Emilia Romagna

così i Casalesi hanno creato un tesoro da 21 milioni


È partita da Bologna l’indagine che ha portato al sequestro di beni per oltre 21 milioni di euro nei confronti di sette presunti appartenenti al clan dei Casalesi, fazione Schiavone. Un’inchiesta complessa, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli e sviluppata dai nuclei di polizia economico-finanziaria della guardiadi finanza di Bologna e Napoli, che ha fatto emergere un articolato sistema di frode sui bonus edilizi e di riciclaggio internazionale attraverso il cosiddetto “underground banking”, la banca occulta gestita da intermediari cinesi.

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L’indagine è partita dal Gico di Bologna

A fare scattare l’inchiesta è stata un’attività investigativa avviata nel 2021 dal Gico (Gruppo investigazione criminalità organizzata) della guardia di finanza di Bologna, su delega della procura felsinea. Gli investigatori avevano individuato alcune anomalie nella circolazione dei crediti fiscali legati al bonus facciate al 90%, uno degli incentivi edilizi introdotti durante la pandemia. Le verifiche hanno consentito di ricostruire un sistema basato su false fatture per operazioni inesistenti, società compiacenti e prestanome. Attraverso questo meccanismo venivano creati crediti d’imposta inesistenti, successivamente inseriti nei cassetti fiscali delle imprese, ceduti ad altre aziende oppure monetizzati.

Quali sono i clan che comandano a Bologna e dove fanno affari

Il denaro finiva nella “banca occulta”

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, una parte dei crediti fraudolenti veniva trasferita anche su conti correnti riconducibili a cittadini cinesi. Da lì il denaro rientrava nella disponibilità del gruppo attraverso il sistema dell’underground banking, un circuito finanziario parallelo che consente di movimentare ingenti somme di denaro tra diversi Paesi senza transitare attraverso i canali bancari tradizionali e rendendo molto più difficile seguire le tracce dei flussi finanziari.


Per recuperare il denaro, il clan si avvaleva anche di “corrieri” incaricati di ritirare e consegnare il contante, mentre i proventi della frode venivano reinvestiti nell’acquisto di immobili, automobili, motocicli e perfino un’imbarcazione, tutti beni sequestrati nell’ambito dell’operazione.

Contestato anche il metodo mafioso

L’indagine, inizialmente sviluppata dal Gico della Guardia di finanza di Bologna, è stata poi trasmessa alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, che stava conducendo un filone investigativo parallelo sugli stessi soggetti. Il giudice per le indagini preliminari partenopeo, su richiesta del pubblico ministero Giuseppe Visone e del procuratore aggiunto Michele Del Prete, ha emesso un decreto di sequestro preventivo nei confronti di sette persone, indagate per associazione per delinquere, riciclaggio e autoriciclaggio, reati contestati con l’aggravante di essere stati commessi per agevolare la criminalità organizzata.

Secondo gli investigatori, gli indagati avevano stabilito la loro base operativa nella provincia di Caserta e, dopo essersi procurati le credenziali Spid di intestatari compiacenti delle pratiche edilizie, gestivano in piena autonomia i relativi cassetti fiscali. In questo modo potevano creare, movimentare e monetizzare crediti d’imposta inesistenti, alimentando un sofisticato sistema di frode che avrebbe generato circa 20 milioni di euro di falsi crediti fiscali.

Il denaro passava dalla “banca occulta”

Per rendere ancora più difficile seguire il percorso del denaro, il clan si avvaleva del cosiddetto “underground banking”, un circuito finanziario parallelo gestito da intermediari cinesi. Parte delle somme finiva infatti su conti correnti riconducibili a cittadini cinesi e, attraverso compensazioni al di fuori dei normali circuiti bancari, ritornava nella disponibilità dell’organizzazione criminale.

Il sodalizio utilizzava inoltre dei veri e propri “corrieri”, incaricati di ritirare e consegnare il denaro contante frutto della frode, così da ostacolare la ricostruzione dei flussi finanziari. I proventi illeciti venivano poi reinvestiti nell’acquisto di beni mobili e immobili nel Casertano, in particolare tra Trentola Ducenta e Castel Volturno, intestati a prestanome. Tra i beni sequestrati figurano un’imbarcazione di quasi dieci metri con due motori fuoribordo, due automobili, una motocicletta e crediti d’imposta ancora presenti nei cassetti fiscali delle imprese coinvolte. Il valore complessivo del patrimonio sottoposto a sequestro supera i 21 milioni di euro.

Perquisizioni anche nel Bolognese

L’operazione, scattata alle prime luci dell’alba, ha visto impegnati circa 100 finanzieri che hanno eseguito 38 perquisizioni nelle province di Bologna, Firenze, L’Aquila e Caserta, oltre ai sequestri patrimoniali nel Casertano. Le perquisizioni erano finalizzate principalmente alla ricerca di denaro e altri beni riconducibili ai proventi dell’attività illecita.

Tra gli aspetti che gli investigatori ritengono più significativi c’è il ruolo svolto dall’Emilia-Romagna. L’indagine conferma, spiegano le Fiamme gialle, come la regione continui a rappresentare un territorio di forte interesse per la criminalità organizzata, non soltanto come luogo dove investire i capitali illeciti, ma anche dove costruire sofisticati sistemi di frode economico-finanziaria. Una fotografia che si inserisce in un quadro investigativo già delineato negli ultimi anni da numerose inchieste sulla presenza delle organizzazioni mafiose nel tessuto economico emiliano.

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