana”, ha spiegato nel post, cercando di separare la nazionalità dell’autore dal contenuto dell’opera. Secondo il direttore della Mostra di Venezia, il film sarebbe invece “un’opera di denuncia dei regimi totalitaristici e della loro intrusione nella vita dei cittadini per limitarne la libertà”. Una definizione che ribalta l’accusa iniziale: non un film al servizio del potere, ma un lavoro contro i meccanismi del potere.
Il punto, per Barbera, è anche biografico. Khrzhanovsky, ha ricordato, è “un dissidente russo finito nelle liste di proscrizione del regime come terrorista e nemico dello Stato”. Non un dettaglio secondario, nel ragionamento del direttore. Il regista, ha aggiunto, “sin dall’inizio ha preso posizione contro l’invasione russa dell’Ucraina”, elemento che secondo la Biennale dovrebbe pesare nel giudizio pubblico sulla sua presenza al Lido.
La Biennale rivendica autonomia e libertà di espressione
Nel suo intervento, Alberto Barbera pone una domanda che è insieme una difesa e un’accusa: perché colpire un film “che gli accusatori non hanno evidentemente ancora visto”? La frase, secca, entra nel cuore del rapporto tra giudizio artistico e pressione politica, un tema che a Venezia torna con frequenza, soprattutto quando il cinema incrocia guerre, identità nazionali e responsabilità culturali.
La Biennale, nelle parole del suo direttore artistico, viene presentata come un’istituzione che deve restare indipendente dai riflessi più immediati della cronaca, pur senza ignorarli. “Perché fare della Biennale di Venezia l’ennesimo bersaglio di un attacco gratuito e ingiustificato?”, ha scritto Barbera, usando un tono che lascia trasparire irritazione. Non solo difesa del singolo film, dunque. Anche difesa di un metodo di selezione, e di un principio.
Quel principio è la libertà di espressione, richiamata nella parte finale del messaggio. Barbera sostiene che la Mostra sia rimasta “uno dei pochi baluardi al mondo” capaci di difenderla “a prescindere dalla provenienza geografica e dalla nazionalità”. Una posizione delicata, perché arriva mentre la guerra in Ucraina continua a condizionare rapporti diplomatici, scambi culturali, festival, università e istituzioni artistiche in Europa.
Una discussione che va oltre il concorso di Venezia
La vicenda di Dau non riguarda soltanto un titolo in concorso alla Mostra del cinema di Venezia. Tocca una questione più ampia: fino a che punto un festival internazionale debba valutare un’opera per il suo contenuto, e fino a che punto debba tenere conto della nazionalità dell’autore o del clima politico in cui quell’opera arriva al pubblico. Domanda complicata. E destinata, probabilmente, a riaprirsi.
Negli ultimi anni, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, molte istituzioni culturali europee hanno rivisto inviti, collaborazioni e programmi legati ad artisti russi. In alcuni casi sono state cancellate presenze considerate vicine al Cremlino; in altri, invece, si è scelto di distinguere tra sostegno al regime e opposizione personale alla guerra. È dentro questa linea sottile che si inserisce la posizione di Barbera.
La conclusione del direttore è un appello alla tutela dell’autonomia della Biennale. “Difendiamone l’autonomia e la libertà”, ha scritto, chiudendo il post. Una frase breve, quasi una consegna. Al Lido, dove ogni selezione diventa anche un segnale politico, la polemica su Ilya Khrzhanovsky promette di accompagnare l’avvicinamento alla Mostra ben oltre il dibattito tra addetti ai lavori.
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