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come guidare con intelligenza emozionale

Negli ultimi anni sono fioriti tanti contenuti che fanno riferimento al “leader empatico”; dai programmi di sviluppo manageriali ai tanti post di guru più o meno legittimi sui social. Siamo condotti a pensare che c’è un piano superiore della leadership dove i boss hanno una specie di soft power che supera ogni difficoltà: una specie di nirvana manageriale.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Più recentemente, abbiamo visto anche sbocciare l’antitesi di questa desiderabile empatia, con la promozione di seminari per ricostruire l’assertività manageriale. Slogan del tipo: “Basta essere un boss gentile!”, non dissimili a quelli che propongono il ritorno al maschilismo nei nostri feed.

Per superare queste scorciatoie seducenti, bisogna ricordarsi che la leadership non è una qualità intrinseca bensì un lavoro che richiede spazio e tempo. Già un po’ di etimologia ci aiuta a capire: em-patia significa soffrire dentro, mentre sim-patia significa soffrire insieme. In parole povere: l’empatia significa che capisco perché piangi o ridi, la simpatia, che piango o rido insieme a te.

L’empatia come strumento di leadership

L’empatia è infatti uno degli strumenti, forse quello più potente, che serve a esercitare la leadership, e quindi a creare il contesto nel quale gli altri (collaboratori, colleghi e anche i propri capi) potranno dare il meglio di loro.

Tendiamo spesso, in posizione di leadership, a concentrarci principalmente sulla chiarificazione dell’obiettivo: la sua quantificazione, come si iscrive nella strategia, i mezzi a disposizione, gli ostacoli da superare. Ed è già tanto. Però ugualmente spesso ci dimentichiamo di misurare la distanza che separa ciascuno e ciascuna dall’obiettivo; è proprio a questo che serve l’empatia: capire da dove ognuno parte, con le sue possibilità, le sue limitazioni, la sua storia e anche il suo percepito emotivo.


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