Cultura

Da minatore a ballerino: su Prime Video, il film di Daldry da una storia vera che non smette di commuovere

C’è un momento nel cinema in cui una storia così semplice, così apparentemente locale, riesce a varcare i confini della geografia e del tempo per diventare universale. Billy Elliot, disponibile su Prime Video, è esattamente questo: un film che a distanza di oltre venticinque anni dalla sua uscita continua a emozionare, a provocare, a far riflettere. Diretto da Stephen Daldry al suo debutto cinematografico, questo gioiello del cinema britannico si colloca in quello spazio indefinito ma potentissimo tra il realismo sociale di Ken Loach e la poesia visiva dei grandi classici del cinema operaio. La storia è ambientata nel nord-est dell’Inghilterra durante lo sciopero dei minatori del 1984-85, uno dei momenti più traumatici e divisivi della storia britannica recente. In questo scenario di lotta, rabbia e disperazione sociale, cresce Billy, interpretato da un giovanissimo Jamie Bell, un ragazzo che dovrebbe imparare a tirare pugni sul ring ma che invece si ritrova irresistibilmente attratto dalla danza classica.

Non il tip-tap virile di Gene Kelly, non una forma di espressione corporea socialmente accettabile per un maschio della working class: balletto, tutù, punte, plié. Tutto ciò che il padre minatore in sciopero, magistralmente interpretato da Gary Lewis, considera l’antitesi della virilità e della dignità operaia. Il genio di Billy Elliot sta nella sua capacità di intrecciare diversi livelli narrativi senza mai perdere coerenza o cadere nella retorica facile. Da una parte c’è la storia di formazione di un ragazzo che scopre un talento che non sapeva di avere, dall’altra il dramma sociale di una comunità operaia annientata dalle politiche thatcheriane, e infine la riflessione più sottile e coraggiosa sulla mascolinità, sulla sessualità, sull’identità. Lee Hall, autore della sceneggiatura e già noto per il successo radiofonico di Spoonface Steinberg, costruisce dialoghi taglienti e situazioni che evitano con eleganza ogni trappola del politically correct forzato o del sentimentalismo a buon mercato.

Il film non si sente obbligato a rassicurare lo spettatore sull’orientamento sessuale di Billy, non trasforma la sua passione per la danza in una questione di identità di genere da risolvere o spiegare. La sessualità nascente del protagonista viene trattata con discrezione intelligente, senza prurienza né volgarità, in un approccio che testimonia la maturità e l’umanità liberale del progetto. Julie Walters nei panni di Mrs Wilkinson, l’insegnante di danza che scopre il talento di Billy, avrebbe potuto facilmente scivolare nella caricatura della mentore appassionata e sgangherata. Invece, con la stessa intelligenza che aveva dimostrato in Educating Rita, costruisce un personaggio sfaccettato: una donna delusa dalla vita, che vede nella danza un linguaggio dello spirito umano capace di redimere, ma anche una via di fuga concreta da un’esistenza claustrofobica. Come viene detto nel film, è “insoddisfatta, ecco perché fa danza”. Non è solo altruismo pedagogico: è proiezione, rivalsa, speranza vicaria.

Ma Billy Elliot non è solo la storia di un ragazzo che insegue un sogno. Il vero turning point narrativo arriva quando il padre, dopo aver passato mesi a deridere e ostacolare il figlio, assiste di nascosto a una sua esibizione e comprende: quel ragazzo ha davvero talento. Non è un capriccio, non è una fase. È autentico. E per permettergli di fare l’audizione per la Royal Ballet School serve denaro che la famiglia non ha. Serve tradire lo sciopero, attraversare i picchetti, diventare un crumiro. Qui il film tocca la sua vetta drammatica più alta: il padre che aveva messo in discussione la mascolinità del figlio deve ora affrontare la propria crisi di identità maschile e di classe. Cosa vale di più: la solidarietà con i compagni di lotta o il futuro del proprio figlio? È una domanda che non ammette risposte facili, e il film ha il merito di non offrirne. La scelta del padre è dolorosa, umiliante, ma profondamente umana.

A distanza di anni, Billy Elliot mantiene intatta la sua freschezza. È un film che celebra il talento individuale senza disprezzare la solidarietà collettiva, che racconta la ribellione contro le aspettative sociali senza giudicare chi quelle aspettative le ha interiorizzate. È generoso emotivamente senza essere manipolatorio, divertente senza essere frivolo, commovente senza essere lacrimoso. Il successo enfatico di questo debutto ha lanciato la carriera cinematografica di Stephen Daldry, che avrebbe poi diretto The Hours e The Reader, confermando la sua capacità di trattare temi complessi con sensibilità e intelligenza. Ma Billy Elliot rimane probabilmente la sua opera più accessibile e, paradossalmente, più profonda: un film che parla a tutti perché parla di qualcosa di universale. Il diritto di essere sé stessi, qualunque cosa questo significhi, qualunque prezzo questo comporti.


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