Basilicata

cresce l’occupazione e pure i disoccupati

Il report della Banca d’Italia fotografa una Basilicata dove sale la percentuale dell’occupazione così come quella dei disoccupati. Un paradosso apparente


L’aggiornamento congiunturale della Banca d’Italia ha scatenato il dibattito politico in Basilicata anche se, a ben vedere, dietro l’analisi numerica dello stato di salute dell’economia lucana si cela un sottomondo che deve necessariamente fare i conti con la quotidianità. Per questo il dato, pur incoraggiante, sulla crescita del Pil regionale (+1,4% rispetto al 2025) è da leggere attraverso il setaccio della gestione ordinaria delle risorse. Di fatto, l’aspetto che è stato contestato da sindacati e opposizioni, convinti che la lettura dei dati di Bankitalia nella sola ottica della ripresa nella fase iniziale del 2026 possa essere fuorviante.

Un dato da valutare con cautela

Del resto, anche da Palazzo Koch era arrivato il chi va là, dovuto alle prospettive da qui ai prossimi mesi, tutt’altro che rosee per la Basilicata. Quel che accadrà, secondo le previsioni, è la manifestazione dei contraccolpi dovuti alle crisi geopolitiche internazionali che, dalle nostre parti, si fanno sentire più che altro sul fronte del carovita. Anche per questo, la crescita riscontrata nel reddito delle famiglie lucane, praticamente paritario a quello dell’occupazione, rischia di essere un risultato effimero.

E il caro carburante ha, nelle ultime settimane, duramente messo alla prova la resilienza finanziaria delle famiglie, portando alcune categorie lavorative a sperimentare già da ora gli effetti della crisi. Per questo la crescita occupazionale potrebbe non essere un segnale di miglioramento strutturale. Così come la ripresa, trainata da un automotive che nel 2025 aveva toccato i livelli più bassi, è apparsa ai più come episodica piuttosto che frutto di politiche di welfare mirate.

L’incremento dell’occupazione femminile

Non va dimenticato che, stando ai dati della Rilevazione sulle forze di lavoro (RFL), nel primo
semestre del 2026 le forze di lavoro sono sì cresciute del 4,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-0,5 in Italia), dopo la stabilità registrata nella media del 2025, per effetto dell’aumento sia degli occupati sia delle persone in cerca di occupazione. Ma, allo stesso tempo, «il tasso di disoccupazione è aumentato di 1,6 punti percentuali al 7,9%» contro il 5,6% della media nazionale. Un dato che stride con quella che la Banca d’Italia riconosce come una sostanziale crescita dell’occupazione, sostenuta però dall’incremento di assunzioni a termine e, in generale, da precarietà diffusa.

Un aspetto al quale, nei primi sei mesi del 2026, ha provato a far da contraltare l’aumento dei lavoratori autonomi a scapito di quelli alle dipendenze, con una particolare predilezione per le donne (+3,6% contro il +1,7% degli uomini): «Sono numeri che raccontano un cambiamento positivo – ha spiegato Maddalena Fazzari, vicepresidente del Consiglio regionale – e che dimostrano quanto il contributo delle donne sia fondamentale per la crescita economica e sociale della nostra regione. L’incremento dell’occupazione femminile rappresenta un segnale di fiducia, ma non possiamo fermarci alla lettura positiva dei dati. Il tasso di occupazione delle donne, pur essendo cresciuto, resta ancora significativamente distante da quello maschile, attestato al 67,9%».

L’apparente contradditorietà dei dati

Il problema dell’apparente contraddittorietà tra i dati su occupazione e disoccupazione, secondo le sigle sindacali, è spiegabile con l’apporto dato dagli interventi correlati al Pnrr. Un effetto propulsivo che è destinato a scemare sgonfiando, stando ai più critici, l’effetto migliorativo dato ai principali settori dell’occupazione, costruzioni e turismo in primis. In pratica, i dati sui problemi strutturali rischierebbero di essere più realistici di quelli legati al miglioramento nei primi sei mesi del 2026. Solo pochi giorni fa, Manageritalia confermava criticità sul fronte dell’occupazione, con un tasso pari appena al 57,4% per i giovani tra i 25 e i 34 anni. Troppo poco per accontentarsi dei segnali, per quanto incoraggianti siano. E un campanello d’allarme in vista dei peggioramenti pronosticati da qui a qualche mese.


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