cos’è e perché è un problema serio
di Alessandro Pedrazzi*
Chi di noi non ha sentito un collega vantarsi: “In cinque anni non ho fatto neanche un giorno di malattia“? L’idea che il dipendente sempre presente sia il lavoratore ideale è radicata nella cultura aziendale italiana. La ricerca scientifica, però, racconta una storia molto diversa ma, prima di proseguire, è necessaria una premessa: parlare di presenteismo non significa, in nessun modo, sdoganare l’assenteismo. Tra il non presentarsi mai e il presentarsi sempre esiste uno spazio di equilibrio, ed è esattamente lo spazio della salute.
Il presenteismo è la pratica di recarsi al lavoro nonostante condizioni di salute, fisiche o psicologiche, che ne compromettono significativamente la capacità di rendimento. Può essere fisico (lavorare con l’influenza, con dolori cronici), psicologico (operare sotto il peso della depressione o del burnout) o da disimpegno (essere presenti col corpo ma mentalmente assenti). Ciò che lo rende particolarmente insidioso è la sua invisibilità: l’assenteismo produce metriche chiare, il presenteismo si mimetizza e può essere addirittura scambiato per dedizione.
Due storie concrete. Roberto, cinquantadue anni, capo reparto in un’azienda metalmeccanica, lavora da anni con una cervicobrachialgia cronica ignorando i consigli del medico. Non si ferma perché il reparto è sottorganico, perché il suo capo non si è mai assentato, perché la sua identità si è fusa col ruolo. Nel frattempo, i tempi di esecuzione si allungano e gli errori aumentano: il suo presenteismo costa all’azienda molto più di una settimana di malattia ben gestita.
Chiara, trentasei anni, educatrice in una cooperativa per minori, da mesi convive con nebbia mentale, insonnia e pianto prima di entrare al lavoro. Non prende un giorno di malattia perché il disagio psicologico, a differenza della febbre, non ha una soglia socialmente riconosciuta oltre la quale sia “permesso” fermarsi. Quando la coordinatrice la convoca per un errore nella documentazione di un caso, è troppo tardi: decisioni cliniche venivano prese da mesi da una professionista in condizione di fragilità.
In Italia, uno studio su 652 infermieri ha rilevato livelli elevati di presenteismo con rendimento significativamente compromesso. L’Osservatorio dell’Università di Milano-Bicocca ha registrato che un insegnante su cinque ha lavorato in cattivo stato di salute più di cinque volte l’anno. A livello internazionale, il dato più impressionante arriva dal Giappone, dove il presenteismo da salute mentale costa 46,7 miliardi di dollari l’anno, con un rapporto di 25 a 1 rispetto all’assenteismo. Nel Regno Unito, dei 30 miliardi di sterline di aumento dei costi sanitari legati al lavoro dal 2018, solo 5 sono dovuti a giornate di malattia effettiva: il resto è presenteismo. Lo studio finlandese di Kivimäki e colleghi ha dimostrato che chi non si era mai assentato per malattia in tre anni aveva il doppio della probabilità di sviluppare gravi problemi cardiaci. Il corpo presenta il conto, e gli interessi sono salatissimi.
Con quasi 4 milioni di lavoratori da remoto in Italia, il fenomeno non è scomparso: si è trasformato. Si manifesta come iperconnessione compulsiva (rispondere alle mail la sera, controllare la chat durante le vacanze), come presenteismo da dimostrazione (fingersi occupati per rassicurare i superiori, ammesso dal 36% dei lavoratori da remoto) e come presenteismo da malattia remota: continuare a lavorare perché “tanto sono già a casa”, impedendo di fatto la guarigione.
Il presenteismo genera una cascata di conseguenze. I presenteisti di oggi diventano gli assenteisti di domani: chi si reca al lavoro malato per più di cinque giorni l’anno ha una probabilità significativamente più alta di restare assente per oltre trenta giorni nei diciotto mesi successivi. Un solo dipendente malato al lavoro può dimezzare la capacità produttiva del suo gruppo, attraverso contagio ed effetto moltiplicatore. E la relazione con i disturbi psicologici è bidirezionale: chi soffre di ansia o depressione è più incline al presenteismo, e il presenteismo accelera il deterioramento psicologico.
Il cuore del problema è una cultura che confonde la resistenza fisica con la professionalità. Dirigenti che lavorano malati stabiliscono una norma implicita per tutto il gruppo. Politiche antiassenteismo rigide finiscono per scoraggiare qualsiasi assenza, anche quella necessaria. E in settori come la sanità e l’istruzione, il senso di responsabilità si trasforma in una trappola: non ci si assenta non perché si stia bene, ma perché si ha paura di ciò che potrebbe accadere se non ci si presentasse.
Affrontare il presenteismo richiede un cambiamento profondo: smettere di celebrare chi non si ferma mai e riconoscere la saggezza di chi sa fermarsi quando è necessario. Non è un lusso. È una necessità economica, organizzativa e, non dimentichiamolo, umana.
*psicologo e psicoterapeuta, responsabile dello Sportello disagio lavorativo e mobbing, CISL Milano Metropoli
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