Basilicata

Cosenza, una notte nei sentieri della povertà estrema dove lo Stato non arriva

Cosenza, una notte nei sentieri della povertà estrema dove lo Stato non arriva. Un “viaggio nel dramma” con l’Unità di Strada dell’associazione “Casa Nostra Odv”.


«Perché sei triste? Che ti è successo?». Lei alza lo sguardo, poi lo riabbassa. Prende il pasto offerto dai volontari dell’Unità di strada, ringrazia, sorride appena. «Però vedi – dice – oggi sono riuscita a vestirmi bene, elegante, tutta abbinata». Una gonna nera, le pantofole fucsia con i calzini su tinta. Sopra, uno scialletto di lana a puntini neri, bianchi e fucsia. «Sì, stai molto bene», dico. «Eh, io sono un’artista o almeno è quello che penso. Mi piace dipingere, realizzare cose e scrivo, scrivo molto». «Si vede che sei una donna brillante. Mi chiedo solo cos’è che ti fa stare male». Fa silenzio. Poi, si sposta, si avvicina al marciapiede, trova un angolo, si rannicchia su se stessa. Le braccia strette attorno alle ginocchia. Gli occhi sempre più lucidi, sempre più carichi di dolore. I volontari, intanto, fanno domande, cercano di capire, di intuire, cercano di aiutare.

Poi, la chiamo per nome (o almeno con il nome che mi aveva detto appena presentate). «Hai visto che sta per piovere? Dove dormi adesso?». Un ultimo sguardo, di quelli che ti restano addosso, pesanti, incandescenti, forse per tutta la vita. E giù via, un pianto a singhiozzi. «Io, io non sapevo più che fare, dove andare. Non so… Io non so più». Lacrime calde, rotonde, vere e vive come il sangue. Il viso tra le mani. Quegli occhioni enormi, favolosi e bellissimi. Che supplicano, implorano, chiedono pietà. Magari a Dio, magari all’esistenza. Occhi che dicono tutto ciò che non viene raccontato.

IL VIAGGIO NELLA NOTTE IN QUELLA PARTE DI ESTREMA POVERTÀ A COSENZA

Che parlano della storia sconosciuta di una donna, incontrata durante un giro con i volontari dell’Unità di Strada dell’associazione Casa Nostra Odv di Cosenza, in un martedì sera qualunque che, però, sa trasformarsi nel martedì sera della drammatica povertà.

Una storia, come molte altre toccate con mano, durante il “tour nell’area urbana sommersa”. Ed è come entrare in un’altra dimensione. Si resta con i volontari dalle 19.30 alle 22.30 circa. E quella manciata di ore hanno il retrogusto dell’angoscia e della disperazione: è l’impotenza. Questa ti dà un cazzotto nello stomaco. Non ti fa prendere sonno per parecchie notti a seguire. Perché poi quella donna la lasci lì. E mentre sei nel letto, al caldo tra le coperte, le sue parole ti rimbombano nella testa: «Se piove, troverò un riparo. E poi comunque tranquilli, mi sono procurata un ombrello», aveva detto. Quasi sorridendo, quasi cercando di “consolarci”.

Gli stessi volontari, d’altronde, non possono far altro che invitare: «Vede – spiegano mentre ci muoviamo con il furgoncino dell’associazione – noi possiamo solo invitarli a venire in associazione. Possiamo instaurare un rapporto di fiducia, cercando di convincerli a venire a fare almeno una doccia, cambiarsi gli abiti, caricare il cellulare, accettare il nostro pranzo. Ma senza la loro volontà, non possiamo obbligarli. Noi, per esempio, se troviamo qualcuno che sta male, non possiamo neanche dare medicine. Assolutamente. Possiamo fornire coperte, piumini, portiamo la sera i pasti preparati dalla mensa di Casa Nostra, dopodiché, in caso di necessità, dobbiamo chiamare il 118 o il 112. Ecco – dicono – questa è la grande contraddizione della legge: senza la loro volontà tu non puoi fare niente. Devi solo alzare le mani, provare a dialogare e poi devi lasciarli lì».

POVERTÀ A COSENZA: SOTTO I PONTI DEL CRATI TRA DEGRADO E RIFIUTO DI AIUTO

E qui si aprono tutti gli interrogativi della morale e dell’etica. Perché al di là della legge, al di là della libertà personale, al di là della capacità certificata di volere o non volere, la donna, sì, lei l’abbiamo incontrata in pieno centro. Ma poi siamo finiti sotto i ponti, tra gli argini del lungo Crati, in aree appartate ma conosciute della città. E alcuni spaccati, oltre ad essere disumani, sono anche vergognosi per un Paese come l’Italia. «Attenzione a dove metti i piedi, – dicono i volontari – qui oltre ad esserci la qualunque, è anche pieno di siringhe». E, di fatti, uno slalom continuo. Tra siringhe, materassi, indumenti, marcio degrado, bottiglie, topi, schifezze di ogni tipo. Un territorio, quello del lungo Crati che, tra le altre cose, ancora porta i segni dell’alluvione di febbraio scorso.

TRA GLI ARGINI DEL CRATI E LE DOMANDE SUL RUOLO DELLO STATO

Camminiamo su un sentiero che da allora non esiste più per arrivare nel rifugio di un senza dimora. Lui non c’è al nostro arrivo. E lasciamo lì il cibo. Ma la sua “casa” quella che “ha scelto per sua volontà”, è una tenda, un cuscino, i panni lavati nel fiume e stesi su alcuni alberi. Poi, una padella di fortuna. Scarti di cibo in una bustona per i giorni bui. E sta lì, vive lì, vuole vivere lì. Come tanti altri sparsi in altri angoli della città.

Nelle stesse identiche condizioni. E se anche “funziona così” e facciamo spallucce, la domanda che sorge spontanea sbattendo con il muso nel dolore è solo se è giusto tutto questo. È umano? È civile? Bisognerebbe capire cosa ne pensa lo Stato. Anzi, bisognerebbe chiedersi dov’è lo Stato. Come aiuta, come tutela, come protegge, come cura davvero queste persone. Ma la “notte sommersa” non finisce qui. Si incontrano padri separati che vivono nelle auto, persone di cultura, che leggono i giornali, hanno studiato, lavorato, e poi hanno perso ogni cosa.

NELLA POVERTÀ, L’OPERA DEI VOLONTARI E LA SPERANZA DI UNA NUOVA VITA A COSENZA

«Dante, Petrarca, Boccaccio… e come no, mi piacevano quando andavo a scuola, poi quando lavoravo non avevo più il tempo di leggerli». Ancora, persone perdute nei meandri della loro mente, nelle loro fragilità, in altri livelli di pensiero, a volte alterati dall’alcol o dall’uso di altre sostanze. «Devi prendere sempre con le pinze ciò che ti raccontano – raccomandano i volontari – non è sempre la verità. Anzi, difficilmente lo è. Alcuni perché fragili, altri alterati, altri ancora hanno paura. Non vogliono essere riconosciuti. Non vogliono essere né cercati né trovati. Vogliono restare invisibili, dimenticati. Perciò accettano l’aiuto, ma poi vogliono essere lasciati in pace. Inventano o omettono».

Così, un uomo e altri due giovani, si avvicinano al furgoncino, barcollanti, non dicono una parola, prendono il pasto reggendosi a pena e poi se ne ritornano in “casa”. Allo stesso modo. Sono solo giochi di sguardi. Nessuna parola. I volontari chiedono «Questo ti piace? Un po’ di latte te lo lasciamo? Il succo di frutta?». Cenni di sì con la testa. E per il resto solo una serie di urla di disperazione silenziose. È immensa l’opera dei volontari dell’Unità di Strada. Si muovono di notte. Arrivano con i fari del loro furgoncino che si trasformano in luce fatta sostegno, aiuto, ascolto. Sanno come strappare un sorriso. Soprattutto con i più giovani. «Ma che pasta c’è stasera?», chiede ridendo un ragazzo.

L’IMPEGNO DELL’UNITÀ DI STRADA E IL LAVORO IN ARCIDIOCESI

E loro: «Aspetta – replicano a tono – che mo ti elenchiamo il menù… allora». E lui si diverte, gioca. Il dono di un momento di spensieratezza. Si parte dalla sede in Arcidiocesi a Cosenza, dove le suore che collaborano con l’associazione Casa Nostra Odv preparano le cene, fanno tutti i pacchetti. Con impegno, con amore. E c’è rispetto. Per i musulmani, ad esempio, che non mangiano alcuni tipi di cibi che loro separano con attenzione. Si fa l’elenco, per tener conto di tutto.

COSENZA, IL MONITORAGGIO E IL VIAGGIO NEL DRAMMA DELLA POVERTÀ

Poi si carica il furgoncino, ci si mettono dentro anche coperte e i ristori per il freddo e poi si apre il report del monitoraggio. Lì vengono segnati i nuovi intercettati, i contattati, i conosciuti, quelli che sono già ospiti a pranzo alla mensa dell’associazione. Si segnano le necessità e le eventuali richieste che provengono dall’ascolto del territorio. E si parte verso un’altra missione. Così, ogni settimana. Ogni martedì e venerdì. La sensazione, però, al rientro, è quella di aver fatto un viaggio nel dramma. Di riemergere da un incubo, da un’altra realtà che apparentemente, alla luce del sole, quasi non esiste. Si prova rabbia, senso di ingiustizia, di inadeguatezza, di sconfitta.

Il giornalista sparisce e resta una donna. Una donna che ha incontrato per caso un’altra donna. Che l’ha presa a schiaffi con la sua grande bellezza e con la sua potente dignità: «Capiscimi – ha detto – io mi vergogno di chiedere. Io avevo tutto. Tutto. Perciò, io non voglio chiedere niente, nemmeno aiuto».

IL RISCATTO E IL VALORE DELLA SPERANZA

Parole, come un tatuaggio sulla pelle. «Sa però qual è la cosa bella? – conclude uno dei volontari interrompendo il flusso dei pensieri – che c’è la possibilità di uscirne. Io mi ricordo di quest’uomo, di un’altra nazionalità, che era finito in mezzo alla strada. Diceva che la sua passione, il suo sogno era quello di guidare i camion. Noi l’abbiamo trovato, lo abbiamo convinto a venire in associazione e piano piano abbiamo creato un percorso. Lui si è messo di buona volontà, ha imparato l’italiano, poi ha preso la patente e ora ce l’ha fatta. Lavora, guida i camion. Così come tanti altri che poi sono stati assunti in alcune realtà del territorio. Non è mai tutto perduto. Può esserci sempre la possibilità del lieto fine. E questo è importante da trasmettere a queste persone: la speranza. La speranza di credere che non è finita, che può esserci domani. Che ogni giorno è buono per cominciare a scrivere un’altra storia, un’altra trama della propria vita».               


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