Cultura

Poplar Festival – day 4 @ Doss Trento (Trento, 13/09/2026)

Poplar di Trento (insieme all suo spin off Utopia a Rovereto all’inizio della stagione bella), è diventato un punto di riferimento importante per la musica che conta, un festival all’interno dello splendido parco del Doss, che per chi non lo conoscesse ancora, è un sito sopraelevato (raggiungibile previo scalinata da passeggio quanto discretamente atletica), un posto meraviglioso, una location storica, un museo a cielo aperto per una kermesse, che, arrivata al decimo giro di boa, ha raggiunto uno status importante e di riferimento appunto. Partita ovviamente in sordina, con line up, senza nulla togliere sia chiaro, completate con proposte dall’underground italico (le prime edizioni si svolgevano al quartiere Albere ed erano ad ingresso gratuito), ora sono sempre di più ricche di presenze di artisti internazionali, tanto da far annoverare il festival settembrino sicuramente tra quelli da tener d’occhio a livello europeo. Lo dimostra anche, censimento alla mano, l’affluenza di un pubblico, oltre che da fuori regione, anche da Paesi europei, una svolta importante e significativa. Il tutto mantenendo oltretutto un’accessibilità popolare, che, di questi tempi, rimane preziosa.

Doverosa premessa e introduzione per un bellissimo evento. Noi abbiamo avuto l’occasione di assistere al giorno di chiusura, ma tutti e quattro gli appuntamenti meritavano l’attenzione che si dovrebbe concedere agli appuntamenti importanti.

Giornata la nostra che probabilmente verrà considerata storica di per sé, per la nutrita presenza di artisti in rampa di lancio, quelli pronti (sulla carta) a far il cosiddetto “botto”, dentro al ghota di riferimento. Dove Ellis, per esempio, si contenderà il prestigioso mercury Prize con un esordio tanto chiacchierato e folgorante, 1000 rabbits tra i nuovi interpreti di un certo art rock (sulle orme dei coetanei e blasonati Black Country New Road), Madra Salach (già debuttanti sul suolo italico al Beaches Brew, a Marina di Ravenna a metà giugno) giovani alfieri di un folk irlandese da reminiscenze classiche (si scomodino pure i fratelli maggiori Lankum), Maruja già consolidati e con numeri importanti (vedasi una prima data milanese andata sold out velocemente), gli scatenatissimi Gans, prodotti dal vate Pete Doherty, nuovi paladini di un certo garage rock e ovviamente a chiudere il miglior progetto italiano, prendendola un po’ larga, degli ultimi anni, Niccolò Contessa, Andrea Suriani aka Icani per presentare anche in terra trentina l’ultimo ficcante “Post Mortem” (arrivato dopo nove stagioni dal precedente “Aurora”).

Location che viene sfruttata, giustamente, al centimetro e quindi non ci sono sovra esposizioni, né tantomeno pause: è un flusso continuo e, parafrasando Matteo e Chiara, (con i quali abbiamo fatto due chiacchiere un paio di settimane fa), il segreto è mettere il gruppo giusto al momento giusto per assecondare un magma consecutivo. Tradotto: non c’è un attimo di tregua e per altri gusti c’è pure un palco denominato Eden, prima dell’area principale, con dj set e svariati ospiti. Direi che non c’è da annoiarsi.

SANDRI

Inaugurano la nostra giornata con Sandri, che avevo già intercettato, in quanto vincitori di “Musica da bere”, un concorso bresciano, diventato, negli anni, un piccolo riferimento per i progetti emergenti.

Classe 96, da Cesena, presenta il nuovo album “Animalerie”.

Folk da testi di un certo spessore, reminiscenze cantautorato seventies, territorio “Anima Latina”, Lucio Dalla; un bel sound che arriva. Ne sentiremo parlare.

Credit: Fabio Campetti

1000 RABBITS

1000 Rabbits sono un nuovo collettivo alle prese con un art pop eccentrico e fantasioso, mi verrebbe come detto sopra di assimilarli agli ormai famosissimi Black Country, New Road per l’approccio naif alla materia, un sound fatto di arrangiamenti estrosi, dispersivi, molto colorati e quanto mai divertenti. Hanno praticamente solo un ep all’attivo “Are we Friends yet?” che ha stregato la critica di settore, alimentando, anche per loro, quel passaparola genuino, che incomincia a tracciare un solco ad un percorso promettente.

Live sono ancora più bravi, enfatizzano la verve teatrale, che sicuramente risulta più preponderante in concerto, travolgenti.

MADRA SALACH

Chi ha avuto l’occasione di vederli debuttare, lo scorso giugno, all’ultimo Beaches Brew in quel di Marina di Ravenna, non può che esserne stato ammaliato: bravura all’ennesima potenza, sia in ottica di songwriting, sia per quell’approccio da predestinati.

Elaborano la tradizione del folk irlandese rendendola nuovamente attuale, seguendo sicuramente la lezione dei fratelli maggiori Lankum, ma con un piglio giovanile da anni venti, che in qualche modo li rende ancora più moderni, anche per un pubblico meno raffinato negli ascolti. Potrebbero essere davvero un nome su cui puntare per i prossimi anni.

Live confermano, ancora meglio se possibile, il passaggio romagnolo, frutto anche di un tour e un’ulteriore amalgama maturata a suon di concerti. Bravissimi.

Credit: Fabio Campetti

ELLIS – D

Con la terza e ultima release degli artisti in cartellone, si è aggiunto anche Ellis – D, da Brighton, alle prese con una certa new wave, con reference sparse qua e là, ma indiscutibilmente inglobante una certa verve, tosta quanto personale, non lo conoscevo ed è assolutamente, una sorpresa.

A zonzo per il continente per presentare un EP “Spill”, che, in realtà, ha più la connotazione di un vero e proprio album, data l’intensità. Scommessa da giocarsi con piacere, calzando a pennello in una line up, torno a ribadire, piena zeppa di proposte, di cui probabilmente sentiremo (ri)parlare.

Da iscrivere sicuramente nella lunga lista della scena post punk, che tante soddisfazioni sta regalando in questi anni, e come da copione, live con una super band affiatata al seguito: esagera alle grande, segnatevi questo nome.

Credit: Fabio Campetti

DOVE ELLIS

Thomas Oì Donoghue, che si fa chiamare Dove Ellis, è un musicista irlandese classe 2002, che fa decisamente uno scacco matto con la pubblicazione dell’osannato “Blissard” sul finire dello scorso anno, un debutto folgorante, che gli permetterà d’inserirsi tra i candidati per il Mercury Prize per giocarsela ad armi pari.

Capace di mischiare una scrittura matura di un certo folk impegnato con parte della tradizione, contaminando un songwriting altisonante condito da capacità vocali eccellenti (facile la reference, se così si può dire, del mondo di Jeff Buckey, in virtù soprattutto per una certa somiglia del tono vocale) con una radice folk, quanto provinciale. Il disco totalmente auto pubblicato, lavorato in solitaria e quindi finalizzato grazie anche alla collaborazione con Andrew Sarlo (già mentore dei Big Thief) certifica l’ascesa di Ellis, che, percepibile o meno, è arrivata grazie solo ed esclusivamente ad un passaparola, il chiacchiericcio underground, che l’ha portato fino ai piani alti. Così dal nulla, essere tra i nomi scelti dal pregiato Mercury Prize, non è cosa da poco. La fortuna c’entra (per carità), ma qui c’è sostanza da vendere, nella versione live, con una band trasversale al seguito fa un’ottima performance, con diversi brani che non conoscevo: che ci sia l’aria del predestinato è tangibile.

Credit: Antonio Paolo Zucchelli

MARUJA

Arrivati al terzo album, dopo, sostanzialmente, un paio di significative autoproduzioni; terzo giro di boa appunto che vede la collaborazione con Music For Nations, che ha dato una grossa mano, per far sì che collettivo di Manchester non rimanesse ancora in orbita underground, perché poi, questi hanno stoffa da vendere e l’ulteriore passaparola a loro dedicato, si è diffuso a macchia d’olio, grazie a performance live di altissimo livello. E’ opinione diffusa che la forza della loro musica sia la capacità di saper rispolverare quel crossover che spopolò negli anni novanta, con all’apice i mai dimenticati RATM, e quella simbiotica convivenza tra un certo spoken word per non dire hip-hop d’altri tempi appoggiato su un magma rumoroso da fondamenta.

Una forza travolgente, mischiando anche suite strumentali e momenti rarefatti, quasi confidenziali, rendendo il tutto molto trasversale, ennesimo live di altissimo livello a Poplar 2026.

Credit: Fabio Campetti

GANS

Anche i Gans sono una di quelle scoperte lungimiranti, prodotti da Pete Doherty e arrivano al debutto discografico. C’è già un certo chiacchiericcio (o classico passaparola old style) notevolmente da pollice in su sulle loro performance live e questo ne ha incrementato l’attesa anche per questa sortita in quel di Trento.

Un trio, basso, suoni sintetici, sax, e batteria, sono un’ira di Dio che si abbatte su Trento per un pogo d’altri tempi.

Pazzeschi pure loro, ma non sono sorpreso, per i tanti feedback super entusiastici di amici che, in separata sede, me li hanno segnalati.

Credit: Fabio Campetti

ICANI

Icani sono uno di quei progetti a cui non puoi non voler bene, ma solo per il percorso scelto da Nicola Contessa lontano da una vita musicale patinata fatta di denari facili e un certo costume: ha sempre scelto la musica, pubblicandola quando ne sentiva il bisogno, senza scorciatoie e con un ragionamento approfondito dietro, quanto geniale. La lunga assenza dalle scene, nove anni (eccezion fatta per quel capolavoro in simbiosi con i Baustelle, un EP di due brani per l’esattezza), pur rimanendo sempre attivo dietro le quinte in veste di produttore e autore, gli ha permesso di confezionare un nuovo album che cerca ulteriori soluzioni per non ripetersi e una rinata voglia di suonare live con un lungo tour nei club e nei festival.

Stasera hanno l’onere di chiudere un’edizione strepitosa di Poplar festival e lo fanno nel migliore dei modi, sviolinando una performance di alto livello e un repertorio che fa spavento, perché poi sentendole tutte insieme e consecutivamente si percepisce ancora di più l’enorme qualità della scrittura di Niccolò. Band affilatissima e rodata da decine di date, mai come in passato, ovviamente presenza copiosa delle chitarre, che proprio loro, le avevano quasi demonizzate, escludendole in toto, mentre qui fanno tutta la differenza del mondo, per un live potentissimo. 26 canzoni, una più bella dell’altra, 1h e 50 di qualità assoluta, live generoso, a cui è difficile, davvero, chiedere di più.

Giornata, a dir poco, clamorosa, per cui facccio anche fatica a dire quello che mi è piaciuto di più.

Quello che rimane è sicuramente la sensazione di essere stati ad un festival ricchissimo, quanto a portata di mano, oltre l’eccellenza.


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