Covid, i soldi per l’intermediazione sulle mascherine cinesi restituiti alla famiglia Benotti – Il Tempo

La Cassazione aveva confermato il sequestro di 872 mila euro a Mario Benotti, nell’inchiesta sulle mascherine cinesi. Oggi quei soldi sono tornati indietro con gli interessi: dopo la morte del giornalista, avvenuta nel 2023, le somme sono state restituite alla famiglia e sono finite alla moglie. È l’ultimo capitolo di una vicenda giudiziaria che non è mai arrivata ad una sentenza nei confronti di Benotti e che ora torna ad affacciarsi sul lavoro della Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid presieduta da Marco Lisei (FdI).
Il sequestro era stato disposto nell’ambito dell’indagine della Procura di Roma, all’epoca diretta da Michele Prestipino, sulla maxi-fornitura di dispositivi dalla Cina.
Il sequestro, nel settembre 2021, era stato confermato dalla Corte di Cassazione in sede cautelare. I giudici avevano ritenuto plausibile l’ipotesi di traffico di influenze illecite contestata a Benotti.
La somma sequestratagli, sulla carta una provvigione, si inseriva in un’operazione molto più ampia nell’ambito dell’indagine sulle forniture di dispositivi di protezione provenienti dalla Cina.

Nel solo mese di febbraio 2021, la Procura di Roma aveva disposto sequestri per circa 70 milioni di euro. Tutto ruotava intorno alla gigantesca commessa da parte della struttura commissariale diretta da Domenico Arcuri: 801,6 milioni di dispositivi di protezione, per un valore complessivo di 1 miliardo e 251,5 milioni di euro. Tre consorzi cinesi erano stati individuati attraverso imprese italiane e, attorno alla fornitura, si era sviluppata una rete di imprenditori, intermediari e consulenti. Secondo l’accusa, proprio il sistema delle intermediazioni e delle commissioni avrebbe rappresentato uno degli aspetti centrali dell’inchiesta.
Benotti, imprenditore e giornalista, era finito al centro dell’indagine a causa del suo rapporto personale con Arcuri. Secondo la ricostruzione della Procura, avrebbe utilizzato quella relazione per favorire alcuni operatori interessati alle forniture. La Cassazione, nel confermare il sequestro, aveva ritenuto rilevanti gli elementi raccolti dagli investigatori sui rapporti tra i due e sulla possibile influenza esercitata da Benotti.
La vicenda giudiziaria si è però bruscamente fermata. Benotti è morto all’improvviso il 27 giugno 2023, a soli 59 anni. Venuta meno la sua posizione processuale, per morte del reo, le somme sono state restituite e sono così arrivate alla moglie. L’inchiesta sulle forniture, però, non si era esaurita con la morte di Benotti. Nel procedimento più ampio erano rimaste altre posizioni. Arcuri, ad esempio, nel gennaio 2025 era stato assolto dall’accusa di abuso d’ufficio perché, dopo l’abolizione del reato, il fatto non è più previsto dalla legge come reato. Le precedenti contestazioni di corruzione e peculato erano già state archiviate. Se il procedimento mascherine è terminato in un sostanziale nulla di fatto, torna adesso a muoversi dopo la pausa estiva la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, che sta cercando di ricostruire non soltanto le singole forniture, ma anche i rapporti che si svilupparono attorno alla struttura commissariale durante i mesi più caotici dell’emergenza.

Domani mattina saranno ascoltati Simone Prete e Pietro Peligra. I due sono legati alla storia di Portobello, società fondata nel 2016 e successivamente approdata su Euronext Growth Milan: Prete ne è oggi amministratore delegato, mentre Peligra ne è stato presidente e continua a essere azionista. La loro audizione arriva dopo mesi nei quali la Commissione ha raccolto testimonianze sul funzionamento della filiera delle forniture, sui rapporti con la struttura commissariale e, soprattutto, sul ruolo di intermediari e consulenti che avrebbero messo in contatto le imprese con gli apparati pubblici incaricati degli acquisti. Nelle audizioni è emerso anche il nome dell’avvocato Luca Di Donna, legato professionalmente all’ex premier Giuseppe Conte. Il suo nome è stato richiamato da diversi imprenditori ascoltati dalla Commissione, nelle ricostruzioni relative ai rapporti con la struttura commissariale e ai compensi per attività di consulenza o intermediazione. Uno dei casi emersi è quello dell’imprenditore Marco Spadaccioli, che ha riferito alla Commissione di avere versato 454 mila euro allo studio nel quale operava Di Donna. Il pagamento è stato ricondotto a un’attività di consulenza e assistenza professionale.
In un’altra audizione, l’imprenditore Giovanni Buini ha raccontato di essere stato avvicinato da Di Donna e dall’avvocato Gianluca Esposito con la prospettiva di facilitare l’accesso ad affari e commesse pubbliche, prospettando un meccanismo di remunerazione legato agli incarichi. Per i magistrati della Capitale, comunque, tutto rientrerebbe nell’alveo della legittima attività professionale, non costituendo reato.
Source link




