Confronto sulla remigrazione, proposta o propaganda?

Se ne parla da mesi, spesso urlata più che spiegata: la “remigrazione”. Il termine indica, nella sua versione più diffusa nel dibattito pubblico, il rientro (volontario o forzato, a seconda di chi lo propone) di cittadini stranieri nei paesi di origine. È un concetto che nasce negli ambienti dell’estrema destra identitaria europea, legato alla teoria della “grande sostituzione” elaborata dallo scrittore francese Renaud Camus e ripresa da movimenti come Génération Identitaire: un’origine ideologica precisa, che vale la pena di conoscere prima di discuterne. In Parlamento è stata depositata una proposta di legge di iniziativa popolare, sottoscritta da circa 150.000 persone e promossa da formazioni tra cui CasaPound, che punta a trasformarla in legge entro questa legislatura.
Invece di raccontarla come uno scontro tra favorevoli e contrari, abbiamo scelto di ascoltare tre punti di vista diversi sullo stesso territorio: Daniela Francesca Amendola, capogruppo di Futuro Nazionale a Molinella e referente cittadina a Bologna; Arianna Corropoli, segretaria regionale di Noi Moderati Emilia-Romagna; Anna De Veredicis, capogruppo del Pd in Consiglio comunale a Imola. Le stesse domande, tre risposte molto diverse: e non tutte, come vedremo, reggono allo stesso modo alla prova dei fatti.
Cos’è la remigrazione: idea politica, deportazione o legge già scritta?
Per Amendola è “una strada politica, che deve essere perseguita il prima possibile, perché siamo già in ritardo”. Secondo lei la base normativa esiste già, nel Testo Unico dell’Immigrazione: manca solo l’applicazione, dice, per “troppo buonismo”, un termine che nel dibattito pubblico europeo accompagna quasi sempre le proposte più radicali sul tema, presentate come mero “buon senso” mai davvero applicato. La sua definizione: “Riportare e incentivare le persone clandestine che in Italia non si attengono alle nostre regole o comunque commettono criminalità del loro paese di origine”.
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Corropoli distingue invece due scenari molto diversi, e li giudica in modo opposto. Su un punto, però, il suo ragionamento parte dalla stessa premessa di Amendola: anche lei sostiene che la base normativa esiste già. Parlando di un “rientro volontario e assistito di stranieri presenti nel nostro territorio nazionale” in numeri contenuti, osserva che gli strumenti normativi esistono già e sono finanziati, tanto che una nuova legge, in quel caso, rischierebbe di essere superflua. È su questo crinale che le due posizioni si separano nettamente: se l’obiettivo è il rientro forzato su larga scala, per Corropoli lo scenario cambia radicalmente: “Io la definirei di più una deportazione coatta di massa”. Sul piano pratico è netta, ed è un’obiezione che ha fondamento giuridico concreto, non solo politico: una misura del genere richiederebbe probabilmente una modifica della Costituzione e delle leggi europee, “per cui una cosa che a parole sembra fattibile e vicina e magari altisonante, ma nella concretezza è tutt’altro”.
De Veredicis contesta la parola stessa: “Possiamo definirla una vera e propria deportazione, perché se è vero che in politica i termini contano, chiamiamo le cose con il loro nome”. Colloca la proposta in un solco preciso, quello dei rimpatri di massa dell’ultima amministrazione Trump negli Stati Uniti, richiamando “le immagini tragiche, terribili, degli immigrati deportati da Trump con le catene che rientrano in aereo”, e la definisce un precedente storico da non ripetere in Italia. La dem ricorda inoltre un sacrosanto principio più ampio sulle derive autoritarie: “Oggi tocca a lui o a lei, domani potrebbe toccare a me. Nessuno è escluso e salvo da questa cosa”.
Sollecitata a chiarire se la remigrazione riguarderebbe anche chi ha già la cittadinanza italiana, Amendola risponde di sì, ponendo una condizione: l’adesione ai “principi nazionali”. Come esempio ipotetico cita chi, pur avendo cittadinanza italiana, portasse avanti “un progetto” legato alla sharia: “Noi inviteremo sicuramente a rimigrare” richiamando un concetto di “compatibilità” e un bisogno di “attenersi alle nostre regole”.
È una dichiarazione che va oltre la retorica sull’immigrazione irregolare: propone di condizionare la permanenza in Italia di un cittadino a un giudizio di compatibilità culturale e religiosa. È un principio in tensione con due articoli della Costituzione: l’articolo 3, che sancisce l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge senza distinzione di religione, e l’articolo 22, che vieta di privare qualcuno della cittadinanza per motivi politici. Non è un caso isolato nel panorama europeo: un impianto simile, applicato anche a cittadini di seconda o terza generazione, è quello discusso nel gennaio 2024 in un incontro riservato a Potsdam, in Germania, tra esponenti di AfD e ambienti identitari, la cui rivelazione da parte del sito investigativo Correctiv ha scatenato mesi di proteste di massa in tutto il paese e riacceso il dibattito sulla messa fuorilegge del partito.
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Immigrazione e sicurezza: nesso reale o narrazione costruita?
Sul secondo tema, se esista una relazione oggettiva tra flussi migratori e criminalità o se si tratti soprattutto di una costruzione mediatica, le tre posizioni si allontanano ulteriormente.
Amendola sostiene l’esistenza di un legame, ma tiene a precisare che la sua posizione non è contro gli stranieri in quanto tali: “Non bisogna associare la parola immigrazione, comunque contro immigrazione clandestina, come se noi ce l’avessimo con gli stranieri, è una tutela nei confronti dei cittadini onesti”.
Corropoli, costruisce una risposta appoggiandosi ai dati Istat: riconosce “una maggiore incidenza dei processi” che riguardano cittadini stranieri rispetto agli italiani, ma introduce una distinzione, quella tra straniero regolare e irregolare. Lo straniero regolare, dice, risulta “anche meno rispetto all’italiano interessato da questo tipo di argomento”. Il fattore discriminante, per lei, “non è sulla provenienza dell’immigrato ma bensì sullo stato in cui si trova nella sua condizione sociale ed economica”: marginalità e difficoltà di accesso al lavoro regolare, che alimentano soprattutto reati minori legati allo spaccio, non la criminalità organizzata, che associa maggiormente a cittadini italiani.
De Veredicis arriva a una conclusione simile per una strada diversa: “Più che una relazione tra flussi migratori e sicurezza barra criminalità, vedrei più un collegamento tra situazioni disagevoli e sicurezza barra criminalità”. Dove lo Stato è assente non in termini di ordine pubblico ma di “sicurezza sociale”, cioè welfare e politiche sociali, si crea secondo lei un vuoto in cui si insinuano “la microcriminalità, l’abbandono scolastico e tutta una serie di conseguenze”. Chi arriva in Italia irregolarmente, aggiunge, parte già “da una situazione di svantaggio”. Cita come esempio il caso di Ceuta, di stretta attualità in questi giorni: tra fine luglio e inizio agosto 2026 l’exclave spagnola ha visto arrivare oltre 70mila persone in poche ore, con decine di morti accertati e l’esercito spagnolo schierato per gestire l’emergenza. De Veredicis lo legge come un episodio in cui è stato fatto “di tutto mediaticamente parlando”, “lucrando sulla pelle” di persone in cerca di una vita migliore, e conclude: “Chi ha pagato il prezzo più alto sono state le persone, e non chi ha costruito questa falsa narrazione”.
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