Società

Da Emilia-Romagna a Campania: il divario nella tutela dell’infanzia alimenta anche il bullismo, che colpisce 1 bambino su 3 secondo i racconti raccolti da CESVI

Li chiamiamo “episodi di bullismo” e pensiamo a qualche spintone nel cortile. Ma se ascoltassimo davvero i bambini – come ha fatto CESVI per questa edizione dell’Indice – scopriremmo una realtà molto più dolorosa e sistemica. E scopriremmo anche che non tutti i bambini italiani sono uguali di fronte a questo rischio: molto dipende da dove sono nati.

Partiamo dai numeri. L’Indice CESVI 2026 non è una pagella fine a sé stessa. È una fotografia della capacità di un territorio di proteggere i propri bambini. E la fotografia di quest’anno mostra un’Italia spaccata in due.

Al vertice della classifica complessiva (rischi + servizi) troviamo Emilia-Romagna (punteggio 0,671), seguita da Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Valle d’Aosta e Toscana. In fondo, con punteggi negativi, Sicilia (-0,715), Calabria (-0,749), Puglia (-0,752) e Campania (-1,026).

Cosa significa? Che un bambino nato a Bologna ha molte più probabilità di crescere in un ambiente con servizi educativi di qualità, sostegno alla genitorialità, reti antiviolenza, pediatri formati, rispetto a un bambino nato a Napoli o Palermo. Il rapporto dettaglia: l’indice dei fattori di rischio (condizioni sociali che favoriscono il maltrattamento) è peggiore al Sud. Ma anche l’indice dei servizi (capacità di risposta) vede sempre le stesse regioni in fondo. Doppia penalizzazione.

Per la scuola, questa geografia ha conseguenze pesantissime. Dove i servizi sociali sono carenti, la scuola diventa l’unico presidio. Ma è lasciata sola, senza psicologi, senza formazione, senza protocolli. E gli insegnanti del Sud, spesso con contratti precari, devono sopperire a mansioni che non gli competono.

E qui si innesta il tema del bullismo. Il rapporto CESVI dedica un intero paragrafo alle relazioni tra pari. Scrive: “Gli amici rappresentano una fonte di gioia, appartenenza e condivisione, ma anche il luogo in cui si manifestano dinamiche problematiche, come ad esempio il bullismo. I racconti dei bambini e delle bambine, infatti, restituiscono esperienze diffuse di esclusione e discriminazione, spesso legate all’aspetto fisico, all’origine o all’orientamento sessuale”.

Non è un fenomeno marginale. È una ferita quotidiana, che produce “tristezza, insicurezza e senso di solitudine”. E la cosa più grave? Accade spesso davanti agli occhi degli adulti, che minimizzano: “sono cose tra ragazzi”, “si irrobustiscono così”. No. Il rapporto dice che la possibilità di trovare adulti disponibili all’ascolto e al supporto rappresenta un fattore decisivo per superare questo tipo di avversità.

Ma in un territorio povero di servizi, quegli adulti formati scarseggiano. Il bullismo, quindi, non è solo un problema psicologico o relazionale: è anche un problema di giustizia territoriale. Un ragazzo vittima di esclusione a Bolzano può trovare uno sportello d’ascolto, un percorso di recupero, una rete. A Palermo, molto più difficile.

Il rapporto definisce nove regioni “centrali” (vicine alla media nazionale), tra cui Liguria, Marche, Piemonte, Lombardia, Sardegna, Abruzzo, Lazio, Molise e Basilicata. Sono territori che potrebbero migliorare, ma che mostrano fragilità specifiche in alcune “capacità” (cura, salute, sicurezza, lavoro, accesso risorse). E lì il bullismo rischia di diventare endemico proprio perché mancano le risorse per affrontarlo.

Cosa manca? La tabella dei servizi (presente nel rapporto) mostra che i servizi socio-educativi per la prima infanzia e il sostegno alla genitorialità sono molto disomogenei. Dove non ci sono asili nido pubblici, consultori, centri antiviolenza, la famiglia è esposta senza rete. E i bambini che crescono in queste famiglie fragili portano a scuola rabbia e frustrazione, che spesso si trasformano in comportamenti aggressivi verso i pari.

La scuola ha una responsabilità immensa. Non basta la “lezione sul bullismo” una volta all’anno. Serve una presenza costante, educatori e insegnanti che sappiano leggere le dinamiche di gruppo, che non lascino solo chi viene escluso. E serve che il territorio intorno offra sostegno.

Il CESVI non dà ricette facili, ma indica una direzione: “La protezione dei minorenni si costruisce attraverso legami significativi, il supporto alle famiglie e la creazione di spazi educativi accessibili”. E gli spazi educativi accessibili sono, prima di tutto, le aule dove un insegnante sa fermare il branco, dove la diversità non è un difetto ma una risorsa, dove ogni bambino può dire “sono stato preso in giro” senza vergogna.

La domanda finale è concreta: come si forma un docente a intercettare il bullismo sottile, quello delle esclusioni silenziose, dei commenti sussurrati, dei like e degli screenshot? Forse iniziando a credere che quello che i bambini raccontano non è mai una sciocchezza. E iniziando a pretendere che le risorse per la tutela dell’infanzia siano distribuite con equità su tutto il territorio nazionale.

Il rapporto CESVI lo dice con un numero: un delta di quasi 1,7 punti tra Emilia-Romagna e Campania. Non è un dettaglio, è un abisso. E dentro quell’abisso ci finiscono ogni giorno migliaia di bambini soli, presi in giro, esclusi, dimenticati.


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