Scienza e tecnologia

Come gli italiani usano IT-Wallet e cosa vorrebbero che ancora non c’è

Entro il 24 dicembre 2026 ogni Stato membro dell’UE dovrà rendere disponibile almeno un portafoglio digitale conforme ai requisiti europei: una sorta di app ufficiale dove conservare documenti, accedere ai servizi pubblici e, in futuro, anche a quelli privati. L’Italia, secondo la ricerca 2026 dell’Osservatorio Digital Identity & Wallet del Politecnico di Milano, è tra i Paesi più avanzati su questo fronte. Il problema è che “tra i più avanzati” non significa “pronto”: a meno di due mesi dalla scadenza, nessuna soluzione nazionale ha ancora tutte le funzionalità richieste e la certificazione non è completata.

In pratica, siamo avanti rispetto a molti altri (dodici Paesi europei sono ancora a zero o uno su sei nella scala di preparazione, mentre l’Italia segna quattro), ma il traguardo non è ancora tagliato. E il calendario, come vedremo, è particolarmente stretto.

La base di partenza italiana è comunque solida: 12,7 milioni di persone hanno già attivato “Documenti su IO”, l’app che per ora funge da anticamera del futuro portafoglio europeo.

In totale sono stati memorizzati 21,8 milioni di documenti, più del doppio rispetto ai 10,6 milioni di un anno fa. Nel dettaglio: 11 milioni di patenti, 10,6 milioni di tessere sanitarie e circa 200.000 carte della disabilità. Non male come punto di partenza, ma siamo ancora lontani dal portafoglio europeo vero e proprio.

Tra i documenti previsti in futuro ci sono tessera elettorale, certificati di laurea e di diploma. Tra l’altro, entro fine 2026 dovrebbero arrivare su IT-Wallet anche tessera elettorale, ISEE, libretto sanitario e titoli di studio: ce lo ha già confermato il governo.

Dal 2027 entreranno in gioco anche le aziende private: telecomunicazioni, banche, energia, trasporti e sanità dovranno accettare il portafoglio europeo come strumento di identificazione degli utenti online, su richiesta volontaria dell’utente. Sono escluse micro e piccole imprese. Per gli operatori interessati si tratta di integrare il wallet nei propri processi di accesso ai servizi: un lavoro tutt’altro che banale.

Nel frattempo, SPID e CIE restano i pilastri dell’accesso digitale. Le identità SPID rilasciate a settembre 2026 erano 43,4 milioni, ma gli accessi nei primi nove mesi dell’anno sono calati del 10% rispetto al 2025: una flessione che l’Osservatorio attribuisce in parte all’introduzione di un canone a pagamento da parte di alcuni gestori a gennaio. La CIE, invece, cresce: 57,4 milioni di carte valide (+19% in un anno) e 14,7 milioni di utenti attivi su CieID.

Sul fronte delle aspettative degli utenti, i dati sono chiari: il 60% degli italiani usa già un portafoglio digitale delle grandi tech (Apple Wallet, Google Wallet e simili), soprattutto per carte di pagamento e carte d’imbarco. Chi vorrebbe aggiungere anche i documenti d’identità è la maggioranza, ma con una preferenza netta: il 54% sceglierebbe un fornitore pubblico.

Quanto agli usi desiderati del wallet europeo, l’accesso ai servizi sanitari è in cima con il 34% delle preferenze, seguito dall’imbarco in aeroporto (30%) e dal check-in in hotel (23%).

L’apertura di un conto corrente interessa solo il 5%: un dato che dice molto su quanto gli utenti valutino le occasioni d’uso quotidiane rispetto alle procedure burocratiche occasionali.

L’infrastruttura c’è, la base di utenti pure, ma il rischio concreto è che si arrivi alla scadenza con un sistema tecnicamente incompleto e con troppo pochi servizi realmente utili per convincere le persone ad aprirlo ogni giorno: la stessa trappola in cui sono caduti tanti progetti di digitalizzazione pubblica prima di questo.


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