Cultura

la storia vera dietro il mito



Quanto c’è di vero ne L’ultimo samurai? Molto meno di quanto si potrebbe pensare. Dalla storia dei samurai all’addestramento di Tom Cruise, ecco cosa ha cambiato il film di Edward Zwick.

Quando L’ultimo samurai arrivò al cinema nel 2003, sembrava il classico grande kolossal hollywoodiano: Tom Cruise, battaglie spettacolari, un Giappone sospeso tra tradizione e modernità e una storia di onore sulla resistenza di un gruppo di guerrieri. Ma dietro la vicenda raccontata da Edward Zwick c’è un episodio storico realmente accaduto, anche se il film ne rielabora profondamente personaggi ed eventi.

La storia vera è quella della ribellione di Satsuma del 1877, l’ultima grande rivolta dei samurai contro il governo imperiale giapponese durante la Restaurazione Meiji. Al centro c’era Saigō Takamori, figura realmente esistita e destinata a diventare una delle più celebri della storia giapponese. Il suo percorso, però, è molto più complesso di quello del Katsumoto interpretato da Ken Watanabe.

L’ultimo samurai: la trama del film con Tom Cruise

Tom Cruise interpreta Nathan Algren, un ex capitano della cavalleria americana tormentato dagli orrori della guerra. Dopo aver combattuto contro i nativi americani, Algren viene reclutato dal governo giapponese per addestrare il nuovo esercito imperiale all’uso delle armi moderne. Il Giappone sta infatti attraversando una trasformazione radicale: l’antico sistema feudale sta scomparendo e il nuovo governo vuole costruire un esercito moderno, abbandonando progressivamente le tradizioni militari dei samurai. Durante uno scontro con i ribelli guidati da Katsumoto (Ken Watanabe), Algren viene catturato e portato nel villaggio dei samurai. Qui, invece di essere ucciso, entra lentamente in contatto con una cultura che all’inizio non comprende e finisce per mettere in discussione tutto ciò in cui aveva creduto. Il protagonista si avvicina così a Katsumoto e ai suoi uomini, fino a schierarsi con loro nella battaglia finale contro l’esercito imperiale.

La storia vera dietro L’ultimo samurai: chi era Saigō Takamori

Il personaggio di Katsumoto è ispirato soprattutto a Saigō Takamori, uno dei protagonisti della Restaurazione Meiji e leader della ribellione di Satsuma. È qui che il film comincia a prendere le distanze dalla realtà. Saigō non fu semplicemente un guerriero deciso a difendere un Giappone antico dalla modernizzazione. Al contrario, aveva inizialmente avuto un ruolo importantissimo proprio nella nascita del nuovo Giappone. Fu tra gli uomini che contribuirono alla caduta dello shogunato Tokugawa e alla già citata Restaurazione Meiji del 1868.

Solo successivamente entrò in conflitto con il nuovo governo, anche per le profonde trasformazioni che stavano cancellando privilegi e ruolo sociale della classe samurai. Nel 1877 guidò la ribellione di Satsuma, durante la quale migliaia di samurai si sollevarono contro il governo imperiale. La rivolta si concluse con la battaglia di Shiroyama, a Kagoshima, dove le forze di Saigō furono definitivamente sconfitte. Il film prende dunque un evento storico reale e lo trasforma in una storia molto più lineare: da una parte i samurai legati alla tradizione, dall’altra un esercito moderno che rappresenta il nuovo Giappone.

Tom Cruise si allenò per mesi per diventare un samurai

Anche Nathan Algren è un personaggio di fantasia. La sua storia non è quella di un vero soldato americano che combatté al fianco di Saigō Takamori. Il personaggio prende però spunto da Jules Brunet, ufficiale francese che arrivò in Giappone per contribuire all’addestramento dell’esercito dello shogunato Tokugawa. Dopo la sconfitta dello shogunato nella guerra Boshin, Brunet scelse di rimanere al fianco delle forze che combattevano contro il nuovo governo imperiale. La differenza è fondamentale: Brunet non combatté nella ribellione di Satsuma del 1877 e non visse la storia raccontata nel film. La sua vicenda appartiene a un conflitto precedente, quello della guerra Boshin del 1868-1869.

Anche l’idea che Algren venga catturato dai samurai, viva nel loro villaggio e diventi uno di loro è quindi una costruzione narrativa. Se la storia di Algren è inventata, l’impegno di Tom Cruise per interpretarlo fu invece molto reale. L’attore affrontò oltre otto mesi di addestramento in arti marziali giapponesi e combattimento con la spada per prepararsi al ruolo. Il lavoro non riguardò soltanto la coreografia delle battaglie: Cruise dovette imparare movimenti estremamente precisi, coordinandosi con gli altri interpreti nelle sequenze di combattimento.

Lo stesso regista Edward Zwick spiegò che l’obiettivo era fare in modo che il pubblico percepisse che Cruise aveva realmente studiato e preparato il personaggio, senza affidarsi semplicemente al montaggio per nascondere le difficoltà. L’attore arrivò anche ad aumentare il proprio peso di più di 10 kili, trasformandolo soprattutto in massa muscolare, per ottenere il fisico richiesto dal ruolo. Il risultato si vede soprattutto nelle scene di combattimento: le sequenze con la spada furono costruite attraverso mesi di preparazione, con i vari interpreti che dovevano eseguirle alla stessa velocità e con estrema precisione.

Il Giappone che vedete nel film è in gran parte… la Nuova Zelanda

Un’altra sorpresa riguarda le location. Anche se L’ultimo samurai è ambientato in Giappone e alcune scene furono effettivamente girate lì, una parte importantissima del film venne realizzata in Nuova Zelanda, nella regione di Taranaki. La Uruti Valley fu trasformata nel villaggio giapponese dei samurai, mentre il monte Taranaki venne utilizzato per ricreare l’aspetto del monte Fuji. Le scene di battaglia e quelle a cavallo furono girate anche nei dintorni del lago Mangamahoe, mentre Pukekura Park, a New Plymouth, venne utilizzato per le scene ambientate nell’area del palazzo imperiale e per alcune sequenze legate all’esercito. A Port Taranaki fu addirittura costruito un intero villaggio di pescatori giapponese per il film. E, proprio come accade sullo schermo, il set venne incendiato durante le riprese. Alcune sequenze furono invece girate realmente in Giappone, tra cui quelle al castello Nijō di Kyoto.

Cosa è vero e cosa è inventato ne L’ultimo samurai

Il fascino del film nasce proprio dal modo in cui realtà e finzione vengono mescolate. È vero che il Giappone della seconda metà dell’Ottocento attraversò una trasformazione radicale. È vero che la classe samurai perse progressivamente privilegi, status e ruolo sociale. Ed è vero che nel 1877 una parte dei samurai si ribellò al governo Meiji guidata da Saigō Takamori. È invece inventata la storia personale di Nathan Algren, così come il suo rapporto con Katsumoto e la sua permanenza nel villaggio dei ribelli.

Anche il finale prende una strada cinematografica. La morte di Saigō Takamori a Shiroyama è reale, ma l’idea che un americano come Algren assista alla sua morte e poi riesca a influenzare direttamente l’imperatore appartiene alla fantasia del film. Persino la rappresentazione dell’esercito imperiale semplifica la realtà: il processo di modernizzazione militare giapponese non fu semplicemente il risultato dell’influenza americana. Il nuovo esercito fu profondamente influenzato anche dai modelli europei, in particolare da quello prussiano.

Perché i samurai scomparvero davvero

La vera storia dietro L’ultimo samurai è quindi anche quella della fine di un’intera classe sociale. La Restaurazione Meiji non cancellò i samurai da un giorno all’altro, ma avviò un processo progressivo di trasformazione. Il nuovo governo voleva creare uno Stato centralizzato e moderno, con un esercito nazionale basato sulla coscrizione e non più sulle tradizionali forze dei domini feudali. I samurai persero così privilegi economici e sociali e alcune delle caratteristiche che li distinguevano vennero progressivamente abolite. Tra queste ci fu anche il diritto di portare la spada in pubblico, una delle immagini più potenti associate alla loro identità.

La ribellione di Satsuma rappresentò il culmine di questo conflitto. Quando Saigō e i suoi uomini furono sconfitti nel 1877, non finì soltanto una rivolta: si chiuse simbolicamente un’epoca. È questo il punto in cui Hollywood incontra la storia. L’ultimo samurai non racconta fedelmente la fine dei samurai, ma utilizza quella trasformazione per costruire una storia universale sul conflitto tra tradizione e modernità, tra ciò che un uomo è stato e ciò che il mondo gli chiede di diventare. Dietro le battaglie spettacolari e il mito dell’ultimo guerriero c’è infatti la storia di un Paese che, nel giro di pochi anni, dovette decidere cosa conservare del proprio passato e cosa lasciarsi definitivamente alle spalle.



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