Società

Dalla fiction alla realtà, in Corea del Sud il governo “copia” una serie tv per difendere gli insegnanti

A giugno la serie Teach You a Lesson ha conquistato le classifiche Netflix in decine di Paesi. Il webtoon da cui è tratta era già stato accusato di esaltare la violenza. Il regista Hong Jong-chan ha provato a smussare i toni, ma le critiche non si sono placate.

Il pubblico ha visto in quelle immagini qualcosa di familiare: insegnanti lasciati soli, genitori che premono, studenti che filmano e umiliano i professori. La storia racconta di un bureau para-1istituzionale che interviene con ogni mezzo, comprese le maniere forti, per proteggere i docenti.

Il 13 luglio, il sovrintendente Ahn Min-seok ha firmato il protocollo operativo di una vera agenzia per la tutela dei diritti degli insegnanti nella provincia di Gyeonggi, modellata esplicitamente su quella della fiction. “Gli insegnanti non saranno più lasciati soli”, ha dichiarato Ahn.

L’agenzia reale si articola in due squadre.

La prima è una linea di pronto intervento, soprannominata “119” come il numero di emergenza coreano, composta da una cinquantina di funzionari che seguono ogni insegnante dalla prima denuncia fino alla chiusura del caso.

La seconda è un servizio legale integrato, con avvocati ed ex docenti, per gestire dispute e accuse infondate. Per i cinquanta posti a tempo parziale sono arrivate oltre 1800 candidature.

A differenza della fiction, l’intervento sarà esclusivamente istituzionale, basato sugli strumenti previsti dalla legge.

Le radici della scelta

Nel 2023 una giovane maestra di Seul si è tolta la vita dopo essere stata perseguitata dalla famiglia di un alunno. Quel caso ha acceso un dibattito nazionale sulla mancanza di tutele per chi insegna.  Da allora gli episodi di denunce infondate, di genitori che minacciano cause legali per un voto o un richiamo, di studenti che filmano e umiliano i professori, si sono moltiplicati al punto da diventare un tema centrale delle elezioni scolastiche locali.

La fiction non ha inventato il problema, gli ha dato un volto e una dimensione collettiva.

Il passaggio dalla finzione alla realtà ha un significato preciso. La giustizia come punizione lascia il posto alla giustizia come procedura. Un ufficio che risponde al telefono, un avvocato assegnato, un percorso che accompagna l’insegnante fino alla chiusura del conflitto. Il superpotere che la Corea del Sud ha deciso di inseguire non è la capacità di menare le mani come il protagonista della serie. È la presenza dello Stato nel momento del bisogno. Non un giustiziere, ma un funzionario.

Una società che affida la protezione dei suoi insegnanti a un sistema è una società che protegge anche i suoi studenti, perché un’aula senza un adulto che si senta sicuro educa peggio.

Il confronto con l’Italia

In Italia il materiale narrativo per una serie simile esiste. Aggressioni a insegnanti finite in pronto soccorso dopo un rimprovero, genitori che si presentano a scuola per contestare un’insufficienza, cause legali per una nota disciplinare, professori che si assicurano privatamente contro il rischio di denunce.

Il legislatore italiano ha inasprito le pene per chi aggredisce il personale scolastico, equiparandolo per certi versi ai pubblici ufficiali.

Si è discusso di un “patto di corresponsabilità” tra scuola e famiglie, ma troppo spesso resta un foglio firmato all’iscrizione e poi dimenticato. Manca un punto di riferimento unico, rapido e riconoscibile, a cui un insegnante possa rivolgersi prima che il conflitto diventi un caso giudiziario.

La tutela resta affidata al singolo dirigente scolastico, al sindacato, a un avvocato di fiducia pagato di tasca propria. Una somma di iniziative individuali, non un sistema.

Nell’ultimo episodio della serie, il protagonista dice a uno studente che le opportunità “non si concedono a chiunque, ma solo a chi le merita davvero”. È una frase che suona bene, ma che nasconde un’ingiustizia: non tutti partono dallo stesso punto, e una squadra di vendicatori non basta a colmare quella distanza.

La differenza fra Seul e Roma non sta nella gravità del problema, che appare simile, ma nella velocità e nella serietà con cui si è deciso di rispondere. La Corea ha scelto un ufficio che risponde al telefono, un potere meno spettacolare della finzione. È, alla fine, l’unico che valga davvero la pena avere.


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