Cronache dalla poltrona – NAZA: il sonno della ragione, adesso, ha pure l’AI integrata
«Noi odiavamo i nazisti. Da piccoli con la scuola siamo stati in Polonia a vedere gli orrori del nazismo. Ma noi cosa siamo, se non come loro?» È una delle frasi pronunciate in NAZA da un militare dell’intelligence israeliana.
Ho visto il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor in Sala Grande alla Mostra del Cinema di Venezia, e mi ci è voluto un po’ per metabolizzarlo. NAZA non urla, non cerca il pugno nello stomaco o il lacrimone facile e non ha bisogno di musichette emozionali. Fa praticamente il contrario: abbassa la voce, soffonde le luci e si piazza di notte sui tetti di Tel Aviv a far parlare 24 tra militari e appartenenti all’intelligence israeliana, protetti dall’anonimato, con volti e voci alterati.
Alcuni manifestano rimorso, altri parlano con una freddezza burocratico-amministrativa, altri ancora non sembrano avere particolari problemi con ciò che raccontano. Nessuno urla. Nessuno di dispera. Non piange quasi
nessuno. Ci sono questi tizi e tizie senza volto e con voci contraffatte per non essere
riconoscibili, seduti/e nella penombra della tiepida notte mediterranea che spiegano come funziona una macchina assassina. Alla fine di questa macchina infernale, secondo le testimonianze, ahinoi ci sono moltissimi cadaveri e distruzione. (Secondo le ultime stime siamo a quota 73k).
NAZA, premio speciale della Giuria a Venezia 83, sarà nelle sale italiane il 28, 29 e 30 settembre 2026, come evento speciale distribuito da I Wonder Pictures.
Il titolo è già di per sé un piccolo capolavoro di burocratese: NAZA è il termine acronimo israeliano che nel film viene indicato per quantificare il cosiddetto “danno collaterale”, cioè i civili che si prevede possano morire insieme all’obiettivo di un attacco. Una bella sigletta pulita pulita, assai più comoda di “madre”, “padre”, “figlio”, “bambina”.
Purtroppo, nazi docet, la burocrazia, tra i suoi meriti marci, ha sempre avuto anche
questo talentaccio: organizzare con efficienza e ripulire le parole prima di smerdare il mondo. NAZA racconta di smartphone intercettati, spiati, monitorati, informazioni incrociate con
quelle di madri, mogli, figlioli, sistemi di sorveglianza schiacciante, algoritmi implacabili, intelligenza artificiale onnisciente e procedure attraverso cui, secondo gli intervistati,
vengono individuati e autorizzati gli obiettivi un tanto al chilo. Uno degli aspetti che ha colpito gli stessi autori è scoprire quanto parte di questa infrastruttura di controllo fosse già attiva ben prima degli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e della successiva campagna militare israeliana a Gaza.
E qui il film smette per davvero di riguardare soltanto (!) Gaza e comincia a metterci tutti nella cacca. Noi regaliamo ogni giorno quantità mostruose di dati sulla nostra vita, del nostro faccione, dei nostri spostamenti e tic psicologici a telefoni, piattaforme, telecamere, servizi online e algoritmi (male) assortiti. Normalmente servono a venderci un paio di scarpe, un weekend a Mykonos o l’ennesima minchiata su Alìbaba della quale abbiamo assolutamente necessità.
NAZA mostra lo scenario estremo: il momento in cui quel dato non serve più a scegliere quale pubblicità mostrarti, quale balletto di Tiktok far diventare virale, ma entra in un feroce e disumano sistema che può contribuire a stabilire se una casa, un’automobile o un essere umano diventino un bersaglio da annichilire e sterminare… Benvenuti nel paradiso della sicurezza (di pochi). Non serve neanche il cattivone pelatone psicopatico della Spectre col monocolo e il gatto persiano sulle ginocchia. Basta un monitor, un ingeniere informatico, qualche database incrociato, un algoritmo malevolo e
una catena di esseri umani invasati nella quale ciascuno può consolarsi pensando di
essere soltanto un piccolo ingranaggio. La perfetta e perversa versione 4.0 del vecchio: “io eseguivo gli ordini”.
Alcuni degli intervistati arrivano perfino ad aiutarsi con dei disegnini per spiegare i
meccanismi. Ed è impossibile non pensare al documentario di Rosi El Sicario, Room 164, dove il killer dei narcos ricostruiva con carta e pennarello la propria catena di sangue. Là tutto fatto a mano, disegnini e ammazzamenti: fine artigianato narcos. Qua invece abbiamo intelligenza artificiale, sorveglianza digitale, analisi dei dati e sistemi tecnologici sofisticatissimi atti alla produzione in serie di cadaveri. Boh, siamo arrivati all’AI, ma per spiegare come ammazziamo la gente ci serve ancora il cazzo di disegnino col pennarello.
La scelta visiva di Abraham e Szor è sagace. Quasi tutto il film accade di notte, sui tetti di Tel Aviv. Alle spalle degli intervistati la bella città continua placidamente a vivere: finestre
illuminate, automobili, appartamenti, televisioni accese. Gente che probabilmente cena, litiga, mette a letto i bambini, copula, porta fuori il cane e va a dormire. Gaza è a una cinquantina di chilometri, tipo Pordenone-Udine, ma ovviamente appartiene a un altro universo parallelo di morte, tetro e senza speranza.
Il cielo aperto rende paradossalmente ancora più inquietanti queste confessioni. Se fossero state girate dentro quattro mura forse sarebbero diventate insostenibili; invece sopra c’è questa bella e tiepida notte mediterranea. Tel Aviv, in un altro momento storico e dentro un altro film, può essere forse un posto meraviglioso dove andare in vacanza.
E allora diventa molto difficile non scomodare Hannah Arendt e la banalità del male. Non a caso tra i produttori esecutivi c’è Jonathan Glazer, che con La zona d’interesse aveva lavorato proprio su questo cortocircuito: la possibilità che una vita assolutamente normale continui accanto a una macchina di morte.
NAZA raccoglie queste confessioni senza trasformarle in una sentenza pronunciata
dall’alto. Sono persone provenienti dall’interno dell’apparato militare israeliano e di intelligence che raccontano ciò che affermano di aver visto, fatto o contribuito a rendere possibile. È agghiacciante vedere persone normali descrivere procedure, autorizzazioni, percentuali, obiettivi, margini d’errore e numeri preventivati di vittime civili. In alcuni casi le cifre raccontate nel film sono enormi. Questi sono tizi e tizie che poi la sera tornano a casa, preparano la cena, mettono a letto i figlioletti e poi portano a spasso il cane,pagano la rata del mutuo e sognano di comprarsi quel fottuto rustico in campagna da ristrutturare.
La domandona sorge spontanea: quanto la tecnologia può diluire la responsabilità
personale morale e materiale di un assassinio? Se l’obiettivo viene suggerito da un sistema automatico, il dato arriva da un telefono, le informazioni vengono incrociate da AI e software diversi, l’autorizzazione passa attraverso vari livelli e il missile parte da chilometri di distanza, chi è esattamente responsabile alla fine della catena? La risposta giuridica c’è già e va cercata nelle responsabilità individuali e di comando; quella morale, guardando NAZA, diventa molto più difficile da circoscrivere. Anche l’Apocalisse, se compilata sul modulo giusto, può probabilmente ottenere timbro e bollo dell’ufficio competente.
E poi arrivano i titoli di coda. Scorrono i nomi e compaiono molti “Anonymous”: persone che hanno collaborato al film ma hanno scelto di non apparire pubblicamente nei
credits. Roba da matti. Siamo nel 2026, alla Mostra del Cinema di Venezia, non davanti a una pellicola clandestina distribuita sotto traccia in una dittatura sanguinaria. O no?
NAZA comunque è un documentario d’inchiesta che presenta testimonianze e accuse gravissime, non una sentenza giudiziaria. Le fonti militari sono anonime e non verificabili direttamente. Gli autori e il Guardian, che ha prodotto il film, affermano però che il lavoro nasce da oltre tre anni di giornalismo investigativo e che le testimonianze sono state verificate. Forse c’è da crederci. L’esercito israeliano ovviamente ne contesta invece attendibilità e ricostruzione.
E alla fine ci tocca tornare a quella frase dell’inizio. A quel tizio che da ragazzino andavain Polonia, ad Auschwitz, a studiare l’orrore e che oggi si domanda da quale parte della Storia sia finito. Ovvio che un film difficilmente basta a fermare una guerra. Di sicuro non sabota un drone e non restituisce un morto alla famiglia. Però può costringerci almeno per ottanta minuti a guardare in faccia il meccanismo malato e pernicioso e a ricordarci che quando un essere umano, un uomo, una donna, un bambino, diventano un acronimo, una sigla, una percentuale o un “danno collaterale”, siamo già parecchio dentro il guano fitto e denso.
Goya scriveva che “il sonno della ragione genera mostri”. Nell’Anno Domini 2026 i mostri hanno fatto l’upgrade: database potentissimi, localizzazione, smartphone, riconoscimento automatico e intelligenza artificiale. Mala tempora currunt. Ormai i mostri non stanno più neanche sotto il letto. Stanno nel telefonino.
Pasqualino Suppa




